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miniTube #3: Abruzzese Giovanni. Breve storia dello stare in coda

Non si tratta, qui, di una coda allo sportello, ma di un incolonnamento. Decine di automobili obbligate a fermarsi e a spegnere il motore. Qualcosa è accaduto più avanti, lungo la strada. Può darsi che l’incidente – o il blocco del passaggio a livello per via di un guasto, di una catastrofe ferroviaria – si siano verificati molto lontano da noi. Così lontano che la causa dello stop ci resta aliena e invisibile. Per cui alle nostre orecchie, una volta abbassato il finestrino, arriva soltanto il solfeggio di un indefinito passaparola. Non rimane che girare la chiave, scendere dalla macchina e cercare un posto per urinare. Oppure socializzare e collegarsi a questo momento di attesa incerta. Si può godere di un’uscita dal tempo, dal palinsesto quotidiano; fruire di un imprevisto non così spiacevole.

Un altro genere di coda e incolonnamento. Seimila aspiranti per un posto da spazzino. Inizio anni ’80. Il numero 6000, illuminato nel titolo e messo in relazione con la parola ‘spazzini’ – professione creduta un tempo così bassa da doversi rimodernare nella dicitura ‘operatore ecologico’ – evoca uno sfondo di crisi economica e sociale. La notizia viene così a ritagliarsi in primo piano, in quanto prova e testimonianza di un drammatico frangente: quella crisi che, in realtà, ci risuona da sempre nelle orecchie.

La colonna è fotografata dall’alto. Un’aria minerale, un fiume di lava e cenere, seccato dentro il palinsesto dell’esistenza. Un uomo si volta, in direzione della macchina fotografica. Ci guarda. Gli altri sono di spalle e procedono verso, sembrerebbe, un’ampia cancellata. Dalle chiome spoglie degli alberi cola sullo scatto uno strato di pigra, appiccicosa atmosfera cimiteriale: no future. La foto sembra girarci un interrogativo: ma che senso ha vivere? Come se, più precisamente, fosse quell’uomo voltato a domandarcelo.

“La snervante attesa…”, dice la didascalia. Fine anni ’70. Ma in questo caso la coda – che precede l’ingresso ad un palazzo Inps – forma un’ansa, una curva, che si sarà costituita in ragione di qualche necessità pratica o per un disegno seguito, spontaneamente, dalla massa dei corpi in colonna. È una forma, questa specie di ‘S’, che riesce a rallentare la vibrazione ansiogena e sociofobica solitamente emanata nell’immagine di una lunga coda. La ‘S’ genera un’impressione di fluidità e gradevolezza.

1985. Ufficio del catasto. In questo caso il racconto è invece drammatizzato dalla scansione della foto in quattro riquadri, che c’informano dell’apertura degli uffici, del graduale affollarsi degli spazi, ora per ora, e della reiterazione del gesto immortalato nei tre riquadri superiori: un uomo, una donna e ancora un uomo fotografati mentre, probabilmente, lasciano una firma su un elenco. La tensione aumenta, l’insofferenza fermenta in mulinelli, vorticando dentro i crocchi di tre, quattro cittadini, che popolano il riquadro inferiore. Montano fino a toccare un apice in quello sguardo, al centro della casella, rivolto verso di noi, che sembra estenderci una richiesta di aiuto e comprensione. Sopra la testa di questo uomo di mezz’età si nota poi uno strappo bianco. Possiede la forma di un uccello, una sorta di torpido gabbiano, di fantasma italiano della burocrazia, che aleggia cieco e apatico sopra le teste dei contribuenti.

“I disoccupati esistono” si legge, nei primi secondi della clip, su di un manifesto affisso ad un muro. Una folla di senza lavoro, in un caldo mattino romano, gremisce lo spazio tra strada e marciapiede, di fronte ad un ufficio di collocamento. Inizio anni ’80. Poi si solleva la saracinesca: un borbottio  metallico accompagna la scorrimento della grande scritta ‘W HITLER’ – dipinta a spray sull’avvolgibile – senza trovare sponde nell’assonnata indifferenza di chi è lì in cerca di lavoro; forse preservata intatta dall’indolenza cinica del personale, che avrà ritenuto irrilevante e inutile cancellarla. Aperto l’accesso, la folla si riversa dentro il recinto degli uffici.

Appare sull’interno di uno stipite anche una piccola falce e martello. Più simboli si fanno guerra e contendono questo brandello materiale di amministrazione pubblica, in cui la democrazia entra in affanno e si muta in acquitrino. Un impiegato chiama allo sportello i senza lavoro: “Abruzzese Giovanni: 300; Mansueti Angela: 300 e 1; Moschetti Ezio: 300 e 2”. Prima il cognome, poi il nome seguito da una cifra. Le voci di un secondo, di un terzo, di un quarto impiegato si levano dagli sportelli con timbro apatico e brusco contegno: “La patente originale indove sta? La patente! […] Hai timbrato luglio?  […]  Il K! Il K ce ll’hai? […] Devi aspettare […] Novanta giorni!”. Non c’è calore, non c’è umanità, ma sembrano comunque portarsi dentro, quelle voci d’impiegato, una vecchia e nauseabonda saggezza: che vi siete svegliati a fare? Non c’è senso in questa vita, tantomeno in questo Paese.

Lavora a La 7. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Macao, un ebook sulla vicenda della torre occupata a Milano. È autore di un reportage narrativo sul romanziere Michel Houellebecq e il movimento raeliano. Dal settembre 2012 tiene un tumblr sul quindicennio 1970-1985.
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