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Miniature IV

di Emanuele Modigliani

Il ponte

Superare l’era dell’acciaio significava avventurarsi in mondi di particelle vorticanti. Una scacchiera argentata descriveva uno scenario di incastri specifici e inalienabili.
Era tutto dovuto e concreto, tutto all’ombra di cause ed effetti di ordine diverso, superiore, ma accessibile. Qui videro quello che videro. Non avevano il modo di descriverlo e mai l’avrebbero avuto.
Ci furono delle esplosioni che sembrarono lontanissime. Attesero fin che gli elementi scatenati dagli eventi non arrivarono fino a loro e poi li riconobbero nelle loro forme, astratte e coerenti, colorate ed effimere.
Non ci fu che il tempo per un ulteriore salto. Si ritrovarono allora a metà di un ponte le cui estremità si perdevano in nebbie granulose gialle e grigie.
Si affrettarono verso uno dei due estremi della campata, conoscendo il rischio del poco spessore del centro.
Il ponte si slanciava su immensità così oscure e vaste che una fugace immagine di esse faceva vacillare quel briciolo di luminescenza rimasta, quel puntino infinitesimale, la loro coscienza, che continuava a guidarli attraverso quelle stratificazioni interstellari.
Capirono allora, insieme, che era giunto il momento di tornare.

Di qua e di là

– Sono stanca. – Disse lei un giorno.
Un coro di cicale affogava la loro magrezza.
Uno di fronte all’altro nella capanna bianca. Stracci di lino puro, un tempo indumenti ricercati, si appoggiavano alle loro ossa con una asciuttezza che era assenza, lontananza, trasparenza.
– Se vuoi andare vai, io resto. – Disse lui.
Non era mai sufficiente, mai abbastanza. Si addentravano negli angoli più remoti della mente e dei sogni: viaggiavano.
– Dove vuoi arrivare? Dove stai andando? – Chiese lei.
– Non lo so, non ha importanza, mi piace. –
– Non voglio lasciarti solo. Morirai in uno di quei mondi, o peggio, ti perderai, non riuscirai a tornare. Dimenticherai.
– È indifferente.
– A chi racconterai quel che hai visto?
– Non lo dirò a nessuno, lo saprò io. Non cerco gloria.
Si davano da fare, ma da fuori non si vedeva niente.
La capanna, la sabbia e le brande di legno. Tra i bagliori di un tramonto mai tramontato, un bagno onirico incessante.
Fornelletti da campo spenti: finito gas e mais.
Uccelli, insetti e serpenti, vettori di messaggi, rendevano il conto delle mutazioni.
I monti rocciosi ad ovest erano meta quotidiana. Il sole li abbracciava da dietro come un padre, e folgorava, muovendosi lento, le piccole grotte antiche e le fessure tiepide dove sedevano eretti per ore, per giorni.
Lei partì il primo di luglio. Di lui non si seppe più nulla.

Altrove

Voglio parlarti di quello che ho visto.
D’accordo, fallo con calma, prendi il tuo tempo.
La città ci assorbe in questa notte impegnata. Queste luci al neon mi aiutano a ricordare.
Inizia da dove vuoi, ti ascolto.
All’inizio non era così bello, poi tutto è cambiato e ho cominciato a capire coloro che ci erano passati e ciò che avevano detto. Posso farti delle domande?
Veramente eri tu che volevi raccontare.
È vero, ma ho voglia di chiederti: da dove può venir fuori tutta questa bellezza?
Io non lo so. So solo che può essere raccontata. Ricomincia.
D’accordo. C’era un ponte e trovandomi sopra vedevo un fiume in basso, ne osservavo il procedere. C’era mia sorella con me.
Poi?
Poi abbiamo deciso di andare verso il paese e ci siamo andati. Dalle porte sono uscite delle persone che ci hanno salutato. Mia sorella era molto dolce ed io avevo il desiderio di abbracciarla.
E l’hai fatto?
Sì. E mi sono svegliato.
Lo sai che tua sorella è morta?
Lo so.
E Poi?
Poi basta.

La fortuna

Si erano chiesti quale delle loro fortune fosse davvero la prima, la più irrinunciabile e non avevano saputo rispondere se la loro ricchezza o la loro sfrenata libertà, ma poi alla fine decisero: la fantasia.
Acquosi occhi negli occhi.
– Ti chiamano in troppe.
– Non rispondo, lo sai.
Sono seduti su una panchina sotto una luna gelida in un parco cittadino. Ci sono alberi e vialetti di ghiaia e fontane scolpite da artisti.
– Ti sei messo a giocare.
– Non ho mai smesso. Ma non con te.
Cappotti scuri sopra abiti scuri, usciti da un concerto notturno.
Un lui acerbo ma già solido, essenziale, una lei aerea, nobile e …
Ed erano usciti già molte volte la sera quella settimana. Ed era un mettersi fuori, mettersi in mostra di proposito: potevano, volevano, tanto bastava.
– Dimmi cosa mi rende diversa da loro.
– Sono io, con te, diverso.
Ed eccoli a tacere per pochi istanti in un freddo che allunga gli artigli tra le falde del vestito lungo di lei e la manica aperta del cappotto di lui. Eppure non riesce a infastidire. Il freddo è proprio l’ultimo ingrediente.
Il tocco finale.

Commenti
4 Commenti a “Miniature IV”
  1. Maya scrive:

    Mi piace l’idea che a essere diversi siamo noi e non l’altro.

  2. Dario aureli scrive:

    … mentre li leggo, fantasia o realtà, mi rendo conto di aver avuto momenti come questi distribuiti nelle diverse stagioni della vita, grazie di averli saputi cogliere e raccontare anche per noi!

  3. Elena scrive:

    Che belli, stavolta Emanuele ha scelto un’emozione importante: la tenerezza. Le sue coppie sono reali, ma immateriali, come sospese, si sostanziano però proprio nella tenerezza reciproca

  4. stella scrive:

    Nelle storie minime (e morali) di Emanuele c’è un mondo perturbante, luoghi onirici che rimandano ad altri mondi; parole scarne che aprono squarci, “Sono io con te diverso”; sull’ orlo dell’abisso, “non era mai sufficiente, mai abbastanza”. Indizi di storie di vita intense, “Il freddo è proprio l’ultimo ingrediente”. Storie d’amore.

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