paperone

Mister Bombastium. Sulla vaghezza nel grillismo

Riprendiamo questa riflessione uscita sul blog di Raffaele Alberto Ventura.

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

Così va per il Movimento 5 Stelle. Sostenitori e avversari lo assaggiano e traggono le più disparate, e talvolta disperate, conclusioni: Beppe Grillo è comunista! Beppe Grillo è nazista! Beppe Grillo è per la decrescita e dunque per l’austerità! Beppe Grillo è keynesiano, infatti il programma gliel’ha scritto Stiglitz dopo essersi scolato una bottiglia di grappa Nardini! Chi ha ragione? Chi ha torto? Tutti quanti. L’ideologia grillina è come il Bombastium: il suo sapore dipende dal punto di vista. E ce n’è per tutti i gusti.

Questo spiega anche il successo elettorale, che non può essere attribuito ai soli grillini “lecca-matite” delle barzellette. Basta un minimo sforzo di sospensione dell’incredulità, e si troverà nel discorso grillino ciò che si vuole. Il liberista, che avrebbe magari votato Oscar Giannino, trova la denuncia degli sprechi pubblici e dell’iniquo sistema fiscale. Fragola! Il fascista trova una critica del parlamentarismo e un leader carismatico che strabuzza gli occhi. Vaniglia! Il keynesiano trova il reddito di cittadinanza. Pistacchio! L’hacker di Anonymous trova la democrazia digitale. Stracciatella! Il cospirazionista trova le scie chimiche, il signoraggio e tutte le puttanate che ha letto su Internet. Aloe! E l’uomo qualsiasi spera solo in una forte scossa che basterà, forse per magia, a risolvere i problemi dell’Italia. Tiramisù!

Straordinario questo Bombastium. Il famoso venticinque percento di Grillo è prodotto dall’aggregazione di domande politiche molto differenti. Dal grillino duro e puro stile “siamo la gente, il potere ci temono” al giovane startupper milanese, passando per il militante di sinistra che ha perso ogni punto di riferimento: domande apparentemente inconciliabili, forse contraddittorie. Ma è qui che le cose diventano interessanti. Inconciliabili, non c’è dubbio che lo siano nella pratica: d’altronde Grillo stesso non pensava sicuramente a un programma di governo. Ma che siano state conciliate in un discorso politico, questo è già stupefacente. Ed è nell’ordine del discorso che l’operazione grillina è interessante da analizzare.

Grillo gioca in maniera straordinaria sulla vaghezza del proprio messaggio, adattandolo in funzione dei contesti e degli interlocutori, abbandonando via via certi temi senza mai ammettere gli errori passati (AIDSmetodo di Bellabiowashballsignoraggio…) così da non tagliare fuori nessuno dei suoi potenziali elettori. Questa cosa si chiama retorica politica, e non l’ha certo inventata il comico genovese. La campagna elettorale di Berlusconi era ugualmente vaga, tra brandelli di liberismo ed echi sovranisti: ricordiamo quando da Santoro rispose evasivamente a una sedicente imprenditrice veneta, lasciando intendere a lei di condividere la sua teoria del complotto e agli altri di essere un convinto europeista.

Il Partito Democratico, da parte sua, ha scelto di essere vago su temi “eticamente sensibili” che rischiano di costituire una linea di separazione al suo interno. Il mediocre risultato elettorale, da questo punto di vista, non dipende dalle qualità del leader: ma dal limite intrinseco di quello che era possibile dire senza rompere il fragile equilibrio su cui era costituita l’unità politica di una compagine destinata a governare con Mario Monti: un “dettaglio” impossibile da nascondere ma piuttosto difficile da integrare in maniera indolore nel discorso politico di un partito di centro-sinistra.

La vaghezza non è un difetto del linguaggio politico, bensì la sua sostanza. Sta poi agli elettori mettere alla prova il discorso vago per orientarne l’interpretazione e gli sbocchi concreti. Oggi l’ideologia pentastellata ha una sola alternativa: lasciarsi mettere alla prova, chiarirsi, precisarsi, e così perdere molti elettori che ha conquistato sulla base di un malinteso; oppure (se ci riesce) restare vaga, ambigua, inoffensiva protesta, e vaffanculo. Il sociologo Ernesto Laclau, nel suo La ragione populista, illustrava bene i meccanismi di aggregazione della domanda politica: e definisce il discorso pubblico come un “significante vuoto” capace di esprimere significati di vario genere e perciò conciliare gli interessi di classi differenti. La politica si gioca nella costruzione di questi significanti vuoti, nell’occupazione degli spazi, in una continua dialettica con altre forze che naturalmente mettono in discussione la vaghezza del discorso concorrente per eroderne il consenso. Se volessimo spartire la nostra gustosa palla di Bombastium tra gli amanti della fragola, quelli della vaniglia e quelli del pistacchio, non avremmo presto più nessuna palla. Ma se ci rivolgiamo indistintamente agli amanti del gelato buono, senza distinzioni tra frutta e crema, dovremmo riuscire a soddisfare tutti. Chi non ama il gelato buono? A parte la casta, voglio dire.

In questo senso il il piano del linguaggio è interamente sovrapponibile all’estensione del consenso, e ogni variazione sul primo si ripercuote sul secondo. Come ha detto Carlo Freccero qualche giorno fa in un dibattito televisivo, “Grillo ha proletarizzato il piccolo imprenditore”. Ha inventato — sul piano simbolico, linguistico, ovvero strategico e sostanzialmente politico — una nuova classe sociale, composta nientemeno che da tutti coloro che si sentono vittime un’ingiustizia. Lo ha chiamato Popolo, proprio come i borghesi francesi nel 1789 parlavano di Nazione per mettere i proletari dalla loro parte contro l’aristocrazia (la casta dell’epoca). Con meno successo, alcuni sedicenti neomarxisti circoscritti nell’aria vendoliana hanno tentato di fare la stessa cosa con iprecari cognitivi. Lo straordinario successo del nostro Mister Bombastium è di avere costruito un discorso capace di tenere assieme, per un attimo e con la forza fragile d’un vaffanculo, cose che sembrava impossibile tenere assieme. Ma questo attimo non durerà in eterno: via via che la vaghezza si dissiperà, l’elettorato grillino è destinato a sciogliersi — proprio come il Bombastium tra le mani di Zio Paperone.

Resta una domanda: quanto è possibile risparmiare usando una palla di Bombastium invece del normale detersivo? Meditate, gente, meditate.

Raffaele Alberto Ventura lavora nell’industria culturale. Non è l’autore di Anonymous. La grande truffa.
Commenti
6 Commenti a “Mister Bombastium. Sulla vaghezza nel grillismo”
  1. Enrico Marsili scrive:

    Finalmente qualcuno che dice una cosa giusta su Grillo. Grillo ha cercato il consenso! Come ogni politico dovrebbe (saper) fare. E il consenso lo ha trovato perche` nessuno lo stava cercando, essendo troppo occupati gli altri leader a fidelizzare i propri elettori. Grillo ha vinto (anche) perche` si e` allargato, sbracato a destra e sinistra, come il primo Berlusconi che strizzava l`occhio a tutti i machisti e gli evasori, dovunque si trovassero.

    Chi sa comunicare meglio, Grillo o Bersani? Per ora ha vinto Grillo, la cosa non durera`, ma intanto ha segnato un punto di non ritorno. Con buona pace di TUTTI gli altri schieramenti.

  2. RAV scrive:

    In effetti questo post dovrebbe servire ad aprire una riflessione. Se è vero che la politica è vaghezza, *fino a dove* è possibile essere vaghi? Perché diciamo che Grillo lo è *troppo*, a fronte degli esempi citati di Berlusconi e Bersani? Qual è il rapporto tra offerta politica vaga e pratica concreta? D’altra parte, se il M5S mette assieme cose che consideriamo separate, non è anche colpa delle (proverbiali) *vecchie categorie*? Sono domande aperte, dalle quali il grillino non esce necessariamente sconfitto. D’altra parte è troppo facile, e nello stesso tempo rischioso, rifugiarsi nel “stiamo a vedere”: quell’approccio che ha spinto molti italiani a votare Grillo “a scatola chiusa” (nel senso di scatola vaga, nel senso del gatto di Schrödinger) sperando che poi, magari, qualcosa di buono ne potesse venire fuori. Se la politica è necessariamente vaga, e gli esiti di una scelta sono in parte imprevedibili, non possiamo nemmeno comportarci come se stessimo giocando alla roulette russa. Allora ricapitolando direi che il lavoro da fare ora (per me o per chi volesse contribuire all’analisi) è partire da qui — dal Bombastium e da Laclau — per misurare l’estensione della base politica grillina, enumerarne le domande politiche distinte e individuarne le eventuali contraddizioni insanabili a livello ideologico prima ancora che politico. Insomma “smontare” l’artificio discorsivo che permette di aggregare domande inconciliabili e interessi conflittuali. To be continued…

  3. fafner scrive:

    D’accordo con l’articolo e con il commento di @Enrico Marsili.

    Aggiungerei una notarella sulla voglia di palingenesi (a seconda dei gusti: rottamazione, a-casa-tutti, morti viventi) che sarebbe alla base del fenomeno Grillo. La voglia c’è, ma il rinnovamento serve a trovare gente nuova che garantisca interessi vecchi.

    Grillo e Berlusconi hanno racimolato voti promettendo i più classici cicli di spesa in remunerazione dell’elettorato. Se i soldi non ci sono, per Berlusconi serve una Banca Centrale che li stampi. Nell’attesa, condoni e rimborsi dell’Imu cash. E forme di detassazione degli investimenti che, come hanno dimostrato le tre leggi che portano il nome di Tremonti, sono serviti solo a garantire elusione fiscale legalizzata (la produzione non si è smossa). Grillo spiega che c’è l’evasione fiscale vera e l’evasione fiscale falsa: quella vera è delle grandi banche, non quella di piccoli imprenditori e artigiani che dichiarano al fisco meno dei loro dipendenti, ed era così anche prima della crisi. Nell’attesa di realizzare l’Aequitalia delenda est, più sussidi per tutti i disoccupati (e anche qui bisognerà stampare soldi, suppongo).

    È vero: tanto Berlusconi che Grillo sono un gelato di tutti i gusti. Ma questo perché sono tipiche narrazioni di destra che rifiutano una società fatta di interessi economici contrapposti (per dare qualcosa a te devo toglierlo a te, e per dare qualcosa a tutti dobbiamo rigare tutti più dritto). La proletarizzazione del piccolo imprenditore è lo strumento retorico che permette di pescare voti da tutte le parti: il problema è “il lavoro” per tutti, “le tasse” per tutti, l’interesse è lo stesso per tutti, per chi dà lavoro e per chi lo cerca, per chi ha la trattenuta fiscale alla fonte e chi dichiara il minimo dello studio di settore.

    Per mezzo secolo gli Italiani hanno convintamente votato una classe dirigente collusa con ogni male, perché evidentemente faceva egregiamente ciò che le veniva chiesto, al di là delle pubbliche lamentele. Il sistema non regge più: l’equilibrio si reggeva permettendo evasione fiscale a imprenditori e autonomi da un lato, dall’altro ai dipendenti pubblici si consentiva la baby pensione, ai dipendenti privati pensioni di anzianità calcolate sul retributivo, e si utilizzavano titoli di Stato ad alto rendimento come strumento di integrazione del reddito delle famiglie, che servivano eminentemente a comprare casa.

    Il nuovo avanza sulle gambe di chi vuole mantenere rendite di posizione e chi non ha più una posizione. Nella predicazione del capo carismatico si realizza la coincidentia oppositorum, e i voti si moltiplicano. Ma c’è una forma di razionalità in queste scelte elettorali, non un borborigmo, non solo un voto di protesta. Il vecchio problema della democrazia è che la scelta razionale per l’elettore attratto dal particulare suo, a livello aggregato porta alla conflagrazione. La soluzione al problema è rivolgere preci a un nuovo capo carismatico, o capire che tutte le scorciatoie portano in un vicolo cieco.

    Fa ridere sentire tutti dire “Ah, se c’era Renzi!”. Renzi piace alla gente che piace, più o meno a quella società dello spettacolo che dava per morto Berlusconi ed era convinta che si potesse campare ignorando l’avanzata di Grillo. Sorpresa: la gente vuole chiudere Equitalia e riavere l’Imu in contanti. Non so perché, ma non sono convinto che avrebbero votato Renzi, la sua riforma Ichino, la sua agenda quasi-Monti, i suoi finanzieri milanesi, il logo della Apple, le camicie bianche e le scenografie con il frigorifero della Smeg.

  4. LM scrive:

    E’ sempre la stessa storia: rivolgersi agli italiani che fanno i rutti e le scurregge paga anche elettoralmente. Si tratta della conosciuta narrazione del popolo puro che più puro non si può. Questa è nient’altro che la Lega 2.0, con il vaffanculo al posto del dito medio.

  5. carmelo scrive:

    sono d’accordo: è vago inconsistente e vuoto questo movimento. Aggiungerei due piccole riflessioni:

    1) ruota attorno a un simbolo e una piattaforma di proprietà di grillo e casaleggio che controllono le procedure le regole l’ordine del giorno e decidono sulla linea e sulle persone
    2) questa sua vaghezza è stata la forza propulsiva della sua espansione e sarà il detonatore della sua esplosione.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] di Raffaele Alberto Ventura pubblicato venerdì, 8 marzo 2013 · 4 Commenti […]



Aggiungi un commento