foto_mari

Michele Mari, la letteratura e i fantasmi

Stamattina pubblichiamo due recensioni all’ultimo libro di Michele Mari, una preziosa raccolta di racconti dal titolo «Fantasmagonia». Gli articoli sono nell’ordine di Giorgio Vasta e Francesco Longo, e sono usciti rispettivamente su «Repubblica» e «Il riformista». La foto che accompagna il pezzo è di Miroslav Tichy. Buona lettura. 

Ogni singolo racconto di Fantasmagonia – l’ultimo libro di Michele Mari edito da Einaudi – meriterebbe una specifica recensione. Eppure i trentaquattro articoli (tanti sono i racconti) che ne discenderebbero non sarebbero comunque sufficienti a esaurire la bellezza e la complessità di questo libro. Servirebbero infatti ulteriori recensioni per evidenziare e indagare i legami tra i testi, i ponti di corda che li collegano, i nodi che si formano leggendo, i grumi gli incastri e gli scioglimenti. E ancora verrebbe meno la possibilità di individuare e conoscere la sostanza che giace in filigrana in ogni storia e tra una storia e tutte le altre, qualcosa che a tratti intuiamo come se lo percepissimo con la coda dell’occhio, in un passaggio fugace, non avendo una cognizione precisa di che cosa sia ma sentendone subito la mancanza.
Perché la letteratura, il farsi nome delle cose (“ogni vero artista crea la realtà nominandola” leggiamo in “Grecia-Argentina”, il racconto in cui Omero e Borges assistono ciechi, a bordo campo, a una finale tanto decisiva quanto immaginaria), è a tutti gli effetti un demone, ma per quanto si accumuli in pagine e pagine resiste perfidamente introvabile.
Accetta, al limite, che ne facciamo esperienza sotto forma di presentimento.
Nei trentaquattro presentimenti di Fantasmagonia Michele Mari narra antefatti, ricostruisce origini, ordisce premesse. Fa di ogni racconto la genesi di qualcosa che conosciamo, o che supponiamo di conoscere. Per esempio rivela ciò che condusse Lewis Carroll – anzi il balbuziente Charles Lutwidge Dodgson che trasforma il suo limite espressivo in filastrocche fluide e rimate – a scrivere, dopo aver conosciuto la piccola Alice Liddel, il suo capolavoro (in “Il balbuziente”); oppure chiarisce che Emilio Salgari, “omino metodico e tranquillo”, era in realtà abitato da una forma generata dal mescolarsi del sangue di Sulgoryan e di Kraken, qualcosa che nutriva le sue narrazioni di conflitti gloriosi e di indomiti eroismi, ma soprattutto di una nostalgia implacabile per avventure inconsapevolmente già vissute (“Mamapraciam”); e ancora, in “L’ultimo buscadero”, Mari illustra come i dubbi sul superamento di una pozzanghera possano connettersi a una bolla d’aria che deforma il vetro della bottiglia contro cui comparirà il riflesso del gol col quale Cuccureddu regala alla Juventus lo scudetto del 1973 (ancora un fantasma, stavolta sotto l’egida di Gombrowicz).
A volte il movimento che si produce somiglia a una dilatazione. Prendendo spunto da un passo del Principe e da una lettera a Francesco Vettori, Mari postilla ciò che è documento, lo riscrive, lo espande facendone rivelazione letteraria. E dunque dà vita a un Niccolò Machiavelli che la sera si volge “a imago di bestia” per gettarsi sulle sue prede naturali – “una donna ignuda, un fantolino, una pecora, un cappone” (“Il centauro”); in “Ogni stagione è l’inferno” (un titolo che è da solo una narrazione), invece, separa il poeta dal negriero e poi li ricompenetra nel solo indiviso molteplice Arthur Rimbaud, così verificando che la letteratura è materia plastica continuamente alterabile, qualcosa che consente al tormentato Josef K. del Processo di raggiungere i dintorni di Pescia in cerca delle sue origini per scoprire che forse la sua strutturale legnosità ha a che fare col burattino collodiano, o che concede al Piccolo Principe di fare a botte con Pierino Porcospino mentre nello stesso istante il Barone Rosso mitraglia l’aereo di Antoine de Saint-Exupéry.
Altre volte Mari sceglie di farsi filologo dell’apparentemente inessenziale, di ciò che nell’economia dell’esperienza tendiamo a considerare irrilevante, e dunque si fa carico della lanugine, del truciolato, della scoria, di tutta quella materia di risulta che compone per il 99% la sostanza del mondo. Attraverso uno strumento linguistico talmente intenso da far trascorrere la lettura dalla pura gioia lessicale e sintattica a un senso di commozione senza fine, ci confrontiamo allora con la ricostruzione della vicenda di Crapa Pelada, una nenia popolare che si fa racconto (“Eziologia di Crapa Pelada”), così come le due pagine di “Il sogno del fecaloma” sono l’occasione per comporre una tassonomia delle feci, un altro modo per dichiarare l’unicità e l’indipendenza di ogni parola. E ancora, giocando con Vasari, Mari mette in scena il pittore Piero di Cosimo che osservando su un muro dell’Ospedal della Reparata i segni innumerevoli lasciati dalle espettorazioni degli ammalati arriva a scorgere in quel ricamo liquido la struttura della “preziosa reticella che lega i capegli di quella sua vaghissima dama”.
A dominare pervasivamente i racconti di Fantasmagonia è la tonalità malinconica: non una possibilità bensì una necessità implacabile, tanto che leggendo il dialogo simil-leopardiano sullo struggimento (“Ballata triste di una tromba”) ci rendiamo conto che la malinconia è un diritto inalienabile, ed è una forma dello sguardo.
Michele Mari – uno tra i vertici della narrativa italiana contemporanea – è un esploratore dell’alone: prima lo inventa, parte da un germe e lo fa propagare, poi lo esplora ricavandone un racconto. L’alone è un presentimento, un mostro a forma di lacuna, un’aureola di immaginazioni (nel racconto eponimo che chiude il libro l’autore articola un breve prontuario per diventare un fantasma).
Mari sa che la letteratura – questa fantasmagoria generata dalla lanterna magica del linguaggio – è il presentimento che abbiamo inventato per continuare a sentire la mancanza.

 

Con Mari, nel regno dei fantasmi letterari

di Francesco Longo

Tutti i personaggi della letteratura sono fantasmi. Emma Bovary e i Finzi-Contini sono fantasmi. Sono fantasmi gli eroi dei cicli bretoni, i re shakespeariani e i mostri di Lovecraft. Achab e la sua balena sono fantasmi. La consapevolezza che la letteratura è l’unica “scienza esatta dei fantasmi” innerva il nuovo libro di racconti di Michele Mari, Fantasmagonia (Einaudi). Le trentaquattro incursioni nel regno degli incubi qui raccolte sono i risultati, in quasi tutti i casi, di altrettante sedute spiritiche letterarie. Mari non è interessato tanto ai personaggi della letteratura (non compaiono, comunque, quelli appena citati), quanto al rapporto tra i loro creatori e l’unico spirito demoniaco che si incarna ogni volta che nasce uno scrittore o una storia. A Mari interessa l’atto creativo, il sublime e sgraziato soffio mortifero che partorisce gli esseri letterari. Esiste un demonio che semina paura e disperazione, si incarna negli scrittori che a loro volta generano fantasmi: incarnazioni di dolore e angoscia.
Nel racconto Il patrimonio del popolo tedesco siamo nel 1812 e Wilhelm e Jakob Grimm sono in carrozza diretti a Darmstadt. L’autore delle fiabe che li renderà celebri è però un terzo fratello, Ludwig, che tengono segregato in casa, costretto a produrre fiabe al posto loro. In Grecia-Argentina discutono, davanti ad una partita di calcio, Omero e Borges: «“Comunque vada, avrò avuto l’onore di stare al vostro fianco”. “Ma cosa dite? È mio, l’onore”. “Non scherzate. Voi siete il primo”. “E voi l’ultimo”. “È da voi, che è incominciato tutto, senza di voi io non sarei”. “Ma voi mi contenete, siete il punto d’arrivo”».
Nel racconto Villa Diodati siamo nel 1816 e ascoltiamo le conversazioni tra i massimi poeti inglesi di allora, Byron e Shelley. Con loro c’è anche la promessa sposa di Shelley, Mary. Gli ospiti di Villa Diodati si raccontano storie e Mary Shelley sorprende tutti con Frankenstein. La donna li porta poi in una camera, dove giace un uomo ricucito con lo spago e con bulloni alle anche.
In queste pagine, compaiono Antoine de Saint-Exupéry e Cecco Angiolieri, Salgari e Napoleone, Pinocchio e Josef K., Paul Verlaine, Achille e Niccolò Machiavelli.
L’idea di Michele Mari è che la letteratura sia fatta di apocrifi. Attorno alle storie ufficiali, celebri, tramandate e attestate come vere, rumoreggiano versioni alternative, eclissate, senza statuto. Ai margini della letteratura esiste un mondo di finzioni secondarie con dettagli mai tramandati.
Lo stile di questi racconti si adatta sempre all’oggetto narrato. La lingua subisce tutte le torsioni possibili, è un camaleonte che ripercorre timbri e lessico del passato. Ma addirittura, Mari riscrive la sua stessa opera narrativa. Infatti qui troviamo qualcosa che ricorda il plagio letterario di Io venía pien d’angoscia a rimirarti (1990), troviamo il confabulare tra scrittori che c’era in Tutto il ferro della Torre Eiffel (2002), e nel racconto Ballata triste di una tromba riascoltiamo addirittura il falsetto di Rondini sul filo (1999): il romanzo veramente di culto per tutti gli adepti della sua narrativa. Ecco la mitica vocetta sociologica che dice:  «Se la spassano, barettini, seratine, vacanzine, sciampagnini…Sempre sopra le righe, brillanti…la risatina come forma del dire, la birrettina scura, più scura, più chiara, mexicana, irlandese, oh il compagnone! Fischietta motivetti americani, Glenn Miller…racconta barzellette, sapidissime arguzie, una scorta inesauribile il nostro! La vettura sportiva, quel vomito plastico che addimandano Suv, l’incontenibile mole del suo ottimismo e della sua simpatia, quanto!»
Fantasmagonia è la summa dei temi di Mari: le ossessioni letterarie, l’angoscia, l’infanzia ancora sanguinosa; non mancano l’odore dei porti e dei cantieri marini, e l’amore non corrisposto tra compagni di scuola. Scrive Mari: «Per fare un fantasma occorrono una vita, un male, un luogo». Per un libro così serve sofferenza, stile e passione. Chiunque sia il demone che lo costringe a scrivere, questo demone è un grandissimo scrittore.

 

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
4 Commenti a “Michele Mari, la letteratura e i fantasmi”
  1. Anche io ritengo – come Vasta – che Mari sia uno tra i vertici della narrativa italiana contemporanea, ma, contrariamente da quanto sostenuto dai due recensori qui sopra, temo che Fantasmagonia sia la sua opera meno riuscita.

    Ne ho scritto proprio oggi, qui:
    http://platania.wordpress.com/2012/02/07/fantasmagonia-letteratura-per-iniziati/

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] e i mostri di Lovecraft. Achab e la sua balena sono fantasmi” dice Francesco Longo in un bell’articolo sull’ultimo libro di Michele Mari, aggiungendo, subito dopo, che è la consapevolezza che la […]

  2. […] e i mostri di Lovecraft. Achab e la sua balena sono fantasmi” dice Francesco Longo in un bell’articolo sull’ultimo libro di Michele Mari, aggiungendo, subito dopo, che è la consapevolezza che la […]

  3. […] e i mostri di Lovecraft. Achab e la sua balena sono fantasmi” dice Francesco Longo in un bell’articolo sull’ultimo libro di Michele Mari, aggiungendo, subito dopo, che è la consapevolezza che la […]



Aggiungi un commento