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A Milano, nella pioggia: “Follia maggiore” di Alessandro Robecchi

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di Marta Fana

Piove troppo a Milano. E con la gravità la pioggia sfianca un pezzo di città, quello che non può rifugiarsi sotto i cartelloni pubblicitari che la invadono, quello che non può permettersi di guardarla dalla suite di un hotel a Porta Venezia. È il modo in cui la presenta Alessandro Robecchi – giornalista e scrittore che non ha bisogno di presentazioni – nel suo ultimo romanzo Follia maggiore (Sellerio Editore, pp.390, 2018).

Con una scrittura agile e pungente e uno stile melanconicamente romantico, Robecchi getta uno sguardo dentro la città, i suoi corpi e le sue ossessioni. Così, mescolando con abilità il genere noir e il romanzo sociale, è in grado di indicare le sbavature che emergono oltre il luccichio di un’ipocrita moralità. Un ceto medio che si condanna perché non vede altra via, non accetta di cambiare mentre i rimpianti attraversano le vite dei protagonisti, sempre più insistenti man mano che passa il tempo, che le settimane si riducono di mezzo centinaio per anno.

Giulia Zerbi è una donna bellissima che muore ammazzata in un agguato finito male per mano degli scagnozzi di uno strozzino a cui si era affidata per mantenere il suo tenore di vita e quello della figlia, aspirante cantante lirica. È la morte della classe media, una parte della vecchia piccola borghesia, che ha dato tutto pur di non rimanere schiacciata in basso, impoverita. Da qui comincia la profondità della scrittura di Robecchi che attraversa la vita privata dei propri personaggi e quella pubblica della collettività. Giulia Zerbi che nella vita privata ha un sussulto di dignità di fronte a quell’uomo, che sarà il vecchio Serrani, amante di un tempo, colui che nella vita ha nascosto, spostato valigie piene di soldi, milioni, miliardi.

Lui che è abituato a possedere più che ad avere, come si addice ai ricchi, e lei che non cede ad essere qualcosa di qualcuno nonostante l’amore, sfrenato, lo stesso che lascerà, a lui, ferite che “fanno infezione”. Perché alcuni amori sono così, indipendentemente dalla classe sociale. Ma Giulia cede di fronte al proprio status sociale messo in discussione materialmente finendo nelle mani degli usurai. È il simbolo della piccola borghesia terrorizzata dal vedersi allo specchio più povera, perché l’amore può finire ma lo status no. È il sogno della mobilità sociale verso l’alto, che non rivendica alcuna autonomia, né dignità.

Ma accettando questo gioco sarà sempre qualcuno più ricco a salvarti dalle macerie, come succederà alla figlia di Giulia, Sonia, a cui nella disgrazia sarà offerto tutto all’improvviso senza che debba mostrare nulla di più. È brava Sonia, meriterebbe comunque la gloria per la passione e determinazione, ma sceglie di accettare un biglietto di sola andata su una carrozza in prima classe, offerta. Quella prima classe che questa piccola borghesia crede essere l’unico posto che può legittimare il suo talento. Non avrà bisogno di attraversare le pozzanghere e rischiarne lo schizzo delle auto distratte,potrà dedicarsi a Rossini, il libertino, da cui il libro trae il suo titolo.

Attorno alla morte della donna lavorano i personaggi cari a Robecchi, la coppia di poliziotti, Ghezzi e Carella, e il Monterossi con il suo amico Oscar, sempre lui, impenetrabile e misterioso. Su di loro Milano piove, ininterrottamente. Tra un bar di periferia e uno sfasciacarrozze, svoltano gli angoli di una città-immagine con molte ombre, quelle dei bassifondi non esenti dalle proprie piramidi sociali, dove anche lo scagnozzo di un aguzzino ambisce al livello superiore. Pedinati da quei due poliziotti con l’umidità addosso, che all’intuitodell’esperienza accompagnano un senso di giustizia.

A tratti, questo romanzo di Robecchi ricorda The Wire del miglior Simon. Pioggia e fango, nessuna passerella. Il Monterossi si consola con Bob Dylan, all’asciutto del suo appartamento, è dentro a questa storia con distacco e senza quel disgusto che gli provoca il suo scorcio di società, quello della “Grande Fabbrica della Merda”, la televisione con le sue patetiche figure, dal narcisismo plastico. Lui, il grande autoretra il cinico e il disilluso, che alla follia dell’amore preferisce l’omeopatia di una relazione distaccata, senza passione.

Robecchi ci dirà, forse, quali sono i suoi rimpianti o lascerà che sia il suo Dylan, il nostro Dylan “che lo spiega meglio, che lo conficca come una lama e poi gira, impietoso, con un sorriso che pare un ghigno”.

Commenti
3 Commenti a “A Milano, nella pioggia: “Follia maggiore” di Alessandro Robecchi”
  1. Isabella scrive:

    Ma quanto è scritta male questa recensione? Punteggiatura? Lessico povero e ripetitivo. Scagnozzi e scagnozzi a destra e a manca. Chi non sa scrivere non dovrebbe recensire libri di chi invece lo sa fare molto bene. Follia maggiore è bello, il suo autore si conferma per bravura e arguzia, che ne scriva qualcuno che sappia usare la sintassi

  2. Mariella Tonini scrive:

    Davvero ci si chiede come una penna così poverella possa essere credibile mentre racconta un autore e la sua scrittura.
    Poi: Robecchi recensisce (altrove) il libro di Fana, Fana recensisce il libro di Robecchi. Entrambi si sono trovati decisamente notevoli. Tutto molto, molto italiano.

  3. Marisa Poliziani scrive:

    Questa recensione non rende un buon servizio al libro, seppur elogiandone la scrittura e l’autore, perché è scritta così male da renderne difficile la comprensione.

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