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Tra mito e leggenda. Il racconto della guerra di Troia

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Tutto ebbe inizio con il celebre “pomo della discordia”. Una mela che rotolò fra le gambe degli dèi riuniti a banchettare il giorno delle nozze di Teti e Peleo. Una mela d’oro dedicata alla più bella fra le dee.

Ma chi? Forse Era, moglie di Zeus, signora indiscussa dell’Olimpo? Forse Atena, figlia di Zeus e Metis (Intelligenza Astuta), dea dotata di acutezza intellettuale invincibile? O forse Afrodite, la dea del desiderio e dell’amore sensuale? Chi fra di loro? Eris, la divinità della Discordia, fu geniale. Non invitata al banchetto, fece ruzzolare la sua mela fra gli invitati e seminò quel che voleva seminare. La contesa per assicurarsi il premio ebbe effetti devastanti. Da lì in avanti nulla sarebbe più stato lo stesso. Né fra gli dèi, né fra gli uomini. Anche perché fu da quella mela d’oro che ebbe inizio la serie di accadimenti capace di portare alla più famosa guerra dell’antichità, una guerra mitica, la guerra di Troia.

Giulio Guidorizzi, nel suo nuovo libro, Il racconto della guerra di Troia (Il Mulino, pp. 415, euro 48), ripercorre ogni evento e offre al lettore che oggi è ancora affamato delle storie antiche un grande manuale narrato.

Eppure, il poema destinato all’eternità, l’Iliade, non racconta affatto tutte quelle storie. È sorprendente per chi non sia abituato alla poesia omerica scoprire che neppure le scene famose della conquista finale, dal famoso cavallo, diabolico stratagemma odissiaco, fino al rogo devastante, furono cantate dagli aedi. In realtà, secondo uno dei critici letterari più influenti dell’antichità, Aristotele, proprio in questo starebbe la grandezza di Omero rispetto agli altri poeti che avevano tentato di cantare la guerra, autori dei cosiddetti “Poemi del Ciclo Troiano”.

Di essi d’altronde non ci resta quasi nulla. Il tempo ha fatto giustizia della loro pochezza che agli occhi di Aristotele era evidente per una semplice ragione. Odissea e Iliade infatti non cercano di raccontare tutto (circa Odisseo in un caso, e la guerra di Troia nell’altro), ma anzi, delimitando con grande cura l’azione da cantare, i due poemi si limitano a quell’azione, riuscendo a restituirne l’unità nella sua immensa potenza. Nel caso dell’Iliade, tutto ciò è chiarissimo. Il poema non canta le mille storie a cui ci siamo ormai abituati. Né l’inizio della guerra. Né la sua fine. Non canta neppure la morte di Achille, figuriamoci. Ma proprio per questo l’Iliade è un capolavoro.

Noi, oggi, mentre leggiamo il poema nelle nuove traduzioni (come la splendida versione di Franco Ferrari da pochissimo uscita per Mondadori) possiamo approfondire il giudizio aristotelico spiegandoci la potenza dell’opera con la capacità evocativa dell’omissione. Non solo, infatti, il poema, limitandosi a cinquantacinque giorni nell’arco di dieci anni, raggiunge quella perfezione di unità che era così importante secondo Aristotele. C’è altro. C’è soprattutto la capacità di raccontare senza dire. Pensiamo alla morte di Achille, per esempio. Si tratta di un epilogo che tutti i lettori del poema hanno ben chiaro fin dall’inizio. Quella morte aleggia in ogni pagina e ci perseguita e ci condiziona fino alla fine molto più che se essa fosse stata raccontata. Una maestria tipica degli scrittori del Novecento che, spesso ignari dei poemi all’origine della nostra letteratura, hanno creduto di essere pionieri.

Le storie che rimasero fuori dal poema, tuttavia, ci sono arrivate ugualmente. O perché scrittori della più varia origine hanno ragionato su di esse. O perché poeti posteriori le hanno rivitalizzate. Come nel caso di Virgilio, massimo cantore del cavallo di Troia nella sua Eneide. Il merito di Guidorizzi, da anni fra i principali studiosi italiani che si dedicano a divulgare l’antichità, sta proprio nell’inserire quei racconti assieme al nucleo dell’ Iliade, aggiungendo un nuova chicca alla bella collana di grandi libri che il Mulino dedica al mito antico, offrendone una visione d’insieme accompagnata da una grande massa di immagini che riproducono i pezzi più significativi di arte ispirata al mito, dalle opere antiche fino alle contemporanee.

Siamo pronti così a immergerci nuovamente nel poema perfetto per soppesare la genialità critica di Aristotele consapevoli di tutto quello che gli aedi omerici omisero. D’altronde, fra i dieci anni di assedio e gli anni che precedettero la guerra e quelli che la seguirono, per noi continuano a valere soprattutto quei dannati cinquantacinque giorni. E dunque l’impressione, comune a tutti i lettori di ogni epoca, che la descrizione minuziosa di quella guerra possa rappresentare un modello letterario di qualsiasi altra guerra.

Quel che raccontò Simone Weil nel suo meraviglioso L’ Iliade o il poema della forza (Asterios Editore, pp. 109, euro 9), tornando costantemente sull’idea della forza al centro del poema che “tanto spietatamente stritola, tanto spietatamente inebria” benché l’ebbro potente vincitore di oggi sarà uomo ridotto a cosa domani quando la forza che tutto spazza via lo avrà a sua volta colpito. Si tratta in sostanza dell’idea centrale di un altro saggio straordinario sul poema omerico, a cui si dedicò, negli stessi anni della Weil, un’altra ebrea in fuga dal nazismo. Esce in questi giorni. In Sull’Iliade (Adelphi, pp. 128, euro 12), Rachel Bespaloff scrive: “Dove sono, nell’Iliade, i buoni? Dove sono i cattivi? Non si vedono che uomini in affanno, guerrieri in lotta che trionfano o soccombono”.

È una storia unica quella delle due intellettuali ebree che attraversando l’Europa in fiamme si concentrarono contemporaneamente sull’Iliade per raccontare come l’eco delle armi antiche risuonasse negli orrori della seconda guerra mondiale. Entrambe partirono da Marsiglia nel 1942. Entrambe sbarcarono negli Stati Uniti. Non si conobbero mai. Ma le loro parole s’intrecciarono indissolubilmente. Ripercorrendo i racconti della guerra attraverso gli occhi delle due pensatrici ci accorgiamo di come l’Iliade continui a parlarci. E non tanto perché le guerre ci stringono sempre più da vicino e non c’è giorno in cui non si sollevino nuove voci a indicare il pericolo. Quanto perché la genialità di quel misterioso poeta che noi chiamiamo Omero riuscì a cantare la grande guerra di Troia come il prototipo di ogni altra dimensione in cui gli esseri umani si esaltano e si annullano, mostrando tutta insieme la loro forza e la loro fragilità.

Forse il motivo di questa impresa seppe spiegarlo definitivamente un altro critico antico, un intellettuale che visse tre secoli dopo Aristotele. Poiché non ne conosciamo il nome lo abbiamo ribattezzato Anonimo del Sublime. Del cantore cieco, l’Anonimo scrisse così: “Nell’Iliade Omero è come un uragano che soffia sulle battaglie, e gli accade appunto di infuriare “come quando Ares guerriero o fuoco funesto / infuria sui monti, nel fitto di una selva densa / e la schiuma s’addensa attorno alla bocca”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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