Il romanzo graffito

Questo articolo è uscito per il Manifesto

di Giorgio Vasta

Esiste la scrittura ed esiste il graffito. Se la scrittura può essere considerata un’evoluzione del graffito, una sua formalizzazione articolata, l’iscrizione rupestre che è diventata adulta, il graffito è invece in sé scalfittura, lesione stilizzata, la scrittura prima della scrittura. Un’espressione che si colloca tra introversione ed esigenza di sfogo, un segno ininterrottamente in lotta con il limite della materia.
Esistono scritture che sono come graffiti. Nel senso che esistono scritture all’interno delle quali è percepibile un senso di trauma, qualcosa di originario, un rumore, uno spasmo, quello stesso senso di continua frizione che quando osserviamo un’incisione su una volta di pietra è ragione d’ammirazione e sconcerto. Perché la scrittura che è graffito contiene un senso di minaccia, una specie di esasperazione arcaica, la contorsione di una mano, l’aggrovigliarsi delle vene dentro a un polso, il reclutamento di zone muscolari periferiche, la resistenza di una superficie cornea, la roccia che si oppone, che prova a respingere il segno ideografico che pretende di corroderla.
Questo senso di minaccia, di intensità tellurica che non si è in grado di accogliere e contenere, è in una prima sintesi la sensazione che si ricava leggendo Elisabeth, il romanzo d’esordio di Paolo Sortino appena edito da Einaudi. Ed è ciò che fa di questa scrittura un’esperienza necessariamente (e finalmente) insostenibile. Perché leggendo Elisabeth ci si rende conto di trovarsi davanti a un libro nel quale le frasi sono segnate con la sgorbia, con un pezzo di vetro, sono incise, scavate, storpiate, ritorte come tralci secchi. Sono estranee all’estetica e si guadagnano in questo modo una strana preistorica (e pre-estetica) bellezza.

La lingua di Sortino appare un luogo di confluenza di tradizioni difformi e al contempo è – nella sintassi e nella scelta lessicale – coerentemente autarchica, come se l’autore potesse attingere le parole della sua scrittura da un pozzo privatissimo e inquinato e in quanto inquinato puro.
Ed è proprio questa lingua, prima ancora che la storia prenda forma, a dettare da subito la propria regola. Questa lingua dice che lo spazio immaginativo nel quale si è appena fatto ingresso non ha a che fare con la cronaca – o meglio la cronaca resiste come una vaghissima eco e rapidamente si sfalda e sparisce – e non ha a che fare con le narrazioni con le quali, molte anche di ottima qualità, ci confrontiamo di solito. Lo spazio generato dalla lingua di Sortino è quello del mito, nella misura in cui il mito è un luogo sospeso ed extratemporale, estraneo al flusso diacronico, un nido dell’eterno, una cosa che non ammette, per essere avvicinata e decifrata (qualora sia decifrabile), lo strumentario conoscitivo tradizionale.
Dentro Elisabeth c’è una cittadina austriaca, Amstetten, e c’è un uomo, Josef Fritzl, che nell’agosto del 1984 addormenta sua figlia Elisabeth, diciottenne, e la rinchiude in un bunker antiatomico che ha costruito con le sue stesse mani sotto la casa nella quale vive con la moglie Rosemarie. Dentro Elisabeth ci sono le migliaia di stupri che la ragazza subisce durante i ventiquattro anni della sua prigionia, c’è la crudeltà incosciente e la tenerezza paradossale del padre-zio nei confronti dei sette figli-nipoti che Elisabeth partorirà. C’è una famiglia di sotto in dialogo muto con la famiglia di sopra, fino a quando tutto ciò che è sopra si perde sullo sfondo di una generica irrealtà. Ad esistere realmente, profondamente, è soltanto quanto accade sotto il soffitto basso del bunker; fuori di lì nessun’altra vita è possibile. E intanto c’è la metamorfosi del pensiero di Elisabeth, la metamorfosi delle sue percezioni (“Anche il gesto semplice di stendere un braccio pareva lasciare un arco materiale nell’aria”), l’umanizzazione dell’inanimato e la reificazione del proprio corpo fino alla trasformazione della carne in cemento e del cemento nell’unico mondo reale (“Capì il cemento essendo anche lei costituita di minerali, capì le sedie e l’armadio essendo stata anche lei vegetazione”). E poi – anzi sempre – c’è il tempo, non quello storico bensì, come detto, quello mitico, un volume temporale che si fa tempio fisico (il tempus che si fa templum), scaturigine simultanea del sacro e dell’osceno, la zona all’interno della quale il corpo di Elisabeth conosce la violazione radicale di ogni habeas corpus residuo, un martirio senza religione, un itinerario mistico senza fede. Dentro il bunker di carne e cemento – dunque nell’intrapsichico più arcaico e perturbante – non c’è redenzione e non c’è rivelazione.
Parlando di intrapsichico va precisato un punto.
Pur dando forma ed esistenza a quanto se ne sta conficcato nel buio profondo della nostra materia corticale, questo coagulo di lingua e drammaturgia va oltre qualsivoglia tentativo di imbrigliamento psichiatrico, caccia indietro ogni ipotesi di lettura meramente psicopatologica. A valere, semmai, è una dimensione archetipale. Dentro Elisabeth c’è Crono divoratore di figli, c’è Zeus che tenta di penetrare nel rifugio sotterraneo di Danae, c’è un Barbablù capovolto che chiude tutte le stanze del castello per lasciarne aperta solo una. Josef Fritzl è un oceano di pietra ed Elisabeth è un naufrago tenuto sotto sequestro da uno spazio che non è liquido bensì minerale. Il loro legame, come quello tra un corpo e l’oceano, preesiste a ogni cosa e a ogni cosa sopravvive.
Nella scrittura che vive con l’intensità di un graffito che sprofonda nella cavità terrestre c’è una cosmogonia anomala in cui l’amore del padre è sempre analfabeta e incapace e prende solo la forma del male, la radice del mondo è caotica, mescolata, naturalmente incestuosa, i figli vengono generati per essere bruciati.
Il romanzo di Paolo Sortino ha il coraggio inconsapevole e perfetto di un incendio che divora i corpi e il tempo.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
3 Commenti a “Il romanzo graffito”
  1. Hai ragione Giorgio sull’essenziale tratto di questa scrittura, sulla sua natura di verso ferito: c’è qualcosa di viscerale, nella scrittura di Sortino, come quando un dolore acutissimo, ingovernabile, che parte da dentro: parte forte e tende ad aumentare, ti strappa un grido estenuato, rauco, arrochito. Questa scrittura è quel grido, prolungato e impossibile da interrompere, neppure volendo. Sono invece più perplessa sulla questione della cronaca che qui rimarrebbe solo confinata, subito, a un’eco. Forse è questa perplessità l’inevitabile reazione, resistenza istintiva – diciamo, ad accogliere questa vicenda vera come racconto, per la sua efferatezza brutale, per la sua animalesca assenza di immaginazione pietosa, per l’impatto insopportabile con, in questo di nuovo hai ragione, un meccanismo arcaico, o meglio un mito fattosi concreto – Crono che divora i figli, Saturno che li uccide, Ugolino che affonda le fauci nelle loro membra sfibrate e stracciate come stoffa ammosciata. Non riesco a leggere questo libro a cuor leggero, perché so che la sua materia è maledettamente vera, e la sua versione letteraria, il romanzo di essa, la rende ancora più aspra, senz’altro per virtù di una lingua incisa con le unghie e grondante sangue. Il senso di claustrofobia che ti prende alla gola e ti fa sentire perduto come i condannati alla garrota è invincibile: è come se uno sapesse che va a ficcarsi in un antro inespugnabile in cui ad attenderti c’è tutto l’orrore possibile e al sommo grado e nello stesso tempo capisci che non puoi sottrarti. Si fiuta l’orrore puro, e ciò che più fa male non è la perfetta cattiveria di Josef Fritzl, ma la sottomissione di sua moglie, e ancor più l’adattamento di Elizabeth. Ho verso questo libro un approccio ambivalente, la necessità della lettura e l’impossibiltà della lettura. Un libro maledettamente irrinunciabile e insopportabile.

  2. Nimbo scrive:

    Ho bisogno di cavargli dal corpo una reazione, di capire in che modo puo’ esistere in questo continuo martirio, vittima senza vittimismo.

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  1. […] al nome di Elizabeth e sul libro si sono già espressi fior fiore di giornalisti e scrittori (Giorgio Vasta sul Manifesto, Walter Siti su La Stampa, Chiara Valerio su Nazione Indiana, etc…). Tutti d’accordo, ed io con […]



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