Michele Sovente, il poeta flegreo del sacro e del profano

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«A Cappella, in via petrara, io vivo/sempre qui ho vissuto in casa dei miei/dove respiro e tesso ombre di corvi che si intrecciano con leggende di famiglia».

Era il 2011 quando i miei occhi incontrarono questa poesia di Michele Sovente, tratta dalla sua raccolta “Carbones”, e, solo dopo tanti anni, ho compreso che questo grandissimo poeta, ai più sconosciuto, che spesso scriveva la stessa poesia in tre lingue diverse (italiano, latino e dialetto di Cappella), parlava anche il mio idioma.

Sovente ha presidiato le fasi più insidiose e importanti della mia vita con la sua presenza discreta e tutte le volte che leggo una sua poesia, o ammiro il teatro di Mimmo Borrelli, riesco a percepire il movimento tellurico della terra flegrea, le grida dei mercanti e le voci sovrannaturali che, come sottolinea Giuseppe Andrea Liberti nell’introduzione alla sua edizione critica e commentata di Cumae licenziata per Quodlibet, si sovrappongono da secoli.

Nel 1998, Cumae vinse il Premio Viareggio per la sezione Poesia e attirò l’attenzione di tutti perché era (ed è) un oggetto atipico nel panorama della poesia per via del trilinguismo ma soprattutto perché lingue, dai più considerate morte, come il latino e il dialetto tornano a confrontarsi e a dialogare tra loro.

A fare da sfondo c’è il paesaggio mitologico dei Campi Flegrei, luogo sulfureo dell’anima, che riecheggia nella metrica soventiana e si traduce in suono, urla, rumore. Quindi, da un lato, c’è la realtà riflessa, che potrebbe andare in frantumi da un momento all’altro, e dall’altro c’è la pratica sonora, dove la parola si riappropria della corporeità del suono creando disposizioni emotive, ritualità e una resistenza politica prima ancora che poetica.

Ne “Il sommo poeta del Petraro”, lo spettacolo che Mimmo Borrelli ed Ernesto Salemme hanno dedicato a Michele Sovente, i due raccontano che il poeta flegreo, spesso, affermava di parlare a casa sua, al primo piano, in cappellese con la madre, al secondo in italiano col nipote e al terzo in latino con se stesso e gli altri poeti. Il latino, secondo Sovente, «è il punto di tramite tra l’italiano e il dialetto» e, oltre ad agire, per dirla con le stesse parole di Liberti, come “memoria linguistica del territorio” è “dotato di una musicalità unica, impossibile da replicare”. Inoltre il latino ricorda al poeta gli anni trascorsi in seminario “in cui la preghiera e le funzioni erano ancora rigorosamente in lingua antiquorum”.

L’italiano di Sovente si basa, invece, su un vocabolario semplice, di uso quotidiano e, quando fa spazio ai tecnicismi, il poeta apre nuovi antri, fratture dove trovano posto ombre e fantasmi.

Col dialetto cappellese, infine, destruttura il napoletano, sia quello legato a Di Giacomo che quello di Viviani, e tenta una nuova linea espressionista con un dialetto ancora vitale, utilizzato nel quotidiano. A differenza, infatti, del dialetto utilizzato da Pasolini nelle Poesie a Casarsa o del dialetto di Tursi usato da Albino Pierro, il cappellese usato da Sovente è ancora adoperato a Cappella sia dai giovani che dagli anziani.

La lingua di Sovente diventa la Voce, può richiamare “creature oniriche e spettri arcaici” e portare in superficie immagini primordiali, esoteriche, che appartengono al territorio mitico flegreo. Può diventare Silenzio, ombra, malattia, entra tra le pieghe di un paesaggio non toccato dal degradamento della contemporaneità ma solo dal movimento tellurico che apre “varchi-cunicoli antichi”.

Ecco un esempio da Cumae:

e la polvere aggredisce
le nude pietre sfinisce
il suono di un’età sognata
che un coro di voci genera
per varchi-cunicoli antichi […]

(«Finge una linea di vento», CU, pp. 473-474, vv. 11-15)

che, in latino, rende come “trans cunicola antiqua”

atque pulvis percutit
nudas parietes excutit
passus vitae somniatae
voces vocesque gignentis
trans cunicula antiqua […]

(«Linea fingit ventosa», CU, p. 470, vv. 11-15)

E che, infine, in dialetto cappellese diventa rótte

[…] na póvere ’nfaccia
î mure sbatte na peràta
’i nu munno sunnato tanta voce
pe’ tanta rótte fùjeno […]

(«Na spanna ’i viénto sbaréa», CU, p.472, vv. 12-15)

Il merito del filologo Giuseppe Andrea Liberti sta nell’aver riportato alla luce un gioiello prezioso, dimenticato, in un’edizione critica e commentata che si rivela utile sia per lo studioso che per il lettore. Oltre all’introduzione e ad una ricca bibliografia, va posta particolare attenzione alle Note ai testi e al profilo descrittivo di Michele Sovente, importante strumento di consultazione per orientarsi nella vita di questo straordinario e trascurato autore.

Il lavoro di Liberti ha consentito il ritorno di Cumae nei circuiti editoriali dopo ventuno anni di assenza e si contraddistingue per completezza e capacità interpretativa. L’augurio è di poter vedere, un giorno, in libreria la riedizione dell’opera omnia di Sovente con un apparato critico degno di nota come quello offerto da Liberti.

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