1turner

Miniature II

di Emanuele Modigliani

In bici

Dorava il mandorlato a spruzzo, lo mischiava rapido e beveva.
Ci metteva dentro anche cocco e sciroppo d’acero. Lo guardavano.
– Aggiungi sapore – diceva loro, – voglio aggiungere sapore – ripeteva.
C’era un isolotto nel fiume davanti. La corrente piegava le canne di qua e di là sdoppiandosi quando lo investiva. Erano sull’argine lontano, dove i gestori del chiosco con le bibite avevano messo dei tavolini per i clienti.
Un cielo ampio e limpido di sole li accompagnava fin dal mattino e la pausa si era inserita in un ritmo serratissimo di scatti e riprese, cui avevano fatto seguito altri scatti ed altre riprese.
Le bici brillavano compatte ruota su ruota appoggiate al muricciolo di mattoni ed era l’argento delle loro leghe metalliche contro il rosso delle pietre, sul blu del cielo d’estate.
Trainava col sorriso. Più questo che l’andare chissà dove. Però poi, senza accorgersi, si era arrivati lontano, fortissimo. Le gambe bruciavano di sforzi ripetuti e il cuore esultava.
Gli erano grati.
– Aggiungi sapore. – diceva. E sorrideva.
Furono presto pronti a balzare sui sellini e in un attimo, poche pedalate, erano scomparsi dietro al curvone che seguiva la grande ansa del fiume.

Orchidee

La via era costeggiata da orchidee.
Le casette di legno intorno sembravano spalleggiare quel tripudio di fiori colorati con altre piante decorative di verdi accesi. Il calore tattile, olfattivo, di un tropico remoto, emerso da un sogno: un sogno comune.
– Sono puntuali. – Disse la ragazza. Ascoltava il cielo.
– Lo sono sempre, quando si tratta di te. – Disse lui.
Una forma di fame accendeva ancora la loro curiosità. Non erano sazi. Non del tutto. Proseguirono fino in fondo lasciandosi alle spalle inutili antichi pensieri, e si rivolsero a un dunque ipotetico, uno snodo finale, essenziale, come se in fondo a quella strada vi fosse un qualche altro tipo di libertà.
– Vuoi davvero?
– Devo. – La ragazza voleva parlare di più. Non ci riuscì.
Lui si accorse che erano seguiti, da vicino: anime incerte, pericolose. La prese per mano. Accelerarono il passo.
L’idrovolante sorvolò l’isola a bassa quota. Si perse là giù dove il mare tra gli alberi era piatto e morbido.
L’oro dei capelli della ragazza si fuse per un momento, nello sguardo innamorato di lui, con il giallo di quell’aeroplano in planata.
Il profumo di lei era un ricordo prepotente dei piaceri abissali vissuti insieme in quei giorni. Il rombo del volo a motore tra quelle isole luminose produsse una sensazione di strana esaltante tristezza.
– Non devi, vuoi. – Disse lui.
– C’è differenza? –
Lacrime trattenute, invisibili, si spinsero dagli occhi di entrambi. Allora si baciarono. Per l’ultima volta.

Il muro

C’erano sughere enormi a distanza le une dalle altre. Quei pascoli verdi erano ornati da questi grandi alberi sparsi e muretti di pietre a secco. Giorno di sole e vento e fresco e bello da non potersi dire. Portava la mazza spaccapietre e avrebbe fatto tutto come era stato deciso.
Scelse il muro più dritto al centro di quel paesaggio pastorale.
Sistemò lo strumento di registrazione sopra un sasso. Lo avviò e si allontanò per poi tornare allegro a passi decisi. Prima scena.
Bisognava cominciare ed egli lo fece come un eroe antico. Come Achille o Ettore sulla nuda terra davanti alla città di Troia. Cambiò la posizione dello strumento, che inquadrasse il sito e l’uomo insieme. Avviò la registrazione. Seconda scena.
Il colpo di avvio fu forte e scassò una grigia pietra al centro del muro. Si era tolto il giubbotto e sentiva il profumo dell’aria e il legno solido tra le mani e il peso del maglio di acciaio.
– Pietra contro pietra – si disse – un suono bellissimo – e riprese.
Il secondo, il terzo, il quarto colpo aprirono una breccia. Caricava con tutto il corpo e colpiva con una rotazione e una spinta ampia. Lasciava cadere il ferro e ricominciava. Finalmente. Si poteva passare, andare di là.
Le due parti erano unite. Mise quindi lo strumento sopra un albero poco lontano arrampicandosi e lo avviò. Adesso doveva mostrarsi nel centro. Bisognava unire ciò che il muro prima separava. Sudato si mise a cavallo dei due prati e urlo via ogni rabbia. Terza scena.
La quarta scena lo vide venire via allegro com’era arrivato. La differenza era che quel che doveva essere fatto era stato fatto.
Il muro era stato abbattuto. E l’atto era stato registrato: scritto.

Un falò

Il pavimento si sgretolava. L’acqua scorreva male, lenta nei lavandini arrugginiti, le scale erano faticose. Strizzò il succo di quei limoncini che aveva e lo bevve con la smorfia sofferta dell’acido in bocca. Aveva male alla testa.
Erano successe cose. Non voleva pensarci. Beveva vino, ruttava.
Era ferma. Sul divano. Cani, fuori, latrati disordinati.
Il telefono, era tardi, una donna disse che sarebbe venuta a prenderla, anzi: a salvarla.
– Non fare così, – disse.
– Chi sei? – chiese lei.
– Io. – Rispose.
– Io chi? – ribadì lei.
La voce di donna disse:
– Prendi qualcosa che possa bruciare, porto dell’altro.
Arrivò una macchina verde e questa donna, vestita pure lei di verde, scese. Maneggiava tronchetti di legno e barattoli infiammabili.
Si avvicinò e solo allora lei la riconobbe: era alta due metri, aveva una faccia lunga, bianca, un’espressione felina.
Fecero un falò. Bruciarono tutto. Tutto quel che non andava. Sedute vicine. Quando il fuoco si spense tornarono dentro e si amarono.

Commenti
3 Commenti a “Miniature II”
  1. simone consorti scrive:

    Pezzi densi e intensi, che in parte rivelano ma, ancora di più. evocano, come emergenze di un iceberg molto più grande

  2. Elena scrive:

    In questi racconti vedo ambienti nuovi, molto diversi da quelli pubblicati in precedenza. Questa volta l’elemento dominante mi sembra la luce, con personaggi che si muovono al limite e di cui sappiamo poco, ma riusciamo ad immaginare molto.
    Permane il mistero che permea i racconti di Emanuele.
    Ed è incredibile come il mistero riesca a coinvolgere ed emozionare.

  3. Maya scrive:

    Bastano questi brevi suoni, colori, odori e qualche accenno di contesto ad accogliere in un racconto che forse neanche tutto immaginato continua a succedere per qualche istante anche dopo l’ultimo punto. D’altraparte le “miniature” valgono più per ciò che richiamano che per lo spazio che occupano.

Aggiungi un commento