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miniTube #1: Casca il mondo casca la terra

All’Istituto Sacro Cuore di Corso Europa 84 a Napoli, all’inizio dell’anno scolastico, quando ancora eri sazio dell’entusiasmo dovuto al recente tour de force alla Upim per la scorta di quaderni, matite, diario, portapenne, zaino, in più arrivavano i libri. Se ho capito bene (ex post) come funzionava, dato che era una scuola privata, il costo dei libri di testo era incluso nella retta, e te li portavano loro, le suore-insegnanti che, animate evidentemente da sacro spirito cristiano, volevano evitarti le estenuanti file nelle librerie di Port’Alba, un oscuro limbo affollato da studenti senza fede.

Era emozionante distrarsi dalle pur accondiscendenti lezioni della ancora afosa settimana iniziale, sfogliando il sussidiario nel giorno in cui lo ricevevi per guardare le innumerevoli immagini in quadricromia che offrivano – a noi decenni appena reduci dall’estate della fine delle elementari e gravidi di aspettative verso un’era destinata a noi ormai “grandi” – un immaginario tutto nuovo fatto di foto di opere d’arte custodite nei musei del mondo da cui avremmo mandato cartoline alle nostre famiglie, bandiere di stati remotissimi la cui capitale, la cui moneta, la cui popolazione, la cui produzione di granturco di lì a poco avremmo potuto constatare di persona.

Nei primi giorni di quella stagione scolastica 1980-81, l’anno della mia prima media, la frenesia dello scoprire nel sussidiario intonso un’illustrazione buffa da indicare sghignazzando al compagno di banco o che avesse una possibile allusione sessuale (a quell’età, praticamente tutte, dalla potnia mater ai grafici dell’apparato riproduttivo), si fece dapprima vampa d’emozione da lasciarmi senza fiato per aver avvistato uno scatto, impercettibilmente fuori fuoco, di casa mia, proprio il mio palazzo!, proprio nelle pagine che mi avrebbero condotto lungo i territori del sapere in quell’indimenticabile anno scolastico!, palazzo riconoscibilissimo per ubicazione, colori e struttura; si elevò poi a grado di fervore gioioso all’idea che quella foto piovuta dal cielo mi avrebbe privilegiato di una celebrità imminente quanto ovvia, rendendomi l’eroe del nuovo continente, l’olimpo del terzo piano destinato agli alunni delle medie; si celò infine sotto un repentino sudato pallore ammutolito nel leggere la didascalia: “un caso eclatante di scempio edilizio nel Mezzogiorno”. Richiusi immediatamente il sussidiario, lasciando la mano a tenere il segno, come a futura memoria; diedi uno sguardo di severo rimprovero a Vincenzo Pagano che mi mostrava, ridendo così inopportunamente, la fotografia di una qualche tribù seminuda dell’Africa nera, e da quella stessa sera smisi per alcune settimane di giocare da solo a pallone nel corridoio di casa per paura che il palazzo crollasse sotto i miei irresistibili dribbling immaginari.

Non chiesi mai a mia madre in che senso quella curiosa architettura che Sabatino Russo (inquilino dell’interno 15 e mio acerrimo avversario di subbuteo) chiamava “le palafitte” dovesse essere considerato “scempio edilizio”. Ma è quell’indelebile immagine fuori fuoco che due mesi dopo averla vista, sognata ripetute notti e reiteratamente scacciata dalla mente a forza di formazioni calcistiche mandate a memoria dal Guerin Sportivo, è proprio quell’immagine che mi tornò alla mente la sera del 23 novembre 1980, l’anno della mia prima media.

Io e mio fratello Dario, forti della recente conquista sociale del telecomando, cenavamo – nell’orario consono a due alunni diligenti della nostra età, già impigiamati, pronti per andare a letto dopo mangiato – passando dalla sintesi serale di Juve-Inter (2-1, reti di Brady e Scirea per i padroni di casa e di Ambu per i nerazzurri) ai primi videoclip musicali della storia televisiva italiana, trasmessi lì e allora dall’emittente locale Telesorrento, e nel caso specifico Shandi dei Kiss, del quale video ignoravamo certo che avrebbe rappresentato l’ultima apparizione del batterista Peter Criss nella band per lungo tempo.

Nei resoconti divenuti lessico familiare negli anni a venire avremmo arricchito di dettagli il nostro epos: “fermo con la gamba, smettila di far ballare il tavolo”; “gli spaghetti al pomodoro avevano quell’odiosa acquetta di quando mamma, sempre intenta a troppe incombenze domestiche contemporanee, per la fretta non scolava bene la pasta”; “qualcuno in quel momento, incredbilmente, suonò al citofono” (avremmo scoperto poi trattarsi di Nino Pappalardo, che ci ostinavamo a frequentare nonostante uno status sociale evidentemente dubbio, dato che abitava addirittura al piano terra); e così via.

Quello che solo anni più tardi io e mio fratello abbiamo osato confessarci a vicenda è che durante quei novanta secondi iniziati e finiti tra le 19 e 34 e le 19 e 36 ma dilatabilissimi fino a una durata eterna per il modo in cui si sono impressi nella nostra corteccia cerebrale, subito dopo il tempo necessario a capire cosa stesse succedendo, quando cioè eravamo già corsi verso la cucina e a metà strada, nel corridoio, nostra madre ci aveva raggiunti e già ci teneva stretti in una sorta di paurosissimo girotondo in cui davvero (e di questo mi rendo conto solo ora, mentre lo scrivo trentadue anni dopo averlo vissuto) in cui davvero noi stavamo fermi ma Girava Il Mondo e Cascava La Terra, ci teneva stretti arpionandoci con le mani, facendomi per fortuna sentire un dolore all’avambraccio spropositato, dolore che per qualche istante riuscì a catapultarmi fuori da quell’ambaradan, mentre lei intonava un canto da muezzin cattolica che era un grido sussurrato e usciva come un uragano dalle sue labbra serratissime signoreproteggiquestacasa signoreproteggiquestacasa signoreproteggiquestacasa, mentre succedeva questo e io ripensavo alle facce dipinte dei Kiss e al lampadario ondivagante sopra la nostra cena che sarebbe rimasta su quel tavolo a freddarsi per una settimana e rivedevo la foto terribilissima del sussidiario e mentre qualcuno stranamente suonava il citofono e io provavo a rispondere liberandomi per un attimo dalla morsa della mano materna che sicuramente già stava lasciando un livido sul mio braccio coperto da pizzicante tessuto azzurrino Irge, mentre succedeva tutto questo io e mio fratello vedemmo chiaramente, vedemmo chiaramente nostra madre lasciare la stretta dalle nostre braccia e allungare le sue, di braccia, verso le pareti di quel corridoio, facendo di se stessa un ponte levatoio o un’impalcatura di tubi innocenti per tenere distanti fra loro le mura del nostro appartamento al sesto e penultimo piano di un palazzo considerato scempio edilizio dal mio sussidiario, e palafitta dal mio avversario di subbuteo, un palazzo che – l’avevo sentito dire in una conversazione familiare in cui si parlava di esose spese condominiali – aveva dovuto subire un rinforzo posticcio di cemento armato nelle fondamenta, durante la fase di costruzione, perché pericolante sin dall’inizio, e che ora vedevamo caderci addosso, ci avrebbe schiacchiato, ci stava schiacciando, tra qualche istante ne saremmo stati di sicuro schiacciati se non ci fosse stata nostra madre – potevamo rendercene conto benissimo perché stava succedendo sotto i nostri atterriti occhi di adolescenti – se non ci fosse stata nostra madre a tenerlo in piedi ora spingendolo da un lato ora tirandolo dall’altro, e non era il signore a proteggere quella famiglia e quella casa, non era il signore, era mia madre e non c’era alcun dubbio su questo, perché io e mio fratello la ricordiamo, mosaica, separare le due onde di mattoni e calce e intonaco che si sarebbero riversate su di noi inghiottendoci inesorabili se non le avesse divise lei per proteggere tutto quello che aveva, e quando l’indomani avremmo avuto conferma di quanto ascoltato nelle ore passate “all’addiaccio” (espressione appresa in quella nottata sul marciapiede e che da allora mi fa venire un brivido sulla nuca) ossia che decine di paesi erano stati distrutti, centinaia di palazzi erano crollati, migliaia di famiglie erano rimaste senza casa, al sentire quelle notizie (“FATE PRESTO”) un solo pensiero avrebbe cancellato tutti gli altri, tutti i girotondi paurosi, i lividi sulle braccia, la foto del sussidiario, i confini dell’Austria, l’apparato riproduttivo, il citofono, il batterista dei Kiss, le notti all’addiaccio, il gol di Scirea, le palafitte, il subbuteo, il corridoio, il lampadario, il cemento armato, gli scempi edilizi – solo un pensiero: mia madre, mia madre al terremoto gli ha fatto un culo così.

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Ecco la mia selezione di video per questa puntata di miniTube:

• il video di Shandi dei Kiss

• una sintesi televisiva di Juve-Inter del 23 novembre 1980

• il discorso di Pertini

• e un monologo di Massimo Troisi

Marco Cassini (1970) è il co-fondatore di minimum fax. È autore di una monografia su Raymond Carver (Carver, Gribaudo Paravia 1997) e ha curato per minimum fax Beats & bites (1996), una raccolta di citazioni, interviste e saggi sulla beat generation. Insieme a Martina Testa ha curato l’antologia Burned Children of America (minimum fax, 2001), una raccolta di racconti inediti scritti dai più promettenti giovani autori americani di oggi. Nel 2008 è uscito Refusi, Diario di un editore incorreggibile, edito da Laterza.
Commenti
4 Commenti a “miniTube #1: Casca il mondo casca la terra”
  1. Christian Raimo scrive:

    Mmm, bellissimo pezzo, mi hai fatto venire voglia di ritrovare la puntata di Bim Bum Bam che fu interrotta dalla notizia dell’attentato a Giovanni paolo secondo.

  2. Enrico Marsili scrive:

    A volte dei bei pezzi come questo mi distraggono dal mio progetto di vita: distruggere le facolta`di lettere e sositutirle con dei call center della Tim.

  3. Francesca scrive:

    grazie per questo pezzo di memoria. sa di crostata alle amarene

  4. filippo scrive:

    bello davvero.
    Ho provato a raccontare in un video di ricerca l’esperienza di un gruppo di psichiatri che si trovarono a lavorare a nel post terremoto, all’aquila e in irpinia, e dei processi partecipativi di ricostruzione che tentarono. Questo sull’irpinia è un pezzo a cui tengo particolarmente. Nella mia memoria, quel terremoto, per me che abitavo al quinto piano di edificio a Roma, è legato ad una fuga lungo un corridoio deformato, irriconoscibile, di cui non si vedeva la fine.
    il video si chiama Le comunità possibili. Salute mentale e partecipazione dalla chiusura dei manicomi alla ricostruzione de L’Aquila.
    se ti va lo trovi qui

    http://www.filippotantillo.net/?p=294

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