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A Miden, nel romanzo di Veronica Raimo

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«Io e il professore abbiamo avuto una storia.»

In un pomeriggio qualunque, in una casa qualunque, si accende uno dei più antichi, archetipici antagonismi: quello tra due donne che hanno condiviso un uomo. La compagna attuale, ufficiale, ha un pancione di sei mesi. L’altra, che appartiene al passato e alla clandestinità, ha un trauma per violenza finalmente denunciato e una lettera che annuncia una procedura disciplinare nei confronti dell’ex amante. Se verrà riconosciuto colpevole, il professore dovrà lasciare Miden.

Miden è il paese immaginario immaginato da Veronica Raimo nel suo ultimo romanzo: un posto tranquillo e ordinato che soddisfa tutti i criteri con cui vengono stilate le classifiche delle città più vivibili del mondo. Ogni abitante ha un lavoro, e se non ce l’ha gli ammortizzatori sociali sono robusti. L’assistenza sanitaria e il welfare sono di prim’ordine, così come l’istruzione. Tutto ciò che contribuisce al benessere psicofisico dell’individuo (la forma fisica, la socialità, l’alimentazione) è la norma non tanto per unintervento verticale dell’autorità statale, quanto piuttosto per una legge non scritta ma accettata da ciascuno: uno stato che funziona è la somma di molti individui felici e in salute. Fuori dai confini di Miden c’è invece la realtà che conosciamo noi, col suo carico disordinato di precarietà e dolore.

Appunto perché occorre in uno spazio sereno e sicuro, l’evento che colpisce il compagno, la compagna e la ragazza (in questo romanzo non esistono nomi, esistono ruoli e funzioni) ha un potenziale tellurico esagerato. Raimo ne segue lo srotolamento alternando le narrazioni in prima persona del compagno e della compagna e offrendo alla vista del lettore un doppio panorama: le ferite private della coppia e la capacità di assorbimento del trauma che la comunità è chiamata a dimostrare. Per quanto riguarda il secondo aspetto, pare proprio che Miden sia davvero il migliore dei mondi possibili: la Commissione incaricata di esaminare il caso del professore e della ragazza intende procedere con pazienza e nell’interesse di tutte le parti coinvolte e soprattutto non si assiste a nessuna esplosione di giustizialismo da strada.

Se è vero che gli studenti si schierano indossando magliette a favore dell’uno o dell’altra, si tratta di un fenomeno che viene presto riasciugato nella generale correttezza di Miden. Ciò che salta più facilmente all’occhio è che nessuno si sogna di entrare nei dettagli della relazione fra i due per decidere chi se l’è cercata e chi ha esagerato, e nessuno pretende che la propria linea di demarcazione tra consenso e sopruso possa essere esportata: i tempi in cui questi giudizi venivano considerati diritti sembrano lontanissimi. Anche il dettaglio che la denuncia sia arrivata due anni dopo i fatti non viene rinfacciato, né tantomeno portato come prova che la ragazza stia mentendo: ha capito dopo molto tempo di aver subito quel genere di violenza che ti fa sentire costretta piuttosto che darti ordini, e ora desidera una punizione. La comunità comprende e non contesta. Ciò che resta ambiguo, per il lettore ma forse anche per la ragazza, è se questo desiderio nasca dalla necessità di superare il proprio trauma o piuttosto da quella, magari nemmeno cosciente, di purificare la società perfetta di Miden da un elemento eversivo.

Il problema del consenso è molto dibattuto e le posizioni sono troppe per poter essere riassunte. Trovare una soluzione è difficile soprattutto perché il gioco del sesso non ha più regole condivise e se è vero, come molte persone sostengono, che questo momento è cruciale per la loro ridefinizione nel frattempo siamo destinati a fraintenderci proprio nel passaggio più importante dei nostri incontri: quello in cui ci comunichiamo, con vari linguaggi, i nostri desideri. Per ora lo scambio sembra essere asimmetrico: chi dà per scontato non domanda e di contro chi ha timore del giudizio non è assertivo. Per questo la ragazza può capire in ritardo di essersi sentita costretta a compiere azioni che non desiderava ed è sempre per questo che il professore può, in perfetta buona fede, cadere dalle nuvole e non ricordare altro che entusiasmo, figurarsi coercizione. Non è dunque una faccenda di vittime e colpevoli, e Miden è una società così avanzata da averlo compreso e da prendere provvedimenti adeguati: non vorrà giudicare il fatto in sé, vorrà piuttosto capire se il professore è nel complesso un individuo adatto al tessuto sociale in cui ha chiesto di entrare a far parte.

Sebbene tutto si svolga col minor spargimento di sangue possibile, questa forma di controllo sottile ma pervasivo che Miden esercita sui suoi abitanti assume presto il carattere di distopia. Sembra chiaro che questa socialdemocrazia felice non potrebbe essere così ricca, prospera e sicura se allentasse la presa, ma è impossibile non notare che la strada che Miden sceglie di percorrere per giungere all’eliminazione del conflitto e alla creazione della sicurezza per tutti e tutte è fatta di soppressione delle differenze e dell’esuberanza. La compagna arriva a Miden per una vacanza indossando collane e lunghe gonne (sui cui orli si raduna un po’ dello sporco del pavimento, nota il compagno con un lieve disgusto), ma quando ci si trasferisce dovrà adeguare l’abbigliamento a quello più morigerato delle donne locali, in ossequio a una desessualizzazione del corpo che porta dritto verso la solo apparente contraddizione di un atto sessuale desessualizzato. Nella lingua di Miden c’è una parola traducibile all’incirca come “accogliente”.

Accogliente dev’essere una casa e accogliente dev’essere anche il sesso: sicuro e confortevole, ma evidentemente mai furioso. Chiaro dunque che la ragazza, nata e cresciuta a Miden al contrario del professore immigrato, si lasci crocifiggere nuda a un cavalletto da pittore ma poi riconduca il ricordo di quella esperienza nella casella della violenza: non ha altri codici, non le sono stati insegnati. Il sesso meno dolce e affettuoso, che esiste e non è affatto sinonimo di sopruso, è stato affrontato e normato da Miden direttamente con la messa al bando di chi lo pratica, anziché con la condivisione di una cultura del consenso. Il sogno di inclusività e sicurezza dei fondatori del paese è così degenerato in uno stato etico che nelle sue forme più blande incoraggia lo sport ma in quelle più estreme revoca la cittadinanza ed espatria nel giro di due settimane chi non si comporta bene in camera da letto.

Che a Miden, oltre che la società, si sia rifondato anche il linguaggio è un punto fondamentale. Il linguaggio va immaginato daccapo perché quello che conosciamo noi è maschile e riflette il predominio dell’uomo oltre che la centralità della sua esperienza (rispetto alla quale si definiscono tutte le altre, innanzitutto quella femminile). Una società che si proponga di essere equa e di mettere l’uomo e la donna sullo stesso piano non può rinunciare all’abbattimento del fallologocentrismo come unica pratica in grado di far emergere la voce femminile, finalmente autonoma e sicura. Il cammino della compagna, ridotto all’osso, non è che la conquista della parola: la donna che nel primo capitolo afferma «non so nemmeno i nomi degli oggetti, anzi, so solo i nomi, ma non so a che si riferiscano, parole che dovrebbero evocarmi qualcosa e che per me restano parole e basta», sarà in grado, nel bosco, di urlare così forte da annullare la voce del compagno.

Viceversa, un paese in cui le espressioni della mascolinità del compagno non sono tollerate è anche un paese in cui lui si sente sempre più a disagio nell’esprimersi: in più occasioni dubita infatti delle metafore o delle frasi che adopera domandandosi se siano banali, come se intuisse che è ora il suo sistema di segni ad avere un referente assente. È quindi il binarismo e non un ben più banale triangolo il nodo gordiano del romanzo, che quindi si esprime con l’alternarsi di due, non tre racconti in prima persona. L’esclusione della ragazza dalla dignità del ruolo di narratrice è una mossa spericolata che scopre il fianco a diverse critiche, tra cui quella di ignorare la persona più pesantemente colpita dall’abuso per concentrarsi su chi fa i conti con danni collaterali, ma è anche quella più coerente se non l’unica possibile.

Come tutti i grandi romanzi, Miden ha più porte d’accesso: c’è una possibile lettura nella cornice degli studi di genere, viene introdotto il problema politico dello stato etico e con un po’ di coraggio si possono sollevare questioni più squisitamente filosofiche — tutto questo senza mai allontanarsi troppo dalla vicenda di un tizio che viene accusato di violenza sessuale e deve risponderne con la compagna e con le istituzioni. Veronica Raimo, in poche pagine e poche parole, lancia provocazioni pesanti e difficili da raccogliere, tirando fuori a forza il lettore da schematismi e semplicismo. Il mondo raccontato è gravido di morte come la talpa nel bosco, ma c’è una piccola speranza nell’esperienza individuale e questo è l’unico sorriso che ci è concesso.

Gloria Baldoni è nata ad Ancona, si è trasferita a Bologna per studiare Lingue e Letterature straniere e poi è rimasta lì a occuparsi di tutt’altro. Si interessa di cinema orientale, storia moderna e contemporanea, politica e femminismo. Nel 2017 è entrata nella redazione di inutile.
Commenti
3 Commenti a “A Miden, nel romanzo di Veronica Raimo”
  1. Vlad scrive:

    un uomo sa benissimo quando c’è il consenso e quando non c’è quindi chi molesta è consapevole di quello che fa. si capisce sempre quando c’è il consenso, l’entusiasmo per il sesso non si puòsimulare: o c’è o non c’è

  2. Gabriele scrive:

    Mi sembra un bel problema quello posto dal libro: la società collettiva può capire fino in fondo le ragioni individuali e agire in base a quelle e non in base a leggi?

  3. celeste scrive:

    Un libro di una noia mortale, prevedibile fimo allo stremo Ho trovato terribile la descrizione dei personaggi che avviene molto di più attraverso le parole dell’autrice (didascalica e sempre trattenuta) che da come dovrebbe farci immaginare la narrazione delle loro azioni. Posizioni all’interno della storia. Tutto scontato. Ho visto il libro nella libreria di amiche esposto a suo tempo fra le novità Mondadori. Accanto troneggiava fiero e sublime “salvare le ossa” della meravigliosa Ward. Non so come dire. Infatti non aggiungo nulla. Pietà per noi lettori! Usciamo dalle conventicole e diamo respiro all’arte. Ne siamo circondati.

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