Microfinzioni 2

In attesa del nuovo bando del concorso per microfinzioni pubblichiamo i due racconti che si sono classificati al secondo posto.

 

La scelta della lumaca

Il genio uscì da una lampada a forma di Chrysler con i vetri oscurati. Teneva con la mano il panama bianco e sotto la tesa sorrideva sornione, come se fosse molto sicuro di sé. Cristiano fece tintinnare due cubetti di ghiaccio contro il vetro del bicchiere prima di infilare fra le labbra il cucchiaio e poche gocce di succo di limone. La veranda del circolo era pressoché deserta a quell’ora, eppure il genio cercava qualcuno, sapeva avrebbe trovato qualcuno. Cristiano non aveva appuntamenti, a quanto ricordava. Era un periodo di stasi per il mercato immobiliare; persino per quella congrega di danarosi golfisti il momento richiedeva un po’ di prudenza. Aveva fra le mani quella villa vista lago a Montorfano, la stagione era ideale per piazzarla, ancora due settimane e sarebbero arrivate le prime piogge, il panorama ne avrebbe risentito. “Quanto conta l’atmosfera!” pensò Cristiano lasciandosi andare allo schienale e quasi ridendo. Il genio era al centro della veranda, roteava fra i tavolini di tela bianca battendo sul pavimento di cotto con un bastone lungo, colore del ciliegio.
«Cerca qualcuno?» domandò Cristiano, lui che conosceva più o meno tutti, che aveva trattato per appartamenti di lusso con oltre la metà dei soci del circolo.
Il genio si arrestò, senza voltarsi in direzione della voce. Diede altri due colpi di bastone e assunse un’aria interrogativa.
«A volte sì, a volte no» disse convinto.
«Qui c’è una sedia, in caso».
Finalmente il genio lo guardò: «In quale caso?».
«Nel caso non cerchi nessuno».
Per la villa a Montorfano, in realtà, grande fretta non ce n’era. Anche in autunno, con le foglie a discesa sul declivio, aveva il suo fascino. Cristiano sapeva aspettare.
«Ho qualcosa da offrire». Il vimini cigolò dolcemente sotto il peso del genio.
«Allora è nel posto giusto. Qui è pieno di gente che brama di accettare offerte, di trattare, di firmare assegni».
«Il denaro non conta».
Un cameriere segaligno apparve all’improvviso, come se fosse uscito per magia da sotto il tavolino. Cristiano offrì da bere, fece mettere sul suo conto, tanto poi non lo saldava; nessuno diceva nulla. D’altronde non era neppure un vero socio, la quota annuale era troppo alta per lui che alla ricchezza offriva dimore, senza mai esservi invitato.
«Da queste parti, è quasi una bestemmia».
«Ho un dono da offrire, e non voglio nulla in cambio».
«Originale».
Quando il segaligno tornò, ci mise un po’ a disporre tutto sulla tela bianca. Aveva la lentezza di un costruttore di castelli di carte.
«L’unica condizione» disse il genio all’improvviso, dopo diversi minuti di silenzio, estraendo dalla giacca una cannuccia che pareva di bambù «l’unica condizione è d’esserne degni».
«E chi stabilisce il grado di dignità?» chiese Cristiano fissando la strana cannuccia affondare nel succo d’ananas e lime.
«Quello viene da sé».
Da un’altra tasca il genio fece uscire una piccola scatola, forse d’argento, che svuotò nel bicchiere. Bacche rosse di ribes andarono a colorare la miscela verde-gialla.
«E quale sarebbe il dono?» azzardò Cristiano «Ovviamente, se sono degno di saperlo…».
«Diventerai ciò che tocchi. Per un mese lunare. Uomo, animale, pianta. Puoi scegliere qualsiasi essere vivente. Ti basterà toccarlo con due dita. Sarai quell’uomo, quell’animale, quella pianta».
Cristiano pareva divertito, stava volentieri al gioco di credere a quella stramberia: «E si può diventarlo una volta soltanto o vale la regola dei tre desideri?».
«Né uno, né tre. Il dono è per sempre».
Si fece esporre altri dettagli, mentre sulle loro teste un vento leggero aveva iniziato a far danzare lentamente gli ombrelloni. Il meccanismo non era semplice, ma ben congegnato, almeno così assicurò il genio.
«è una sorta di chiave» spiegò, rigirando vorticosamente il curioso cocktail analcolico «per accedere ad altri mondi».
Solo allora Cristiano si sentì un po’ sciocco nel sostenere quel dialogo. Spostò lo sguardo verso la quercia dietro alla piazzola di partenza della buca uno. Una coppia si preparava al percorso, un caddy seguiva con un carrello carico di mazze. Ecco un mondo che conosceva molto bene, ma a cui non aveva accesso.
Cristiano prese tempo. Era il fatto della pianta a lasciarlo perplesso. A chi poteva interessare di diventare una pianta? Che senso avrebbe trasformarsi per un mese in quella quercia lì in fondo? Agganciarsi a delle radici nel terreno anziché prendersi la moglie, la villa, l’auto, il potere del signor Brambilla che s’apprestava ad andare in buca con soli tre colpi? Qualcosa non quadrava.
Si alzò in piedi per guardare meglio la scena, come se la soluzione fosse lì. La coppia rideva, il caddy segnava dei numeri a matita, alcune palline erano cadute fra l’erba e attendevano pazienti di fischiare nell’aria, la quercia si chinava in segno d’apprezzamento per l’ultimo swing.
«E se decidessi di accettare?»
Il genio gli fece cenno d’accostarsi, di farsi vicino. Si allungò per sussurrargli nell’orecchio:
«Dimmi cosa hai scelto».
Ora era chiaro: tutto dipendeva dalla scelta. Di fronte alla scelta si dimostra la propria dignità. Cristiano l’aveva sperimentato spesso trattando sui parquet lucidati o sui pavimenti di cotto a bordo piscina. Farsi prendere la mano è terribilmente facile.
«Dimmi cosa hai scelto» lo incalzò il genio e Cristiano, immaginando che persino i geni cedessero alle tentazioni, usò un’astuzia non da poco.
«Scegli tu per me» gli disse.
Il genio inarcò le sopracciglia e fece girare il bastone nell’incavo della mano. Prese a respirare a piccoli sbuffi nervosi che facevano fremere le narici.
«è una procedura inconsueta».
«Ma non vietata, immagino. In fondo tu hai esperienza, conosci il dono, a quante persone hai provato ad affidarlo? Immagino siano molte…».
Il genio era tentato, evidentemente. Ci ripensò mille volte, mentre un andirivieni frenetico metteva a dura prova i suoi occhi. Alla fine, quasi a togliersi un peso, scrollò la testa.
«Cerca nella siepe» comandò mentre con il tovagliolo asciugava la sua cannuccia di bambù.
A chiudere la veranda da un lato c’erano cinque o sei vasi con delle piante d’alloro.
«Devi cercare lì, sotto le piante, sulla terra. Questa è la maniera migliore, iniziare molto, molto lentamente. Scacciare da sé la frenesia che sa solo farci affogare».
Cristiano obbedì all’invito. Si rese conto che il suo gioco d’astuzia gli stava offrendo qualcosa di molto più profondo. C’era una saggezza imprevista nelle sue due dita che frugavano fra le foglie.
«è la dolcezza, amico mio, la dolcezza d’arrivare alla meta per una via tortuosa, un po’ sofferta, grazie alla quale tutto alla fine ha più sapore».
Cristiano ebbe un fremito e sentì il suo corpo inviscidirsi. Voleva stare immobile e invece si muoveva, scivolava e rimpiccioliva verso la terra e già non aveva più arti con cui aggrapparsi. Che sorpresa essere risucchiato in quel cilindro molliccio. Ritrasse più volte le antenne, i piccoli bulbi oculari, a testare la nuova prospettiva. Si acquattò accanto al tronco dell’alloro.
Un mese passa in fretta, se sai aspettare.

 

Sebastiano Bisson (Cittadella, 1973) lavora nel mondo dell’editoria e per diletto si occupa di codici medievali, in particolare d’ambito romanzo. Ha pubblicato il radiodramma Oltre il valico, poi trasmesso da Rai RadioDue, e alcuni racconti. Ha ideato e cura ilVoltaPagine, un blog per “lettori esigenti” (www.ilvoltapagine.com).

 

 

La vita buona

Il professor Rizzo guarda fuori dalla finestra e decide che è ora di diventare buono. Insomma, trattandosi di lui medesimo è poco credibile, ma di avere una vita buona, questo sì. Fuori, l’orto della loro casa di campagna lo guarda con i suoi spazi abbandonati, le canne dei pomodori sbilenche, le piante di zucchine assetate. E’ successo tutto così in fretta che non è riuscito a raccontarlo a Nadio al bar; nuovi provvedimenti legislativi, riorganizzazione della facoltà, rimane che gli hanno chiesto di andarsene dall’università ‘Qualche anno prima’. Preso in contropiede, si è ritrovato inopinatamente pensionato, quando pensava di avere ancora una lunga carriera davanti. E adesso sta, senza sapere cosa fare, davanti a quella finestra, aspettando che sua moglie arrivi dalla stazione. Ora è lei a fare avanti e indietro con la città; le incombenze legate alle case, le questioni burocratiche da risolvere. Non ha mai permesso che niente, fuori dall’università, contasse troppo e se qualche faccenda esigeva una sua reazione: l’invalidità dei suoi, la querelle aperta da suo fratello sull’eredità, la decisione se avere un figlio o meno, l’orlo scucito ai pantaloni, è sempre stata Teresa, sua moglie, a farsene carico, a trovare una soluzione e nel contempo una spiegazione. Lui curava relazioni, scritti, ricerche; approfittando di una materia vaga come la psicologia sociale e per questo adattabile a tutte le occasioni, inventava a gettito continuo seminari, consulenze, studi di settore. Ciò che produceva era più frutto di un’intenzionalità personale, che non la logica conseguenza di risultati scientifici; non ignorava di essere poco considerato come studioso, tanto quanto era invidiato per la sua capacità di rapportarsi con il mondo dell’imprenditoria e con le gerarchie accademiche. Oltre che darsi troppo da fare, ha fumato troppi sigari, bevuto troppo whisky affumicato delle isole, chissà quali poi, e sedotto studentesse. Troppe anche quelle, almeno una a settimana. Non ha mai perso tempo a chiedersi la ragione del suo successo; si è sempre lasciato vivere cercando di non toccare alcunché che riposasse nei recessi suoi e in quelli altrui. Le teorie lui le ha vendute a peso, ma ne ha sempre avuto lo stesso fastidio del barbiere per i peli sul pavimento. Le persone non s’incontrano sull’età, ma sul mistero del loro desiderio; tutto il resto, professore e allieva, marito e moglie, amanti clandestini, cliente e puttana di passaggio, sono solo gabbie per tentare d’intrappolare ciò che non si lascia conoscere. La casa in campagna, tra l’altro voluta, trovata e sistemata da sua moglie, lo ha esonerato da ogni spiegazione, da ogni ridicola bugia. Teresa, complice ignara o consapevole, lo ha lasciato fare, e quando, ogni tanto, gli rimprovera di esser ‘Frenetico, superficiale e brusco’ lui ritiene che stia parlando del sesso tra di loro. Una donna parla sempre di sesso; anche quando maschera con imbarazzanti eccessi di romanticismo o con acrobazie intellettuali non richieste, lei sta alludendo solo e soltanto a quello che ci potrebbe essere tra voi due, solo che tu gliene dessi l’occasione. A guardarla da quella finestra, la sua vita è stata una corsa esagerata, dove non hanno contato i soldi, tanti, che ha guadagnato con facilità, la carriera universitaria che ha scalato senza faticare, quanto il ritmo della novità, dello strafare, della battuta caustica, del movimento senza requie. Nessuno e niente ha mai fermato la superficialità dei suoi studi, la rincorsa sfacciata all’eccitazione, la mancanza di premura per chiunque e qualunque cosa: non uno scandalo, un dolore, un fallimento, un rifiuto, una malattia, una scenata di gelosia. Questo fine settimana lo aspetta Mariangela, un nome antico per una ragazza  disinvolta, ma lui ha deciso di non andare. ‘Hai paura di fare cilecca adesso che sei pensionato’ l’ha sfottuto ieri sera  Nadio. Si ritroverebbero un uomo maturo e una ragazza di quarant’anni di meno, senza un cazzo di romanzo a decifrare cosa facciano nudi e crudi in quel monolocale vicino all’università. Il professor Rizzo non è interessato a speculazioni talmente ovvie da essere totalmente false; se quella dissipazione di energie a un dio ignoto, che ora non giudica, non gli appartiene più, nemmeno il ripensamento fa parte del suo carattere. L’invecchiamento a cui allude Nadio che giovane non ha mai avuto il coraggio di esserlo, non lo ha mai sperimentato; le energie  stanno intatte dentro di lui, le sente circolare nelle vene, nei muscoli, nei capelli, nelle unghie. Deve solo decidere che farsene. Ci ha pensato e le alternative sono due: o si rincoglionisce come tutti, facendo finta di niente o diventa buono, meglio, fa una vita buona. Non sa dove cominciare, come quando si trova in casa e deve prepararsi qualcosa da mangiare e finisce sempre con formaggio e  mele. Sosta davanti alla finestra incapace di qualsiasi decisone: andare alla stazione a prendere Teresa, ma non l’ha mai fatto e lei sarebbe capace di aversene a male,  innaffiare quelle dannate zucchine, ma non ha idea di dove si trovi il rubinetto dell’acqua, recarsi a fare la spesa, ma gli sembra una cosa da femmina. Per fortuna arriva il contadino, Cencio, che aiuta Teresa nella cura dell’orto e finalmente le piante delle zucchine si dissetano. Lo guarda mentre vanga in profondità la terra; guarda la precisione del movimento che mette insieme l’uomo e l’attrezzo. Avrebbe voglia di provare,  ‘Professore queste non sono cose per lei’ direbbe Cencio mostrandogli le mani callose dove si sputa spesso e volentieri. No, nessuno gli darà una mano: né Cencio, né Teresa, né Nadio, né Mariangela, neanche la tanto decantata depressione da pensionamento. Se vuole fermarsi deve farlo da solo. Si guarda le mani bianche, affusolate, senza presa e si dice che deve partire da lì. Quando si chiude nel capannone per giorni, lo lasciano fare, come a un bambino capriccioso, un convalescente a cui non si può chiedere troppo. Prima lo svuota delle cianfrusaglie per poi risistemare tutto l’ambiente; si è messo un paio di guanti da lavoro in attesa che le mani si rinforzino. Lavora piano, con attenzione, non  perché sia faticoso, certo lo è, ma meno di quanto immaginasse. E’ che gli piace considerare ogni oggetto nella sua forma e consistenza, la specificità del movimento fisico atto a spostarlo. Non presupponeva che il suo corpo fosse capace di tanto; lo sente come una macchina prodigiosa capace di energia e movimento. Gli piace alzarsi all’alba e cominciare; sa che deve trattare con delicatezza, muri, tavole, intercapedini, capire come funzionano. Lavora con lentezza, respira con attenzione, mastica piano e beve lentamente. Dio come sono buoni il pane e il vino! Mentre i muri ritrovano una loro dignità dopo tanto sfregare, le tavole le venature del legno, i cardini la lucentezza e i vizi rugginosi del metallo, si riconosce una sapienza antica, quella di suo padre artigiano, che gliela deve aver passata di nascosto mentre lui si teneva ben lontano da casa, deciso a costruirsi una vita affatto diversa. Teresa lo guarda dalla finestra, Nadio alla fine è venuto a dargli una mano; se si azzarda ad ammiccare alla sua condotta sessuale, giura che gli spacca la pala in testa. Buono, mica santo. Preferirebbe essere solo; si sta guadagnando un’altra opportunità e teme che gli tolgano di mano raschietto e lana d’acciaio ricacciandolo nel vuoto di prima. Lui sta zitto, Nadio sta zitto, anche Teresa tace. In mezzo a loro questa fatica; potrebbe diventare un’osteria, o una bottega da maniscalco, oppure dopo aver sistemato tutto, prendere poche cose e andarsene a piedi a guadagnarsi da vivere a giornata. No, l’amore con Teresa ancora non lo hanno fatto; deve essere la cosa più difficile, fare un amore buono con una  donna. Un amore più lento, più profondo, più dolce di sempre.

Giusy Pieragostini: 60 anni (ma ne dimostra 23 e mezzo), due figlie, psicologa clinica, scrive per necessità e passione, ha pubblicato qualcosa, vince premi con i suoi racconti, e sogna che qualcuno le chieda di scrivere qualcosa, (quasi qualsiasi cosa pure un sussidiario per la terza elementare) per avere il pretesto di scrivere, mentre adesso deve farlo di straforo, in attimi rubati e vergognandosi pure un poco.

Commenti
6 Commenti a “Microfinzioni 2”
  1. piero scrive:

    Forse perché sto per andare in pensione ma il suo racconto l’ho trovato molto bello, toccante.

  2. lyly scrive:

    dal politicamente corretto all’amorosamente corretto……buono.

  3. Fla scrive:

    Sono lontana dalla pensione eppure il racconto è riuscito con efficacia a comunicarmi la storia di un nuovo inizio fatto di lavoro silenzioso, solitudine, recupero della semplicità. Molto bello!

  4. pippi scrive:

    tocca l’anima

  5. marina scrive:

    il racconto “ti prende e ti porta via.”….Scritto con acutezza e introspezione psicologica. Lo vedrei rappresentato in un ” corto “

  6. giusy scrive:

    Ringrazio parenti(?) e simpatizzanti, un caro saluto ai miei coinquilini di microfinzioni e un ringraziamento a minimaetmoralia che mi ha dato questo spazio e prometto a tutti che la prossima volta il ragù lo cucinerò più a lungo. Giusy Pieragostini

Aggiungi un commento