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Mistero americano: The Irishman

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Questo pomeriggio (ore 17.45, Sala La nuvola) Charles Brandt interverrà Più Libri Più Liberi. Di seguito pubblichiamo un’intervista all’autore di The Irishman uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Senza il corpo, senza nessuna prova. Dal 30 luglio 1975 l’America s’interroga sulla sparizione di Jimmy Hoffa, che il 14 ottobre 1957 dopo un’ascesa prepotente era stato eletto capo dell’International Brotherhood of Teamsters, il sindacato più influente della nazione.

Qual è stata la fine di Hoffa, spregiudicato protagonista per vent’anni della vita economica, politica e criminale degli Stati Uniti? La domanda è tuttora irrisolta, nonostante i decenni d’indagini dell’FBI e le miriadi d’ipotesi. In questo vuoto, che è un’ossessione nell’immaginario della società nordamericana, si è inserito con forza il lavoro del newyorchese Charles Brandt, avvocato ed ex Procuratore generale dello Stato del Delaware. Il suo libro I heard you paint the houses, pubblicato per la prima volta nel 2004, è uscito in una nuova edizione e oltreoceano è in vetta alle classifiche di vendita. La storia e la scrittura di Brandt hanno conquistato Martin Scorsese e Robert De Niro, con cui l’autore ha collaborato per la trasposizione cinematografica.

In Italia l’ha portato la casa editrice Fazi col titolo The Irishman (traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini, 469 pagine, 18 euro). Brandt, ospite d’eccezione di Più libri più liberi (Sabato 7, ore 17.45, con Pif nella Nuvola all’Eur), ha cercato le risposte che mancano nella confessione di Frank Sheeran, raccolta in una serie d’interviste dal 1991 al 2003. L’irlandese, al ritorno dai campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale, era un autotrasportatore che cercava una vita migliore. Nella sua ricostruzione, questa ricerca lo rese un killer del crimine organizzato e poi un uomo di Hoffa. Al crepuscolo dell’esistenza, malato di cancro, Sheeran ha rivelato a Brandt di essere l’assassino di Hoffa su ordine di Cosa nostra.

Indipendentemente dalla piena credibilità della confessione dell’irlandese Sheeran sulla fine di Jimmy Hoffa, il lavoro di Brandt offre una lettura economica del crimine organizzato e della sua interazione con la politica. Tuttavia l’aspetto più interessante è la costruzione di un immaginario, ampliato dalla trasposizione cinematografica, per il racconto di che cos’è o non è la mafia. Per comprendere la reale dimensione della vicenda narrata, la figura chiave è Robert Francis Kennedy, il secondo più giovane Procuratore generale nella storia degli Stati Uniti.

Brandt, in quale modo il reduce Sheeran ottenne la fiducia di un capomafia della caratura di Russell Bufalino?

«È una domanda fondamentale, che ho posto più volte a Frank nei cinque anni d’incontri con lui. Mi rispose: “Hai mai sentito sentito parlare di “Crazy Joe” Gallo?”. Era un boss di Cosa nostra ucciso in un ristorante a Little Italy, perché fece troppo rumore nella faida con i Colombo. Sheeran mi ha confessato di averlo assassinato, smentendo le ricostruzioni diffuse fin lì. Bufalino gli affidava commissioni importanti, perché ne apprezzava la determinazione e l’obbedienza. Le famiglie mafiose di New York erano quasi esclusivamente italiane, mentre Russell aveva un’attitudine aperta nei confronti dei non italiani. Si erano conosciuti casualmente nel 1955 in un’area di servizio. Il camion di Sheeran era in panne e Bufalino si offrì di aiutarlo. Da quel momento svilupparono un rapporto solido di reciproca utilità».

Perché Bufalino è stato il ponte tra Sheeran e Hoffa?

«Frank voleva sistemarsi nel sindacato. Teamsters era il più potente a livello nazionale, poiché controllava il settore nevralgico dei trasporti. Hoffa non si pose scrupoli riguardo allo spessore criminale degli uomini con cui si alleò per raggiungere i suoi obiettivi mediante la violenza e l’intimidazione mafiosa. Il fondo pensioni dei Teamsters, creato da Hoffa, divenne una ricchissima fonte di finanziamento degli affari di Cosa nostra. La mafia arrivò a controllare una delle principali istituzioni finanziarie del Paese».

Qual è stato il ruolo di Hoffa nelle elezioni presidenziali del 1960?

«Quando si diffuse la notizia dell’assassinio del presidente John F. Kennedy, Hoffa fece innalzare la bandiera americana che sventolava sul tetto della sede Teamsters. Nel 1971 Hoffa uscì dal carcere per la grazia concessagli dal presidente Nixon, di cui aveva finanziato la campagna elettorale. La morte di JFK interruppe il lavoro del fratello Robert, che prima come consigliere della Commissione d’inchiesta McClellan e poi nella veste di Procuratore generale è stato il suo acerrimo nemico. Robert F. Kennedy perseguì l’infiltrazione di Cosa nostra nel sindacato».

Hoffa è stato il tentativo di corrompere l’anima degli Stati Uniti o parte di un sistema?

«Nel cuore degli anni Cinquanta, all’apice della sua popolarità, aveva costruito con le lotte sindacali e l’avvento della televisione l’immagine dell’uomo che sfidava l’establishment. Per un ventennio è stato al centro delle relazioni pericolose tra economia, politica e mafia. Il sindacato Teamsters, presieduto oggi dal figlio di Hoffa, si trasformò in un possedimento personale. Al costo della vita non seppe rinunciarvi. Una volta uscito dal carcere, Hoffa voleva riprendersi la guida del Teamsters, mentre i boss erano soddisfatti del compromesso Frank Fitzsimmons e commissionarono l’omicidio preventivo. Il fantasma di Hoffa corrisponde all’incapacità dell’America di fare pienamente luce e i conti con un’epoca decisiva della propria storia».

Sheeran è un testimone pienamente credibile?

«La sua biografia è parte integrante della storia americana. È stato una delle poche persone davvero vicine a Hoffa. La prima volta si parlarono al telefono mediante Bufalino. “Ho saputo che dipingi le pareti”, gli disse Hoffa. Sapeva che Sheeran era un killer. Lo fece diventare un alto dirigente del Teamsters, ma soprattutto era uno della famiglia Hoffa e il tradimento lo ha lacerato».

Lei com’è diventato il confessore di Sheeran?

«Da avvocato sono riuscito a ottenere la sua scarcerazione per motivi di salute. L’irlandese era stato educato da una famiglia cattolica praticante. Mi ha usato come se fossi un sacerdote, dopo averne incontrato uno vero. Mi ha rivelato numerosi delitti irrisolti dalla giustizia e presentato a boss di alto calibro come il suo biografo. Dall’alba delle indagini, l’FBI non aveva mai collegato Sheeran alla scomparsa di Hoffa, poi ha acquisito il materiale delle nostre conversazioni».

Scorsese l’ha coinvolta nell’intero processo creativo del film?

«Sì. La prima volta mi ha telefonato De Niro, che voleva interpretare Sheeran. A Manhattan Scorsese mi ha dato la sceneggiatura con la richiesta di mandargli le mie osservazioni. Ho partecipato anche ad alcune riprese. Le due opere vivranno in simbiosi».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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