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Miniature III

di Emanuele Modigliani

 

Sui monti

 

Le montagne li contornavano con il loro potere di svettanti masse colorate, trampolini estremi verso mondi estremi.

L’aria era così chiara e pulita che un sorso attento nei polmoni dava un capogiro controllato di felicità e la visuale si arrotondava addolcendosi sulle forme di quelle pietre invece così acute, appuntite.

Il silenzio era smosso solo dal calpestio dei loro piedi e la fatica era una premurosa compagna nel ruolo suggeritore: siete vivi, di carne e sangue.

I due amici si concessero una pausa con un sorso d’acqua presso un ruscello e quando ripresero gli sembrava di aver recuperato tutto e di essere in grado di rifare tutto: di ricominciare da capo decine e decine di volte.

Silenziosi si affacciarono su crinali ripidi con ghiaioni laterali rotolanti e proseguirono verso altri affacci su altre valli interne, più piccole, più fredde, più nascoste.

Camminarono a lungo senza una parola e quando tornarono avevano il corpo pieno di qualcosa di frizzante e brillavano.

Non dormirono mai.

***

 

La pioggia

 

Le nuvole si addensavano e passavano via. Questi squarci di città.

Roseti e aiuole. Orti e fiori. Viali alberati e cortili interni umidi e lavorati e simili a paesi orientali e muri sgretolati sui palazzi non alti e ben costruiti e tutti contornati di verdi camminamenti e passaggi. Si apriva il cielo rapido e ampio e si richiudeva. E diventava tutto scuro e nero all’improvviso. Stava per piovere. Le file delle macchine scavalcate a forza e di corsa, per arrivare lì.

– Bagnarsi, meglio bagnarsi. – Pensò e iniziò a cadere l’acqua.

Una lei affermata. Triste di essere sola. Affermata, libera e triste. Un lui pazzo, maschio acido, ladro.

Arrivarono a botte le sfere d’acqua sulla testa di lei scoperta e i capelli legati. Schiaffi sonori sul cappottino e sui polsi e le mani e la borsa. Il bagnato si estese alle braccia e alla gonna e alle scarpe. Camminò fino al centro e lo vide.

Una panca sul prato. Braccia larghe appoggiate alle sponde. Capelli corti sulla testa gocciolante. Lunghe gambe distese in avanti e stivali di pelle. Il nero di pantaloni neri subito ancor più nero per il bagnato.

Pochi convenevoli. Erano solo loro.

Quella corsa misteriosa per arrivare lì. Quell’esserci di lui, quel rimanerci. Quel volerci rimanere fin dal mattino. Poi era arrivato, l’ordine stentoreo: – Meglio bagnarsi. Adesso è meglio bagnarsi. –

L’innesco, l’inizio, di un amore. La pioggia.

***

 

Il ritorno

 

La stanchezza di un’alba in un taxi. Dopo un viaggio lungo in aereo. La sorella, riccioli biondi su una tempia di pelle chiara e la linea del collo liscio opaco nel biancore mattutino, dorme appoggiata al vetro. Lui guarda i palazzi e i paesaggi della loro città adesso estranea.

La ripetizione dei ritmi del mondo, gente che si muove su mezzi da lavoro, fin dalle prime ore del giorno, tutto via, privo di importanza, il colpo di spugna di notti insonni, drammi familiari innominabili.

Adesso cosa facciamo? Adesso torniamo a casa. Abbiamo una casa?

E le masse d’acqua e vento appena lasciate oltre l’oceano, in posti che la gente sogna come paradisi e loro invece hanno vissuto perché dovevano. La morte basta a sconcertare e a invecchiarli all’improvviso e a farli sentire fragili e piccoli e uniti. E stanchi.

Lei è grande, capace in tutto, e il resto che ha sempre fatto per lui. Adesso la guarda, in quella macchina bianca, in quella città bianca: una donna più splendente per il dolore che si incunea nella sua giovinezza e si intuisce non la spunterà per via della sua forza radicale.

Pagano il conducente prima di scendere, si avvicinano con le valigie al portone. Chiavi enormi squassano i metalli della blindatura. Salgono lentamente le scale buie ed aprono le porte. Tutte le porte.

Sono lì da soli e soli rimarranno.

Lui dovrà finire l’università. Lei farà tutto quello che farà.

***

 

Ti amo

 

C’era questo affaccio altissimo sopra un mare chiaro con i sassi bianchi sotto dove l’acqua era bassa e gli scogli colorati ai lati. Un muricciolo delimitava l’area dello strapiombo appena prima del sentiero tra gli spini, unica via d’accesso al mare.

Per guardare in basso bisognava sporgersi. Certi bambini nudi giocavano pericolosamente sul bordo, le madri li lasciavano fare.

Sangue sotto i sandali consumati per i due ragazzi in viaggio e magliette strappate dal vento e dal sale e le labbra dolci di baci e pomodori freschi mangiati a morsi e il motorino a noleggio che fumava da una marmitta bucata e odorava di benzina e la voglia di scendere là sotto ed anche la paura.

– Voglio leccare i tuoi talloni insanguinati – disse lui alla ragazza.

– Che schifo. – Disse lei. Aveva una voglia arancione sul lato sinistro della faccia e delle lunghe braccia abbronzate, dita affusolate e occhi neri.

– Voglio leccarti le ferite – ribadì lui – come gli animali.

– Se insisti, dopo però, adesso andiamo.

– Sei sicura? Ho paura.

Presero gli asciugamani e si avviarono. Ora tarda per una spiaggia stranamente affollata per essere così inaccessibile. Sole. Grossi uomini con grossi cappelli risalivano il camminamento. Dovettero appiattirsi ai lati per lasciarli passare.

– Perché sei venuto se hai paura? – Scivolavano tra i ciottoli e si tenevano l’uno all’altra nei passaggi difficili.

– Perché ti amo. – Lui aveva aperto un sorriso inaspettato e mostrato una doppia fila di denti perfetti.

– Non fare lo scemo. – Si era voltata lei, imbarazzata.

– Se sono venuto e se voglio leccarti le ferite è perché ti amo.

 

 

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