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I mille dribbling del favoloso Arpino

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, la postfazione di Darwin Pastorin al romanzo Domingo il favoloso di Giovanni Arpino, ripubblicato da minimum fax.

di Darwin Pastorin

«Avevi ragione, oggi so stare all’ombra del grande albero che sei. Tu corri inventa cerca cambia tempesta ma torna a trovarmi, un giorno, io sono sempre qui, Domingo».

Le parole di Angela, la fidanzata di Domingo, chiudono alla perfezione questo libro di Giovanni Arpino, un romanzo tra i più scintillanti, misteriosi e innovativi (nel linguaggio, ad esempio) del Novecento. Angela sa di poter «vedere» ancora l’uomo amato (così difficile da seguire e comprendere, ma un autentico gigante nel suo attraversare la vita da picaro astuto e sentimentale) in ogni anfratto di case piante nuvole. Così come Domingo sapeva intravedere Arianna, la zingara giovane e malata e sognante, «nell’occhio del colombo» o «nella fontana di piazza Solferino».

Tra le figure femminili narrate da Arpino, Arianna ci entra subito nel cuore come una saetta: fragile stella, sussurro di presenza; come Serena, la novizia della Suora giovane, fasciata nei suoi silenzi e nel suo immaginare un futuro d’amore terreno nel ritrovare (forse) il ragioniere quarantenne Antonio, passato dai giorni della noia alla speranza di una rinascita inseguendo, in una Torino invernale, quella ragazza vestita di tenerezza e di domani.

Come Domingo, Arpino spariglia le carte: ma della letteratura, senza mai bluffare, a differenza del suo personaggio. Non ne ha bisogno, d’altra parte. Nel 1975, anno di pubblicazione di questo gioiello incastonato nell’anello della realtà e del mistero, l’autore di Randagio è l’eroe è scrittore affermato, i suoi libri sono tra i più venduti e la sua scelta di sconfinare negli insidiosi meandri del fantastico viene premiata dai lettori.

Arpino è, alla Fernando Pessoa, «una sola moltitudine», dal suo universale baule pieno di gente escono operai, professori, anime perse, fratelli italiani, ingegneri dalla doppia vita, novelle per bambini e per ragazzi e, soprattutto, per noi cronisti di calcio, storie di pallone che daranno vita a esemplari articoli e editoriali per i quotidiani La Stampa e Il Giornale e al nostro più significativo romanzo «dentro» il variegato universo del football: Azzurro tenebra (1977), ambientato durante i mondiali tedeschi del ’74, con la nazionale di Ferruccio Valcareggi eliminata al primo turno, tra la rabbia e le lacrime dei nostri emigrati.

Giovanni Arpino, con la sua scelta di andare per spalti e campi, sdoganò definitivamente la narrazione calcistica: non più serie b, e per giunta in zona retrocessione, sdegnata nei salotti della borghesia intellettuale e ridicolizzata da una intellighenzia incapace di uscire dal proprio labirinto di arroganza a presunzione, ma serie a e ad alti livelli: perché il football era (e, per certi versi, è ancora) metafora e poesia, il sociale interpretato attraverso un prato verde. Giovanni ci insegnò, alla pari del suo sodale Osvaldo Soriano, a essere «bracconieri di tipi e personaggi». Nella rovesciata di Gigi Riva, nell’eleganza di Facchetti e nel dribbling funambolico di Anastasi era possibile ritrovare un’esistenza, un’essenza e un’epifania, con tutto il buio e tutto il miele.

Conoscere Arpino rappresentò uno dei momenti cruciali della mia vita, il bivio giusto. Lo rivedo nella sua elegante casa al quartiere Crocetta di Torino: avvolto in una nuvola di fumo (quel «filo di fumo» che, secondo Antonio Tabucchi, ha attraversato il Novecento, cominciando da Pessoa e Svevo), ennesima sigaretta di una giornata ancora agli inizi, ricevette il giovane studente di Lettere, aspirante giornalista sportivo, che lo voleva interrogare, per un seminario del professor Giorgio Bàrberi Squarotti, sulla sua prima trilogia torinese: La suora giovane, Una nuvola d’ira, Un’anima persa.

Fu accogliente, generoso, gli occhiali sulla fronte, quel viso bello e nobile da attore americano. Imparavo anche dai suoi silenzi. Su un tavolino notai un posacenere colorato, o qualcosa di simile, con sopra inciso: Domingo, Arpino il favoloso. Autore e personaggio, nel regalo di un conoscente, si erano scambiati i ruoli. Domingo era uscito da poco, lo avevo letto in due giorni e sottolineato a matita.

Un romanzo sulla passione e sul dolore, di quello che appare, ma – spesso – non è. Sul male. «Cos’è il male? È il cuore ignorante. Quando hai capito questo, diventi un guerriero e i subbugli del mondo faranno pietà ma anche ridere, nessuna rete t’impiglierà, nessun tesoro di comprerà, nessuna bufera farà tremare la tua radice», rifletteva Domingo. Ma io ero lì per Serena e Antonio, per Angelo Matteo e Sperata, la zia Galla e lo zio Serafino, il giovane Tino. Gli dissi solo che Domingo era un capolavoro. Sorrise. E ci salutammo. Uscendo, e recuperando il corso, potevo sentire perfettamente «il masticare ferroso della città».

«Giovanni Arpino l’avevo conosciuto per lettera. Mi scrisse da Torino per presentarmi un giovanotto: “Ti mando Darwin Pastorin. È bravo. Tanto bravo che da queste parti non riuscirebbe mai a lavorare”. Fu un regalo che mi fece». Immaginate il mio stupore quando, nel 2003, mi capitò sotto gli occhi questa frase nell’autobiografia di Italo Cucci (Un nemico al giorno. Storia di un giornalista): non ne sapevo niente! Nel 1976 ricevetti una telefonata a casa dei miei genitori. Era Cucci, direttore del Guerin Sportivo, un settimanale che era, a quel tempo, molto letto e molto seguito. «Mi hanno fatto il tuo nome. Vorrei metterti alla prova. Carlo Nesti, il nostro corrispondente, è stato assunto dal quotidiano Tuttosport e mi trovo scoperto a Torino, con la Juve e il Toro». Gli mandai un pezzo, e venne pubblicato. Cominciai, così, la mia carriera nel mondo del giornalismo: grazie a Cucci e, soprattutto, ad Arpino. Scoprii la sua grandezza, il suo bene, la sua stima soltanto nel 2003, quando non potevo più ringraziarlo, abbracciarlo.

Sì, Giovanni: sei stato il mio faro, la mia via maestra, il mio pane in tavola. Mi sovviene quando, nel ’77, uscito Azzurro tenebra, ti intervistai per il Guerino. E apprezzasti una mia considerazione. Nella tua scrittura, così originale, così nuova, sentivo pulsare la vena letteraria di Kerouac e Ginsberg. Approvasti: «L’osservazione è esatta. Ho molto letto della “beat generation” e ne sono un ammiratore. Io mi considero uno scrittore non italiano, che usa la propria lingua sempre meno. Azzurro tenebra è un libro intraducibile».

È la stessa lingua di Domingo. Dove ogni aggettivo è una pietra rara, una lama di bellezza, dove nessuna parola è sprecata o perduta. Mi è chiaro tutto, ora: «Oggi so stare all’ombra del grande albero che sei».
E sono felice. Come sei stato felice tu, Giovanni.

© Darwin Pastorin, 2019

Commenti
Un commento a “I mille dribbling del favoloso Arpino”
  1. Nicola scrive:

    porca troia che bella cosa scritta!!

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