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“Osservo, sogno e disegno”: intervista a Milo Manara

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Questa intervista è uscita sul Foglio: ringraziamo l’autore e la testata.

di Salvatore Merlo

“Quando gli amici di mio nipote, che ha diciassette anni, cominciano a guardarmi con una faccia strana, devo ammettere che a volte mi capita di pensare: ‘Ma non è che, forse, stanno leggendo i miei lavori?’”. E quando sorride, quest’uomo di settant’anni, colto e raffinato, composto nel tono e nei modi, si trasforma come il cielo nuvoloso in un giorno di vento, e il suo volto, delicato e misteriosamente ironico, improvvisamente assomiglia a quello di un monello.

Uno sguardo che nasconde, sotto un innocente pagliaio, un sottilissimo ago di spiritosa malizia. “Una volta Michele Serra mi ha detto: ‘Milo, sei l’unico uomo che riesce ad eccitarmi’”. Ed è a questo punto, trovandosi davanti al maestro dell’erotismo a fumetti, che si pone un problema non facile, quello cioè di travestire di abili perifrasi la domanda ormai improrogabile: ma lei lo sa che i ragazzini si masturbano sui suoi disegni?

Allora lui lascia arrivare alle labbra la punta di un sorriso, con birichina innocenza. Non s’increspa neanche un po’, e d’altra parte, sembra dire con gli occhi, come irritarsi per questa domanda, fatta senza la minima frivolezza, senza nessun intento allusivo? “So di avere un certo seguito nelle carceri. Un tempo lo avevo nelle caserme”, dice, con ironica modestia, visto che, premiatissimo, amatissimo, adorato in Francia non meno che in Italia, lui è uno dei più grandi disegnatori europei viventi. “Un tempo si parlava di libri che si leggono ‘con una mano sola’”, sussurra. “So che i miei lavori hanno uno scopo di evasione erotica”, aggiunge, con la consapevolezza di chi sa bene che dalla lettura dei suoi fumetti, attraverso quelle donne dagli occhi di diamante cui lui dona fascino e vita, è arrivato per molti ragazzi quell’orgasmo dello spirito che è il sogno: non il corrompersi dell’ingenuità infantile ma quasi una premonizione o addirittura un’iniziazione alla voluttà come mistero.

“Ma a dire il vero a tutte queste cose non ci penso mai”, dice Milo Manara. “Io osservo, sogno e disegno. Le mie donne sono la trasposizione accademica delle ragazze che incontro per strada”.

E qui a Verona ci sono le sventole che disegna lei? Mi dica dove, la prego. “Ci sono giornate più fruttuose, altre meno. Il momento migliore è la primavera, quando tutto fiorisce. Per me le donne sono la sintesi della meraviglia dell’universo. Di fronte a certe donne io balbetto, rimango annichilito. La mia è un’ammirazione instancabile. Certo, col tempo, quando si diventa anziani come me, le cose cambiano…”. E a questo punto il maestro viene colpito da una sottile ombra associativa. Segue un mutismo praticamente telepatico, carico di ironia inesplosa, sottintesa. “Con l’età l’interesse si fa più contemplativo che finalizzato al possesso, ovviamente. Ma la mia ammirazione per il sesso femminile è ancora fortissima”, aggiunge. “Chi pensa che a una certa età si raggiunga la pace dei sensi si sbaglia di grosso”.

E i suoi figli, quando erano piccoli, che pensavano dei suoi disegni? “Nessuno si è mai interessato, come dire… morbosamente ai miei disegni. Credo. Le assicuro che i miei figli sono cresciuti senza tare”. Piccola pausa, ancora un sorriso malizioso. “O almeno senza traumi evidenti”. Esistono dei limiti nell’arte? “Credo di no. Direi proprio di no. Ciascuno segue la sua ispirazione, le sue inclinazioni, e deve poterlo fare con libertà”. E cos’è il buon gusto? “Un punto di vista soggettivo”.

E Milo Manara vive in un bell’appartamento compatto, nel sontuoso centro di Verona, un ultimo piano d’una eleganza calda e di gusto blasé: il grande e antico tappeto persiano, le moderne lampade di design che spezzano la vetrinetta forse déco, e poi in un angolo, quasi con ritrosia, ecco un suo disegno, una ragazza dai capelli neri a caschetto cui sembra che un colpo di vento stia sollevando appena la gonna. Solo cercando con lo sguardo, faticosamente, se ne riconoscono altri, di disegni. Uno è seminascosto dietro la porta d’ingresso. E sono sorprese tanto più liete quanto è costata la fatica di scovarle. La signora Luisa, sul cui bel volto gli anni acquistano una magica fluorescenza, lo custodisce come un cristallo prezioso questo suo marito di cui fu allieva, molti anni fa, all’istituto d’arte.

Dunque è lei che risponde alle sue email, è lei che prende le sue telefonate, fissa gli appuntamenti, che cucina mentre Milo chiacchiera con il giornalista: “Dice mio marito che lei può venire quando vuole. Purché dopo le 12. Lui si sveglia tardi, lavora solo di notte”. Lavora al suo tavolo da disegno, largo e di metallo grigio, affiancato dal cavalletto su cui poggia le tele, in un’ampia, elegante e luminosissima stanza dall’alto soffitto e dal pavimento di mogano, un ambiente arioso che chiamare mansarda sarebbe un insulto: le finestre si spalancano allegre sui tetti colorati di Verona, e da un angolo spunta la sommità vertiginosa della Torre dei Lamberti.

Ed è qui che, sul tavolo di lavoro ingombro, spicca una copia di Charlie Hebdo, “sono stato a Parigi, e l’ho comprato”. È il numero dell’anniversario della strage. In copertina c’è Dio, in sandali, che corre con un kalashnikov appeso alla schiena. “La satira non può avere limiti”, dice il maestro, “la satira deve insultare, deve offendere. Altrimenti non serve a nulla. Qui a Verona facevamo un giornaletto satirico, si chiamava Verona infedele, faceva il verso al giornale della curia, che invece si chiama Verona fedele. Ma un giorno ci accorgemmo che le persone oggetto della nostra satira, invece di incazzarsi, incorniciavano le copertine della nostra rivista e se le appendevano in casa. Così capimmo di non essere efficaci e lasciammo perdere. Bisogna essere contundenti, quando si fa satira. Charlie lo era”.

E Milo Manara è stato pubblicato diverse volte su Charlie. Conosceva bene la redazione, in particolare Georges Wolinski, “un disegnatore erotomane e pessimista”, come lo definì Le Monde. Un grande amico. Da una vita. “Appena seppi dell’attentato, provai a chiamarlo. Non rispose. Era già morto”. Così quel 7 gennaio Milo Manara lo ha salutato, con un disegno che ritrae il suo amico al tavolo di lavoro: la matita, il quaderno, e una conturbante donna fasciata nei paramenti tradizionali islamici, ma col sensuale volto scoperto, che si china alle spalle di Wolinski e gli bacia la testa diradata e canuta.

“Fu lui a pubblicare il mio primo disegno in Francia. Comprò per Charlie mensuel una mia storia, ‘Lo scimmiotto”. Continua a leggerlo, Charlie? “E’ un po’ cambiato. C’è uno sbandamento nella struttura del giornale. Ma era inevitabile… Sono morti. Li hanno ammazzati tutti. Charbonnier, il direttore, aveva un carattere dolce, era un uomo d’intelligenza acuta. Sapeva tenere insieme vignettisti e intellettuali molto diversi tra loro, armonizzava, smussava, osava”.

Non aveva limiti, Charlie. “Io certe vignette su Maometto forse non le avrei disegnate. Di sicuro limiti non possono essercene. C’è la legge, questa sì. E in Francia non esiste per fortuna nessun vilipendio di religione, né un reato di blasfemia”. Lei talvolta ha disegnato delle suore. Ricordo un disegno in cui una giovane religiosa lecca il crocifisso, o un altro che rappresenta una donna stupenda, una monaca che si masturba distesa sul letto mentre legge lettere d’amore al lume di una candela. “Il volto del vizio deve essere ingenuo, o puro”.

E qui Manara ritrova il suo sorriso monello: “Trovo che l’idea del peccato sia blandamente erotica”, dice in un soffio. E lei crede in Dio? “Provengo da una famiglia cattolica, come tutti. Ma no, io non ci credo. Credo invece nello stato laico, credo nella libertà, anche religiosa, e credo che solo lo stato laico la possa garantire. In alcune società la religione è entrata nel subcosciente e di lì scatena le sue tempeste contro coloro che la comprimono con la sensualità, la libertà o il materialismo”. Com’è successo ai disegnatori di Charlie.

A Teheran non circolano i fumetti di Milo Manara. “All’inizio degli anni Ottanta, una buona parte di un mio fumetto, ‘Il gioco’, lo disegnai in Pakistan. Usciva a puntate su Play Men, ed ero lì in vacanza, dunque spedivo da lì. Ci sono rimasto cinque mesi, giravo in camper, poi ogni tanto mi fermavo in un albergo a cinque stelle, entravo e mi facevo servire una colazione, scroccavo una doccia. Senza pagare”, dice con un ridere degli occhi. “Poi andavo all’ufficio postale e spedivo i disegni. Guardi, ero seriamente terrorizzato dall’idea che in qualche controllo di polizia aprissero quei pacchi che spedivo in Italia. Se la religione si fa stato, opprime. E talvolta opprime anche quando non si fa stato. Il film di Bertolucci, ‘Ultimo tango a Parigi’, venne sostanzialmente condannato al rogo dalla chiesa. E secondo me non per il sesso, ma perché esprimeva un’idea rivoluzionaria per quei tempi: esiste, ed è pure bello, il sesso senza l’amore, senza tutto il contorno di costruzioni sociali e religiose che circondano l’idea del rapporto tra uomo e donna”.

Chi sono i suoi amici, oggi? “Dalla morte di Hugo Pratt, il mio migliore amico è Tanino Liberatore”, il Michelangelo del fumetto, il fratello eterozigote di Andrea Pazienza, “ma davvero frequento pochissime persone. Qualche volta vado in giro per festival, e ci vado soprattutto per rivedere i vecchi amici”. E di loro Manara parla con un’espressione dolce e bassa. Attraverso le ciglia brilla come un lampo uno sguardo diverso, penetrante, acuto. “Hugo Pratt coltivava la sua libertà interiore a un livello così alto da esserne persino danneggiato”, dice. “Fu un padre assente, ha lasciato dei vuoti. Ma mi insegnò a essere libero nel lavoro”. E lo ricorda con un calore di vita umana e d’affetti che impregna ogni parola. “A quei tempi frequentavo la redazione del Corriere dei ragazzi, ero amico di Aldo Di Gennaro e di Mario Uggeri, che erano disegnatori interni. Pratt invece non c’era. Non voleva entrare in redazione. Non volle mai essere un impiegato, la sua posizione nei confronti dell’editore era di assoluta indipendenza. Viveva da precario. E poiché con i fumetti non si guadagnano cifre astronomiche, rifiutare un impiego sicuro era una scelta coraggiosa. Anche io sono stato precario tutta la vita. Per scelta”. E le è andata bene. “Ma per vivere devo continuare a disegnare”.

Pratt era molto più grande di lei. “Aveva diciott’anni più di me. Un fratello maggiore, ma più spesso un fratello minore”. E di quel tempo Manara esprime un senso vivace e quasi carnale. “Pratt era scapestrato, disordinato, irregolare. Non aveva la patente, e lo guidavo in macchina per mezza Europa lungo i sentieri dei festival del fumetto. Quelli con lui erano viaggi lenti, ci fermavamo continuamente. Pratt conosceva tutti i ristoranti, dovunque. Abbiamo visitato città, paesini, meraviglie storiche e artistiche di questo nostro continente. E poi mangiare, bere…”. E le ragazze? “… sono felicemente sposato”. E nella sua risposta, il labbro arricciato in un sorrisetto sornione, chissà, si rivelano intimi propositi di doppio gioco. Ma anche no.

“Guardi, io ho avuto la fortuna incredibile di incrociare la traiettoria di persone che ammiravo: Moebius, Fellini, Andrea Pazienza, Stefano Tamburini… Il vertice di queste amicizie era Fellini, cosa che non avrei mai sospettato quando da ragazzo vedevo incantato ‘8 e 1/2’. Avevo forse sedici anni quando feci l’autostop fino a Roma per visitare la città. E ogni giorno mi fermavo in Via Veneto, pensando stupidamente, chissà poi perché, che Fellini passasse sempre da lì”.

Poi lo conobbe, diventaste amici, collaboraste a lungo. “Era il 1985, e Fellini compiva sessant’anni. Vincenzo Mollica aveva chiesto dei disegni per salutare il compleanno di questo grande regista, ma io, pieno di entusiasmo, disegnai invece una storiella completa, una storia su Fellini disegnatore. Era una specie di sogno. Per me Fellini non aveva entità fisica”, dice, come sorridendo a un ricordo lontano, eppure vivo. “Invece esisteva. Vide i miei disegni, e mi telefonò. La prima volta che chiamò, non ero a casa. E quando mi riferirono della sua chiamata persa ero distrutto. Ma poi richiamò, e mi invitò a Cinecittà. Quale emozione! Stava girando ‘Ginger e Fred’. Mi fece un pass firmato da lui, potevo entrare e uscire quando volevo. Lo seguivo dovunque, mi portava in giro per Roma, ai Castelli, lo ascoltavo affascinato, era una miniera di aneddoti, freddure, fantastici imbonimenti, guizzi di fantasia. Stare con lui era una ginnastica d’intelligenza. Un giorno mi chiese di fare il manifesto per un suo film, ‘Intervista’. Diventammo amici da quel momento in poi, finché è vissuto. Ricordo con vividezza quanto fosse arrabbiato con Silvio Berlusconi che metteva la pubblicità in mezzo ai film in televisione. Fortunatamente Fellini morì prima di vedere quel referendum con il quale gli italiani preferirono avere le interruzioni pubblicitarie. Lui aveva una certa, spiccata avversione nei confronti di Berlusconi”.

E lei? “A me nemmeno è mai piaciuto. Non mi piaceva già prima che entrasse in politica. Ho sempre trovato insopportabile l’ambiguità erotica della sua televisione, quelle ballerine sculettanti. Guardi, dia retta a me che  di queste cose me ne intendo: la gonna scorciata, il petto semiesposto, non servono a conferire un aspetto peccaminoso e nemmeno a rendere più seducenti. Quelle donne erano inespressive per eccesso di smorfie. Erotismo a freddo, da quattro soldi. Una marea di ragazze che hanno corpi e non visi, indistinguibili l’una dall’altra, carne al mercato. Con il paradosso, poi, che mentre spogliavano le donne, i canali Fininvest manifestavano una certa pruderie censoria nei confronti del cinema e dei film”. E di Renzi lei che ne pensa? “Devo dire che i personaggi politici non mi incuriosiscono. Mi annoiano. Quando trovo un talk-show politico, dopo cinque minuti cambio canale. C’è una contabilità delle chiacchiere che trovo per metà soporifera e per metà indisponente”.

E al cinema ci va? “Vedo moltissimi film, ma a casa”. Ha visto “La grande bellezza” di Sorrentino? È felliniano, dicono. “Guardo volentieri Matteo Garrone, tra i giovani ormai emersi. E’ bravissimo. Certo, Sorrentino ha riportato l’estetica nel nostro cinema, il valore dell’immagine, trascurata da un’industria monopolizzata dalla commedia. L’Italia ha avuto grandi direttori della fotografia, Storaro e Peppino Rotunno. Gabriele Salvatores e Giuseppe Tornatore hanno un gusto per le immagini, ma i nostri registi più giovani no. Nel cinema vedo una malinconica povertà d’invenzioni, e d’immagini. Per questo riconosco un grande pregio alla ‘Grande bellezza’, malgrado sia un film calligrafico, lo ammetto. Quella scena dei fenicotteri a Roma…”.

Letteratura? “Gli ultimi libri che ho letto sono di Aldo Busi e di Massimiliano Parente. Ho scoperto con molto gusto Pamuk. Anche se i miei fumetti sono ispirati da Henry Miller e da Kerouac. La letteratura ha sempre avuto un grande effetto su di me, talvolta è stata quasi come un veleno. Quando lessi Delitto e castigo, a quattordici anni, pensavo di essere Raskolnikov. Leggevo nella collana Bur, su quei piccoli libretti grigi. Dostoevskij mi ha sconvolto. Mentre ho amato Nabokov e Bulgakov, forse soprattutto la dimensione onirica di Bulgakov. Invece non ho mai letto Solgenitsin, credo per stupido pregiudizio ideologico”.

E non è difficile immaginarselo negli anni Settanta, spettinato, squattrinato e garibaldino, come i ragazzi nei film di Marco Bellocchio. “Contestavamo la Biennale di Venezia, perché rappresentava l’arte dei padroni. Quante sciocchezze. Contestavamo la borghesia come classe egemone, ma in realtà gli unici sostenitori delle arti figurative erano proprio i borghesi. Erano gli unici che compravano i quadri. Facevamo le mostre per strada, criticavamo chi vendeva ai ricchi… Adesso penso a quegli anni con tenerezza. Anche se sono convinto di una cosa: il Sessantotto ha svecchiato la società italiana, e ha fatto entrare i giovani nel mercato, pur tra mille eccessi ideologici. Eravamo manichei, ‘tutto e subito’, ‘la fantasia al potere’…”. E in Milo Manara  ci sono ancora tracce di turbamenti spirituali, il Sessantotto, la contestazione, una certa idea del mondo e dei rapporti sociali… “ho paura di un mondo dove tutto è finanza”, dice. Ma lei è ancora di sinistra? “Penso di sì. Se essere di sinistra significa ritenere che la distribuzione della ricchezza dovrebbe essere un po’ più equa, allora sono di sinistra”.

Intanto dal piano inferiore di questo suo appartamento veronese (“passo qui solo l’inverno, poi vivo in campagna, in Valpolicella”) cominciano ad arrivare sfrigolii e odori di cibo, la signora Luisa è in cucina, e forse si è fatta l’ora di liberare suo marito. Ma l’occhio mi cade ancora su uno dei suoi disegni: il seno tornito, le poderose cosce divaricate, le mutandine appena violate, gli occhi grandi e tagliati. Alcune donne di Milo Manara assomigliano ad Angelina Jolie, “perché lei è una caricatura della bellezza”, dice lui, “è tutta occhi e tutta bocca”. E qual è l’attrice più bella? “Michelle Pfeiffer, così delicata da essere quasi impossibile da ritrarre. E’ androgina, come le mie donne. Atletica, pronta sul piano fisico, per niente mamma, indipendente”. Ci salutiamo. Ed è sulla soglia di casa che il grande fumettista si raccomanda. “Non mi faccia apparire saccente, la prego”. Ma lei non è saccente. “Lo so”. E lo dice con uno scatto d’infantile allegria, di nuovo con quel suo sorriso discolo, che subito scompare.

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