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Miniature

di Emanuele Modigliani

La tassa

– L’ho fatto, mi lascerete stare adesso. L’ho fatto per voi. –
Una cucina inondata di sole di mattina, si preparano frittelle. Un pugno di giovani rappresenta qualcosa di oscuro, che non c’entra nulla o quasi con il mondo e che è lontano, che in fondo non si capisce, ma poi si capisce, ed è qualcosa che si oppone al giorno stesso e al passare semplice dei giorni e all’odore dei fiori estivi, e si oppone, inquinandolo, ad ogni angolo di esistenza.
Stravaccati e superbi, se ne stanno essi ebbri di una sapienza violenta che lascia fare il peggio ad altri, che i rischi li prendano altri, con una furbizia dirigenziale in embrione, un diabolico delegare a delegazioni che poi verranno a loro volta, nuovamente, delegate. Ed essi, lontanissimi, non più implicabili, a ridere.
Per lui una tassa. Un passaggio obbligato.
– Dovete lasciarmi andare adesso. Dovete. –
Ma il gesto, gravido di conseguenze è stato compiuto. Ci ha messo del suo, non ha potuto evitarlo.
Ha rubato e consegnato a costoro, si è macchiato, per sempre.
Un’arrendevole amarezza lo coglie adesso, passiva rassegnazione disperata, in quella sua forma di ragazzo timido adagiato con un’abnorme dolcezza di lineamenti sui quei divani storti di una casa sconosciuta.
Mangia senza gusto le frittelle. Ripete inutilmente ai presenti che ha fatto la sua parte, ha dato il suo, adesso devono lasciarlo stare.
Ma il danno è fatto e non sarà mai più lo stesso.

Una fermata

Sono poche parole. Sono forme in un maltrattato pomeriggio invernale.
Il tram non passa. Il filo di un discorso sfilacciato e rosicchiato dai troppi scantonamenti di tempo. È un rivolgersi ad un vuoto che è pieno, è il dialogo con una divinità malferma, ad una fermata cittadina di mondo in rovina.
Le scarpe sporche. La tasca interna strappata e la maglietta che stringe le braccia e il collo da sotto il maglione.
E c’è, la divinità, con la quale conversare (amabilmente?) in una del tutto inconsueta allegria, e acidissima perfidia e non misurabile forza.
Egli torna sui propri passi, in un ciclo mentale che si ripete, ma ci sono piccoli e decisivi cambiamenti, nei secoli. È fuoco di paglia davanti alla follia collettiva conclamata. Eppure, vie d’uscita in anfratti impensati, sorprese, squarci di insensata purissima, sì, purissima, felicità. Uscita? Fuga? Accesso?
Lo sferragliare delle ruote sulle rotaie annuncia ben prima della vista l’arrivo del mezzo di trasporto pubblico.
– Lo prendiamo? –
– No, per me il prossimo. – Dice lei (la divinità) serafica, sbrigativa, mentre lui attacca il predellino rialzato e forza sulla gamba il passo che monta.
È successo, il poco si è fatto tutto. Ma non era già accaduto?
Sono poche parole. Sono attimi, di densa verità.

Il cappotto

Che poi è sudato e sporco e non risponde, è che ha tre anni o giù di lì, sa parlare? E poi ha preso un cappotto a qualcuno, una lana marrone con l’interno in pelliccia ed è inutile sgridarlo: dove hai preso questo cappotto? Di chi è?
Si è coperto. Ha trovato un modo.
Escono da una zona paludosa, radure di fango e sabbie giallo-verdi che inghiottono uomini, animali e piante acquatiche articolate in liane dalle forme più varie e fossi e stagni. Ha giocato con qualche compagnia di esseri primordiali, altri bambini sfacciati e rozzi, e poi si è procurato un cappotto, questo gli sta dicendo, senza le parole. Il bimbo lo sta apostrofando con un volto serio.
L’uomo lo afferra, rotondo che sembra un simulacro solido di un bonzo imperturbabile, pesa. Che poi dovrebbe essere suo figlio ma non gli somiglia.
Si avviano verso una casa. Non mangiano fino ad un’ora tarda dopo un crepuscolo lentissimo di sfumature viola e blu che li sorprende mentre attraversano un campo coltivato, in fondo c’è il villaggio.
Ed è davvero infangato e lurido il bimbo, ed è davvero tardi, ed è così buio ormai ed ogni aspetto di quel giorno sta morendo dietro l’orizzonte invisibile di un mondo vegetale bagnato e indomabile.
E nell’intimo della capanna la donna-madre del piccolo insieme all’uomo-padre dopo l’amore: ma dove ha preso quel cappotto?
L’ha rubato, preso in prestito, scambiato?
Non lo sapranno mai.

Al nord

Era comparsa una spiaggia fuori stagione di un paese freddo, battuto dai venti, con altri bagnanti fuori stagione, come loro, e si erano tuffate nel gelo di una porzione di mare nordico, tra balene e gabbiani assassini.
Urlavano, gioivano, e urlavano ancora. Corpi consumati dalle intemperie.
– Non possiamo fuggire per sempre. –
– Invece sì. Possiamo. –
L’amica aveva cambiato il nome e la voce, era riuscita a cambiare la voce, era rauca e lentissima a scandire le parole adesso, nel suo accento slavo, voleva ospitalità per la notte, c’era un uomo con lei, uno nuovo, diverso, garantiva al telefono, era diverso, garantito, diceva.
Risero, fumarono, bevvero alcolici. Le norme disgregate di quell’esistenza al confine settentrionale del tempo erano in evoluzione. Lei si lasciava invadere fino al delirio da slanci compositivi effetto dei narcotici.
– Mettiti lì, in fondo – disse all’uomo – e spogliati. –
Erano rientrati nell’appartamento dove viveva, bagnati di sale oceanico.
Il tipo era un gigante di carne e sangue rossi come i suoi capelli e la sua barba. Lo studiarono da lontano prima di avvicinarsi. Lo baciarono e leccarono in ogni parte di corpo e lo lasciarono esplodere quasi dolorante tra le loro bocche avide.
– Non sei gelosa vero? –
– No – sorrise l’amica – l’ho portato per te. –

Commenti
19 Commenti a “Miniature”
  1. Paolo scrive:

    Bouleversant!
    Fichissime!
    Dietro le parole si sente la tua voce!
    :)

  2. Sara Modigliani scrive:

    Quello che sempre mi colpisce di Emanuele è la sua capacità di “fare poesia” ed essere contemporaneamente così concreto. Le sue parole scivolano e lasciano il segno. Bravissimo!

  3. Dario aureli scrive:

    Sono folgoranti stralci di vita che lasciano al lettore la libertà o la possibilità di costruirci intorno infinite storie… Davvero belli, ti costringono a immaginare e riflettere. Grazie

  4. Gianni Fiaccadori scrive:

    Bello!! Un cuore di scrittore al lavoro !! Lavoro, e malattia, di leggere eventi sparsi, reali o quasi fantastici, e ricomporli in quadri, per fermare ed osservare le intensità, che ci scorrono intorno e ci si accavallano sottopelle

  5. stella sofri scrive:

    Ci si ritrova già dall’incipit “in medias res”, in un meccanismo di coinvolgimento emotivo, nell’attesa di un distendersi della narrazione che non arriva, non può arrivare. Frammenti di vita, atmosfere evocate, sensazioni in cui il non detto lascia spazio all’intuizione, e i dialoghi nascondono indizi illuminati da una improvvisa nota conclusiva. Ma anche la proiezione di uno stato interiore, una ricerca di senso in un mondo che rimane sfuggente, sospeso. Ambiguità, dubbi, mistero sono ingredienti distillati in pochissime parole, precipitati in conclusioni fulminanti. Una scrittura studiata, raffinata, che evidenzia le
    molteplici, inquietanti sfaccettature del reale.

  6. Massimo scrive:

    Racconti brevi di questo tipo sono come le istantanee di un fotografo, quando riescono.
    Le foto di Cartier-Bresson, per citare un grande esempio, sono racconti fulminei, fatti, come diceva lui, mettendo in linea l’occhio, la mente e il cuore.

  7. Raffaello scrive:

    “Sono poche parole. Sono attimi, di densa verità.” E’ l’auto Stesso a dircelo, forse involontariamente “sorprese, squarci di insensata e purissima- si purissima- felicità. Grazie Modigliani per questa ennesima e preziosissima testimonianza di istantanee di vita, frammenti di letteratura che palpitano veracità. Ora, però, attendiamo il seguito!

  8. Raffaello scrive:

    “Sono poche parole. Sono attimi, di densa verità.” E’ l’autore stesso a dircelo, forse involontariamente “sorprese, squarci di insensata e purissima- si purissima- felicità. Grazie Modigliani per questa ennesima e preziosissima testimonianza di istantanee di vita, frammenti di letteratura che palpitano veracità. Ora, però, attendiamo il seguito!

  9. Iole scrive:

    Ho avuto il piacere di leggere vari racconti di Emanuele e tutte le volte mi capita di soffermarmi su espressioni linguistiche di grandissima forza.
    Questo mi succede, solitamente, con autori che risiedono nell’Olimpo letterario che sembra irraggiungibile.
    I racconti arrivano diretti alla nostra anima poetica il cui sguardo ci permette di dare senso ai piccoli istanti di cui è composta la vita. Altrimenti sarebbe solo follia!
    Non è importante quanto racconti di una storia o di una vita, ma coglierne l’essenza profonda e questo può capitare anche mentre aspettiamo banalmente l’autobus alla fermata. Emanuele ce lo insegna….
    Spero di leggerne ancora.

  10. Elena scrive:

    Scorci di vita ai margini, ma anche di chi vuol esserci a tutti i costi. Il mio preferito è “La tassa”.
    Mi piace anche immaginare citazioni ed atmosfere note, io ci ritrovo “I soliti ignoti” e Gogol, ma anche la Mazzantini di “Non ti muovere”.
    Bravissimo Emanuele!

  11. Luciana Capitolo scrive:

    Stupiscono davvero questi racconti: brevi, essenziali, spiazzanti. L’incipit, sempre misterioso, coinvolge immediatamente il lettore, proprio come in certe novelle di Pirandello dove solo nel finale riusciamo a decifrare il senso delle prime battute e di tutta la narrazione (“Quando ho qualcuno attorno non la guardo mai”, La carriola; “Farneticava”, Il treno ha fischiato).
    In modo simile Emanuele Modigliani (“L’ho fatto, mi lascerete stare adesso. L’ho fatto per voi”, La tassa). Ma se Pirandello tiene in sospeso il lettore attraverso un lungo racconto, indicando infine la sua filosofia e la soluzione del mistero, Modigliani disvela il senso dell’incipit in poche, dense battute di una breve narrazione, ma mai del tutto. Perché permane il mistero, c’è sempre un non detto che lascia intuire molto altro. Tanti stralci di vita, talvolta illuminanti, talvolta avvolti da un velo che vorremmo squarciare. Così quei giovani che vivono appartati nel sole di una cucina dove si cucinano frittelle, e non si curano del mondo che appare lontano, chi sono? E il protagonista che dichiara di aver voluto pagare la sua “tassa”, macchiando la sua coscienza in un mondo non suo? Vittime o colpevoli? Tutto resta sospeso. E’ anche questo il fascino della narrazione di Emanuele.

  12. benedetto dato scrive:

    Lampi di vita colti con un abbagliante linguaggio tra poesia e prosa

  13. Maddalena scrive:

    Molto belli questi brevi racconti. E’ potente questa scrittura, se mi è permessa l’analogia, assomiglia ai ‘lampi’, ai tuoni, agli squarci di una trama che rivela nell’attimo del vuoto la rottura del pieno. Mi piace.., mi riconduce alla vita. Grazie. Maddalena

  14. Paolo scrive:

    Una volta con un’amica abbiamo fatto un gioco: entriamo in un locale affollato e fissiamo una persona o una coppia, o un gruppo di amici. Pochi secondi, e poi di nuovo fuori.
    Dalle immagini raccolte, le espressioni, posizioni, direzioni… raccontiamo la loro storia.
    Ecco, Emanuele sembra fare questo, con grande capacità e maestria: un’immagine iniziale, quasi un’istantanea… e poi la storia di srotola davanti ai nostri occhi.
    Ma la storia è storia vera e non appena ci si sente trasportati, quasi confortevoli, ecco che tutto prende un’altra direzione, precipita.
    Tutto in poche parole, essenziali, ruvide o evocatorie, con la magia della forma racconto che ci lascia il compito di continuare, dare un seguito.
    Ma che bello!

  15. Mariella Tudini scrive:

    Letto, stampato e conservato fra le pagine de “GLI OTTANTUNO”

  16. Carlo Zanda scrive:

    Javier Cercas dice che i veri romanzi si riconoscono perché hanno il “punto cieco”. I racconti di Emanuele hanno il “punto cieco”

  17. Ivan Radicioni scrive:

    Un caleidoscopio in movimento dove i sensi si muovono in più direzioni creando lo spazio come frammenti di tanti spicchi di specchi.
    Emanuele non fermarti: irimi tenkan 😊

  18. Enzo scrive:

    Colpi di colore veloci disegnano non scenari complessi. Flash sparati sorprendono l’impensabile nella quotidianità. Luci forti riflesse in mari gelidi del nord, o spalmate in foreste fangose dei tropici. Buio o leggerezza, dell’anima e delle cose. Storie sensuali e solari, o sordide e raccapriccianti. Il tutto con frasi incalzanti, spezzate, cenni che non si chiudono e non lasciano tregua. Grazie e buon lavoro, Emanuele!

  19. Enzo scrive:

    Colpi di colore veloci disegnano scenari complessi. Flash sparati sorprendono l’impensabile nella quotidianità. Luci forti riflesse nei mari gelidi del nord, o spalmate nelle foreste fangose dei tropici. Buio o leggerezza, dell’anima e delle cose. Storie sensuali e solari, o sordide e raccapriccianti. Il tutto con frasi incalzanti, spezzate, cenni che non si chiudono e non lasciano tregua. Grazie e buon lavoro, Emanuele!

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