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Milano malìa: Una conversazione con Alberto Rollo

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di Giulia Cavaliere

Questo pezzo è uscito su Linus, che ringraziamo.

Un’educazione milanese è l’opera prima di Alberto Rollo, mi­lanese, che di libri ne ha fatti nascere molti ma sempre scritti e firmati da altri. Oltre vent’anni trascorsi in Feltrinelli, di cui è stato direttore letterario, oggi è approdato in Baldini e Castoldi. Nel frattempo guadagna il suo posto meritatissimo nella cinquina del Premio Strega, con un racconto milanese che va ascritto nella rosa della migliore letteratura mai pro-dotta intorno e dentro la città. Lo sottraggo al vortice della vita a Casa Bellonci (dove ha sede la fondazione che organizza il Premio Strega, il cui vincitore sarà già noto nei giorni in cui ci troverete in edicola, Ndr) per una colazione dalle parti di Por­ta Romana, a Milano, con l’intento di farmi condurre nelle viscere della città, usando il libro come mappa politica ed emotiva.

Nell’introduzione scrivi che Milano ha sempre faticato a dirsi: dove vanno cercati i motivi di questa difficoltà?

Certamente è una metropoli complicata, con un’identità ur­bana sempre più lontana e una più vicina e complessissima identità metropolitana. Il conflitto, per esempio, tra «mene­ghinità» e milanesità è enorme perché la prima non riesce in alcun modo a includere tutto ciò che Milano ha continuato a essere e l’altro aspetto i narratori tendono a descriverlo co­me fondale e non come anima. O siamo troppo folclorici o siamo quelli che «la sterminata e disperata periferia milane­se…», c’è in mezzo qualcosa che è difficile da dire, io a ogni giro di pagina mi sono ripetuto: «vedi dove metti i piedi!», lascia che parlino la tua biografia e quella della città.

Se dovessi dire dove sono le migliori parole spese per Mi­lano parlerei di tanta poesia, tanto cinema, tanta musica: io ti vedo come un’alga blu in un autobus nella marea della sera a Lambrate, cantava Leo Ferrè. Tanti versi e meno prosa.

Lo chiamerei racconto più che prosa e il racconto italiano è giovane, siamo arrivati ad avere dei veri e propri storyteller non più di vent’anni fa, prima ci sono bellissimi romanzi in cui molto spesso c’è la cosa e non il come e, se ci pensi, che cosa i nostri romanzieri sono riusciti a raccontare molto be­ne? La sterminata provincia cui apparteniamo. Lì sì, sono venute fuori cose eccezionali. Cito solo Bassani, ma ci siamo capiti. Però non è vero che non ci sono stati tentativi, soprat­tutto, come dicevi tu, nella poesia. Penso a Sereni, Raboni e tutta la Linea Lombarda – come venne chiamata anche un po’ impropriamente. Lì ci sono forme di microracconto di cosa può essere questa città. Poi non voglio dimenticare Te­stori, che cito nel libro e che è stato, ci piaccia o no, il vero narratore di Milano, e a più livelli, come racconto dell’arte, delle periferie, come racconto linguistico. Testori ha inven­tato una lingua. Per fortuna, purtroppo post mortem, negli ultimi anni c’è stata attenzione nei suoi confronti. Come au­tore milanese, in senso profondo, non trascurerei Buzzati.

Non senti una questione formale, come se la frammenta­rietà di Milano non fosse ancora riuscita a esistere nella prosa, nel racconto ma nei versi sì, per esempio?

No, secondo me prima o poi il grande romanzo milanese arriva, credo che non sia ancora stato scritto, dobbiamo aspettare.

Mi ha colpito il fatto che tu abbia scelto l’indeterminativo «Una». Un’educazione milanese e non L’educazione milane­se: tu come frutto di quest’educazione milanese, anche in relazione a tutte le altre educazioni milanesi, un discorso anche di classi.

L’articolo è consustanziale, per una ragione molto semplice: il mio non è un saggio, non è un libro politico, ma vuole es­sere, appunto, un racconto, e quell’«una» di «un’educazione milanese» riconduce a qualcuno di preciso, cioè a me: per poter parlare di quelle diverse educazioni, non potevo che partire da chi conosco meglio. Sappilo: nessun understate­ment, semmai la «presunzione» dell’appartenenza.

Indeterminazione che determina te, OK, ma addirittura presuntuoso?

Beh, sì, quando dico che il tessuto connettivo di Milano è ancora ed è sempre stato sano, riconduco questo suo stato felice al fatto che lì sotto è passata anche quella cultura ope­raia da cui io prendo le mosse e di cui io parlo nel libro, quin­di, nel mio caso, un’educazione milanese è l’educazione mi­lanese che viene dalla classe operaia d’appartenenza, quella di mio padre.

Però questa cultura non esiste più, e allora com’è riuscito, secondo te, il tessuto connettivo, a restare sano?

Non è rovinato perché non è la semplice tradizione operaia, ma quella fortissima percezione del lavoro che è di quella tradizione e cambia le cose, che le fa cambiare, ponendo le premesse. Io in certe aree del pubblico e del privato, degli imprenditori e di quelli che lavorano negli ospedali, nella sanità e in alcune aree della scuola, sento, percepisco in ma­niera netta, che questa cultura del lavoro è passata, continua a passare. Quando mio padre mi diceva che dentro le fabbri­che succedeva tutto, accadevano le cose importanti, certa­mente immaginava cambiamenti nel futuro, ma era sicuro che le cose sarebbero cambiate perché chi stava lì dentro sa­peva benissimo che cosa fare! Fare era una parola chiave.

Dove, oggi, in questa Milano senza fabbriche, un padre potrebbe portare suo figlio, per fargli capire quello che tuo padre desiderava che tu capissi?

La risposta è quasi tremenda: io non lo so. Io ho ricevuto quell’educazione, quella è stata la mia, quella che io posso raccontare. Le forme in cui ora la città diventa educativa è qualcosa che io non posso proprio dire.

Chi scriverà, secondo te, dell’educazione milanese che Milano sta impartendo oggi? Ho pensato che dovrebbe essere chi arriva da lontano, chi cerca qualcosa qui, non i figli dei figli dei figli.

Sì, chi arriva, tantissimo. Ora non abbiamo più classi, c’è solo una forbice sociale, i ricchi e i poveri, quelli che metto­no radici e quelli che guardano. Metti un signore del Ban­gladesh in via Pellegrino Rossi, dove s’intravede tutta la pro­spettiva che conduce a Porta Volta: cosa gli dirà? Cosa dirà di diverso, di simile o di nuovo rispetto a quello che diceva a me il turbinio dell’acciaio di Greco e cosa dice a suo figlio?

Qui forse non si tratta solo di Milano, si parla di qualcosa che la letteratura di questa nazione ora necessita.

Sì, certo, sono gli occhi nuovi che ci mancano. Nel libro di­co che per osservare è fondamentale avere occhi diversi, gli occhi normalizzati dalla «comunicazione» non servono, se non a creare altra comunicazione.

Che cos’è la comunicazione?

Rendere visibile l’invisibile, in senso buono e cattivo. I gran­di pubblicitari sono quelli che, non solo fanno felice un’a­zienda, ma rendono pubblico ciò che è nascosto. Quando Bill Bernbach fece quella pubblicità della Volkswagen, con quel copy «Think small» ebbe una grandissima idea: rese vi­sibile qualcosa in una prospettiva diversa. Il problema è che non è rimasto molto invisibile, a partire dalla Milano da be­re fino alle pubblicità Expo, tutta un’enfasi nei confronti di ciò che non c’è e non nei confronti di ciò che ha valore e do­vrebbe uscire, essere mostrato. Direi che lì si entra in quella forma di assuefazione per cui si mette il segno «+» a ciò che non si sa se è davvero «+».

Nel libro dici che la tua educazione milanese si è conclusa quando è finito il tempo della vita in cui si è educati. Dav­vero si può smettere di essere educati da Milano?

Bambino e ragazzo sono materia sensibile all’educazione. Quando smetti d’imparare per essere educato inizi a studia­re e a sapere: quindi dopo l’educazione c’è il sapere, qualcosa che acquisisci. Le scelte che fai.

Il tuo lavoro in editoria, in questo caso.

Sì, esatto, la mia scelta: sono scelte anche dolorose a volte, c’è chi mi ha detto che ho tradito mio padre e la sua classe e que­sto perché lui aveva un futuro per me. Io però non credo di averlo fatto, le trasformazioni di allora erano tante e la misce­lazione sociale era fondamentale e quindi l’educazione si tra­sforma in ciò che fai nella vita: ora io faccio parte del tessuto vivo della città e devo trasmettere, soprattutto implicitamen­te, se credo in ciò che faccio, le mie visioni conflittuali.

E Milano che ruolo ha in questa post-educazione?

Ora qui mi lascio andare: non credo potrei riuscire a vivere altrove, ho sempre riconosciuto in questa città la sua e insie­me la mia contraddizione in una sorta di corrispondenza che ho accolto; sono stato bene ogni volta, in ogni passag­gio, sono stato bene in modi diversi, anche quando qualcosa non mi piaceva. Anche il discorso che si sente spesso sulla nuova architettura, hai presente? Quel brontolio continuo contro le archistar e i nuovi progetti, io non sono così con­vinto che sia una buona cosa, io a volte cammino in questa città – e ci cammino moltissimo – e mi sento spaesato e mi piace questo non riconoscerla, penso si sia data una svolta, penso che come Berlino sia diventata una mappa a cielo aperto dell’architettura contemporanea in cui puoi dire «quest’edificio non mi piace, ma mi piace quello lì a fianco».

Beh, ma accade perché questa, io credo, è la più intima voca­zione di Milano: il continuo sbatterti di fronte ai contrasti, portarti a guardare da una parte e poi dall’altra senza pace.

Penso di sì, lo penso anch’io e ancora mi riconosco in quello che racconto nel libro, quell’andare a vent’anni alla ricerca del­la «posizione Boccioni». Che erano anche i vent’anni di Boc­cioni. Quell’istinto alla ricerca e al guardare è ancora tutto vi­vo e di fronte al quel taglio prospettico si riaccende la stessa sensazione.

Mi sento continuamente iperstimolata da Milano. È co­me se dovessi sostenere un innamoramento perpetuo, è qualcosa di fisico che ha a che fare molto con le case, il klinker dei palazzi, le fi­nestre. Non c’è niente di immobile ma è continuo fiato sospeso. Uno dei grandi pregi del tuo libro è che riesce a restitui­re questa idea viva della relazione emo­tiva con la città. Sei ancora innamorato di Milano?

Sì, è la stessa cosa che dici tu, una sensa­zione cosale, fisica, qualcosa che esula da questioni politiche o amministrative con cui posso essere più o meno in sintonia. Il breath taking di cui parliamo è qualcosa che afferisce a una dimensione romantica che io credo sia necessaria, è una dimen­sione che deve esserci, come nella canzo­ne di Billy Joel New York State of Mind, per me è così: que­sto romanticismo è quello per cui vai in giro a prendere il giornale e la città già ti appartiene, quando sei nel tuo quartiere e ti senti parte di qualcosa di più grande… lì a me viene lo state of mind.

In cosa Milano non ti ha educato?

In ciò che spesso coincide con l’amministrazione pubblica, aldilà di certe amministrazioni illuminate, e delle battaglie politiche in cui mi sono riconosciuto. Ora la dico grossa, ma io vado orgoglioso del cardinal Martini perché, a partire dal suo state of mind di Milano, ha creato un rapporto con i laici fondamentale, lavorando in alto e in basso e creando una vera comunità. Mi piacerebbe che la sinistra milanese, di cui faccio parte, fosse più nelle cose e meno nelle dichiarazioni, perché qua è più facile fare le cose: pensa a Caserma Mon­tello, all’accoglienza ai migranti. Lì si è visto che manca quella comunicazione che rende evidenti possibili risultati. Sono convinto della grande sensibilità di Milano.

A un certo punto, nel libro, con il tuo amico Marco, imma­ginate un futuro in cui insieme – lui con l’architettura e tu con il tuo lavoro editoriale – potrete portare Milano dentro le vostre vite e, in qualche modo, insieme, rappresentarla. Senti di aver risposto a quelle tue aspettative di ventenne?

Sì, direi di sì, abbastanza, nel mio piccolissimo. Io ho sem­pre voluto lavorare nell’editoria, all’inizio lavoravo nel giornaletto della Pirelli che si chiamava Vado e torno, il mensile per gli autotrasportatori, un giornale intelligentis­simo che faceva servizi bellissimi – alcuni li ho fatti anch’io. Ricordo un pezzo lungo sulle trattorie dei camio­nisti o uno dentro la Falck, finalmente vedevo gli altiforni! Credo sia anche abbastanza significativo il fatto che io sia poi andato a lavorare nell’azienda della famiglia Feltrinelli, una famiglia dell’alta borghesia milanese cha ha «fatto» Milano, molto prima della casa editrice.

Forse questa è la risposta da dare quando ti dicono che hai tradito tuo padre.

Sì, abbastanza.

Voglio chiederti una specie di formula dell’elisir di lunga vita ma applicata alla letteratura: sei riuscito a scoprire, in tanti anni da direttore letterario, qual è la for­mula per parlare del passato senza affoga­re nella nostalgia? Sarebbe bello se la no­stalgia smettesse di essere un tabù ma forse, perché ciò accada, dobbiamo impa­rare a veicolarla un po’ diversamente.

Come sempre serve essere molto lucidi: io non posso non provare e devo esprimere commozione per il me stesso diciottenne, ma un conto è questo e un conto è far di­ventare questa commozione il filtro totale del racconto del passato. C’è la forma prou­stiana del passato, verticale, che ha usato lui per tutti e poi c’è il passato orizzontale, come fa Annie Er­naux: vera chirurgia sentimentale. Quando mi sono accorto, che veniva a galla la tentazione della nostalgia, ho sempre cercato di verificare che fosse di primo grado: alla nostalgia bisogna arrivarci. Ho lavorato – e mi commuovo anche, adesso, a parlartene – con Ermanno Rea, al suo ultimo ro­manzo che poi abbiamo chiamato proprio Nostalgia. Lì il sentimento coincide con la resa dei conti prima della morte. C’è sempre il passato cui apparteniamo disperatamente, ma se non c’è un altro filtro sono convinto che quel sentimento si spenga.

Ora che hai iniziato a scrivere continuerai a farlo?

Non credo, non in questa guisa. Andrea Gentile del Sag­giatore mi ha chiesto di introdurre la nuova edizione de La verifica dei poteri di Fortini e io ho accettato con entusia­smo. Ci sto lavorando.

Perché Manni? Perché un piccolo editore? Una fuga dall’altro mondo – cioè quello della grande editoria in cui lavori da decenni?

Non volevo che questo libro fosse un’operazione, non volevo assecondare la necessità che ha ispirato Un’educazione mila­nese e poi andare da un grande editore e sottoporla come opera già realizzata. Ho parlato con Agnese Manni e ho detto: ho questo progetto che parte da un articolo concepito per la rivista Linea d’ombra. Che ne dici? Lei mi ha aspettato.

Avevi il demo.

Esatto! (ride, Nda) Allora non lo sapevo ma lo era, gli ho chiesto cosa pensassero del fatto che avrei voluto continua­re il demo e loro erano entusiasti. Poi sono passati due an­ni. Per me era significativo uscire con loro anche perché una parte dei mio sangue è leccese. Un’operazione roman­tica, vogliamo chiamarla così?

P.s.: secondo Tommaso Labranca il grattacielo Pirelli – raffi­gurato da MP5 a pagina 79 – era il palazzo più bello del mon­do. Di Tommaso Labranca, scrittore a noi caro scomparso la scorsa estate, parleremo sul prossimo numero di agosto.

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