1cm

Milano Brucia

1cm

di Silvia Pelizzari

Eccola: dorme. Il corpo sul divano in una posa plastica, scomposta, la bocca aperta e la bava che le esce da un angolo. La casa è attraversata da una luce gialla, entra dalla finestra, le tocca la gamba destra.

Si sveglia per l’odore di bruciato che crede un sogno. La TV è accesa dalla sera precedente e Anna si guarda attorno, allunga la mano verso il pavimento, tasta il niente. Trova il telefono e guarda l’ora: sono le 11.50.

Ha la bocca impastata, gli occhi appiccicosi, uno strano fastidio al petto e le mani informicolate, apre e chiude i pugni per riattivare la circolazione.

L’odore di bruciato è forte ma lontano, è quello di un fuoco spento che si è già mangiato tutto. Si fa più intenso mentre attraversa la stanza ed è sporgendosi sulla porta della camera che trova i resti; il letto e il materasso ridotti a uno strato spesso di cenere scura. Non ci sono segni della causa dell’incendio, nient’altro è stato toccato dalle fiamme. A terra c’è solo un rettangolo preciso, nero. Dentro ogni cosa è senza forma, fuori tutto è vivo.

Anna è ferma sulla porta, i pantaloni della tuta infilati nei calzini, i capelli arruffati, le mani appoggiate sui fianchi mentre guarda a terra.

Quando torna in salotto, la TV sta trasmettendo un’edizione speciale del Tg. La giornalista ha una camicia azzurra e un rossetto leggero, parla di incendi anomali scoppiati nella notte a Milano; cause da accertare, luoghi in apparenza non collegati tra loro. Anna mangia uno yogurt con un gesto meccanico, vasetto-bocca, vasetto-bocca, il suo braccio si muove da solo, conosce perfettamente la distanza che deve coprire. Non guarda mai il cucchiaio, fissa la TV con uno sguardo vuoto.

Mentre si spoglia sente i pensieri molli, hanno la stessa consistenza dello yogurt. Deglutisce con la sensazione di buttare giù anche loro, perderli mentre scendono nella trachea fino a scomparire.

Quando apre l’armadio lo vede sezionato, tranciato in due. Una parte intatta, i vestiti appesi uno vicino all’altro, i colori vivi delle stoffe, il profumo dell’ammorbidente che sente se si avvicina. L’altra è scomparsa, vuota, ai piedi dell’armadio la cenere scura, le cose ridotte al minimo del loro volume possibile.

Alcuni ricordi sono come il sangue per gli squali, invadono la nostra orbita e non riusciamo a fare a meno di seguirli, di venirne accecati. Uscita di casa il suo corpo traccia un percorso preciso, come fosse legata a un filo e qualcuno la tirasse. Lei non fa resistenza, sa cosa deve fare, costeggia i palazzi sporchi e tocca il marmo freddo, trascina la sua mano lungo tutto il perimetro del muro sentendo la consistenza, la temperatura, i diversi volumi delle cose sotto il suo tocco.

È settembre e le foglie verdi sugli alberi diventano color argento quando l’aria ci passa attraverso; fischiano, o così le sembra. Una melodia che non riesce a distinguere, coperta dal rumore della saracinesca di un fioraio ambulante che si abbassa.

Cammina lungo tutta Via Ceresio, attraversa la piazza ed entra al cimitero Monumentale; affretta il passo. Subito dopo il famedio, nell’emiciclo centrale, si è accalcato un capannello di gente.

“Cosa è successo?” chiede a un uomo. Ha in mano un annaffiatoio verde muschio e addosso un abito elegante, scuro, che vicino alle caviglie è bianco di polvere e ghiaia. Le sembra una domanda lecita, una domanda che farebbe chiunque, e non le importa della risposta, sta già guardando oltre la fontanella, oltre lo scroscio dell’acqua e il rumore che fanno i passi sul pietrisco.

“Uno degli incendi”, risponde lui, e fa un cenno alzando il mento verso l’ala di levante. “C’è un gran via vai da stamattina”.

Anna accenna un sorriso per ringraziare, si guarda attorno e cammina verso un punto preciso. Hanno legato un nastro bianco e rosso attorno agli alberi, a proteggere la zona andata a fuoco. Lei si fa spazio tra la gente aiutandosi con le mani, tocca una donna con la mano alla bocca, gli occhi spaventati dall’incomprensibile, l’espressione di mistero e timore in un luogo sacro.

Due uomini parlano tra loro a bassa voce, lei ci passa accanto torcendo il suo busto per infilarsi nella piccola apertura tra i loro corpi, li sente pronunciare “combustione”, “gradi di fusione”.

Poi la vede: la terra bruciata davanti a quel nome. L’edera sulla tomba sparita, il nero che si è preso spazio, che si è dilatato come una spugna.

Anna sente l’odore di profumo scadente, dolciastro, contrae i muscoli del viso mentre trattiene il respiro e fissa la tomba, quel nome. Fissa la terra attorno e quello che non c’è più. Chiude gli occhi per un attimo, poi li riapre e se ne va.

In via Bramante prende il tram numero 14. Trova posto in fondo, si fa più piccola stringendosi nelle spalle. Cerca online notizie più precise, una mappa dei luoghi degli incendi, mentre un’altra prende forma dentro di lei, anche se cerca di non guardarla, di non vederla accendersi in punti precisi, luminosi come una supernova che esplode.

Scende in Via Torino e cammina verso il Duomo. Ha un modo di camminare che sembra quello di certi insetti, i passi piccoli e veloci la fanno sembrare nervosa, frammentata, come se potesse scomporsi da un momento all’altro in tanti pezzi, o liquefarsi sull’asfalto ricomponendosi in forme diverse, modi sempre nuovi. Dall’altro lato della piazza la gente è raccolta da un lato preciso, un angolo preciso, e Anna sente i battiti accelerare, le viene da piangere e piange, si asciuga le lacrime con la manica della giacca, sente le cuciture dure graffiarle la faccia. Si fa spazio tra i ragazzini con lo smartphone che immortalano il marmo annerito, la cenere di qualcosa che non esiste più, anche se nessuno capisce cosa sia. Anna sente il sangue arrivarle alla testa, la gola che si chiude come una pianta carnivora, la saliva scomparire e ritornare solo se si concentra, se la richiama col pensiero da sotto le gengive, da spazi nascosti della sua nuca. O forse è il sangue dei ricordi, e lo squalo non è lei. Allora corre per tutta Via Cordusio e Via Dante, sbatte addosso ai turisti senza chiedere scusa. Sente una musica di violini che scandisce il ritmo dei suoi passi, che aumenta o diminuisce a seconda della velocità che detta alle sue gambe e al suo respiro.

Arriva al Parco Sempione con il fiatone, deve fermarsi un attimo, appoggiare le mani alle ginocchia, guardare verso la terra e provare a respirare con la bocca aperta, provare a cercare l’aria dove non c’è, mettere a fuoco le foglie e i fiori che sembrano sovrapporsi, duplicarsi, allargarsi e rimpicciolirsi.

Quando rialza lo sguardo, un uomo sta srotolando il nastro bianco e rosso attorno a una panchina che non esiste più. Eliminata come un fastidio, come se il tentativo fosse non farla esistere nemmeno nel passato.

Anna guarda il vuoto rimasto, si chiede se esista una scala Farenheit anche per i ricordi, se si deformino o esplodano a certe condizioni, se possano essere estratti come denti in ascesso.

Poi c’è quella libreria in Ticinese, ma solo lo scaffale delle Letture Einaudi, e il tavolino di quella pizzeria vicino a Cadorna, gli sgabelli alti del bar in Sarpi, un lampione all’angolo di una strada in Porta Venezia. Anna corre da un posto all’altro, sale e scende su tram e vagoni di metropolitane con i battiti che continuano a crescere e a diminuire, mentre la gente mangia, bacia, ride, litiga, piange. Mentre Milano brucia e dentro di lei un buco nero si allarga e i ricordi si deformano, sembrano plasmarsi dentro mentre cambiano fuori. Li sente modellarsi come plastilina, allungarsi e girarsi su se stessi; appiattirsi e sparire, prima di rigonfiarsi e salire in aria.

Quando rientra a casa è sera, sente la stanchezza tirarle le ossa, ha un’espressione seria e certe rughe che si marcano sulla sua fronte. Butta le chiavi sul tavolo, sente il rumore del metallo sul legno, toglie le scarpe sfilandole con l’altro piede, senza slacciarle. Entra in camera e si siede per terra, nella parte non toccata dal nero.

Ha la schiena appoggiata al muro, le ginocchia piegate, le braccia sulle gambe. Guarda i resti del letto come se non fosse il suo. Poi accende una sigaretta e ricorda.

Ricorda di quella volta in cui rientrarono ubriache da una festa e fecero l’amore con foga proprio lì, nel mezzo, ma più sul lato sinistro. Di quando Chiara le disse “ti desidero così tanto che ti vorrei entrare sotto la pelle” e ricorda di quanto pianse, Anna, quella notte, al pensiero di quello che aveva sentito pronunciare dalla sua bocca; da lei, che non si sbilanciava mai. Avevano dormito nude, abbracciate strette, e quando Anna si era svegliata e l’aveva vista rannicchiata nel suo abbraccio — i suoi capelli biondi come tentacoli di una medusa sul suo corpo — pensò che avrebbe voluto tirare il tempo come fosse un elastico, allungarlo all’infinito in modo che quella notte non finisse.

Ricorda di quando avevano camminato al cimitero monumentale un mercoledì pomeriggio di qualche anno prima e avevano inventato storie sui morti guardando le sculture sulle tombe. Quando ne avevano trovata una particolarmente stramba, Chiara si era seduta a terra imitandone la posa, e Anna aveva riso così forte che la saliva le era andata di traverso, aveva iniziato a tossire, aveva pensato “ti amo così tanto che non so come fare”.

Ricorda di quel giorno in piazza Duomo, i loro silenzi pesanti come il cielo grigio piombo. Sedute sul bordo di marmo Chiara le aveva acceso una sigaretta con un fiammifero, le aveva detto: Esprimi un desiderio. Poi era stato il suo turno, e Chiara aveva chiuso gli occhi esprimendo un desiderio, chissà quale. Anna sperava fosse lo stesso, oppure diverso, ma che portasse allo stesso punto, o che nascesse dallo stesso punto prima di andare altrove, un labirinto sotterraneo che non poteva vedere ma in cui confidava sempre. Avevano rimesso i due cerini nella scatola, al contrario, l’avevano richiusa guardando l’immagine della balena disegnata su quel lembo di cartone. Poi avevano fumato senza parlare, guardando in alto, le antenne della Galleria e le colonne corinzie, le terrazze e gli archi, le bifore, fino a guardare i loro piedi.

Ricorda un giorno freddo, sedute su una panchina al parco. Avevano cercato un posto davanti all’acqua. Lo facevano sempre quando la terra iniziava a tremare, ascoltavano il suono delle cose guardando un fondo che non riuscivano a vedere. Erano rimaste in silenzio con la paura di dire qualcosa di irrimediabile e la paura di non dire qualcosa di necessario. E quando si erano alzate Anna aveva pensato: non voglio perderla. Aveva pensato: la perderò.

In bagno si specchia. Si lava la faccia con l’acqua fredda e pensa ai ricordi che non ha più. Che esistono ancora, da qualche parte e dentro di lei, che continueranno a esistere sempre, eppure deformati, come gli orologi di Dalì. Si chiede se il dentro possa cambiare il fuori, e quanto tutto possa esistere anche al contrario; se sia un flusso continuo, vasi perennemente comunicanti, o se funzioni solo in un unico senso, un reticolato percorribile solo in un verso.

Ripensa agli incendi, ai suoi ricordi, si chiede se sia stato il suo rancore a farli brillare come mine in un campo notturno, a farli aprire come bulbi a velocità aumentata, prima di incenerirsi.

Ora apre la porta che scende in cantina, le scale ripide che le hanno sempre fatto paura. E tutto è identico a sempre, immutato da prima che i suoi morissero. Il tempo appoggiato e accumulato sulle cose, i granelli di polvere che si illuminano come lucciole.

Sposta la tenda da campeggio e vecchi quadri, gli sci di suo fratello e il trapano che non sa usare, i Tex che suo padre leggeva quando era malato, i libri di scuola che deve buttare.

Si fa spazio tra cose dimenticate, vite precedenti che non abita più. Ricordi che non esistono se non nella forma di un’eco lontana.

Sposta ogni cosa, allunga il braccio. Prende due taniche di benzina e tre scatole di fiammiferi.

Poi, quando è buio, esce di casa.

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Silvia Pelizzari è nata sul lago di Garda nel 1983 e vive a Milano.
Ha scritto su alcune testate, tra cui Pagina99 e Huffington Post, e ha co-diretto Finzioni Magazine.
Ha partecipato all’antologia di racconti “Brave con la lingua” (Autori Riuniti, 2018). Sta scrivendo il suo primo romanzo.

Commenti
2 Commenti a “Milano Brucia”
  1. Barbara scrive:

    Molto toccante…mentre leggevo mi sembrava di essere un quella stanza 👏👏👏👏

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