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Il mito di Shahrazad, le poesie di Mohja Kahf e lo scontro di civiltà

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di Sergio Mancuso

Figlia di immigrati persiani in America, la poetessa Mohja Kahf – dopo aver faticosamente lottato per la propria integrazione ed essere divenuta docente di Letteratura Comparata – è autrice della raccolta di poesie E-mails from Sheherazad, edita in Italia dalla casa editrice Aguaplano. Sempre a cavallo tra due culture, ma diversa per entrambe, ha proposto più volte e in diversi modi nella sua carriera, tenendolo ben in mente, quanto la narrazione sia la chiave della conoscenza, e come anche fece Toni Morrison, ha cercato di esprimere un’istantanea sentimentale di quelle che sono le istanze di coloro che sono messi ai margini, in questo caso i figli di immigrati cresciuti in terra straniera: una condizione quanto mai attuale oggi e che lei esprime in poesie come il passaggio lì o Mia nonna si lava i piedi nel lavandino del bagno di Sears.

Secondo la poetessa è davvero possibile proporre una nuova storia, una nuova rappresentazione attraverso la comunicazione: una riformulazione della identità non solo propria ma anche nazionale. Il metodo di riscatto e rivendicazione dell’invisibile di Mohja Kahf è la poesia, la parola nella sua forma più essenziale. La sua poesia è una mappa stropicciata e usurata che tiene nella tasca e consulta spesso in quanto si trova lontano dalla sua casa: il luogo d’origine, per quanto lontano, assume un’importanza sostanziale. Lo stesso vale per il tempo. La compressione spazio-tempo che abitiamo non è dovuta alla sola interconnessione tecnologica, quindi al solo strumento, ma alla volontà delle persone di venirsi incontro, di travalicare i confini, accorciare le distanze.

No, non sono calva sotto il velo

No, non provengo da quel paese

dove le donne non possono guidare

No, non voglio disertare

sono già americana

ma grazie per l’offerta

cos’altro le occorre sapere

perché possa stipulare un’assicurazione,

aprire un conto in banca,

prenotare un posto in aereo?

Sì, parlo inglese

Sì, porto esplosivi

Si chiamano parole

E se non la smette

con le sue supposizioni,

la faranno saltare in aria.

(Scena del velo #7, Kahf)

Purtroppo, sin dagli arbori della civiltà, la differenza non è stata un’occasione di incontro ma di opposizione. Essa rappresenta il pretesto perfetto, uno strumento di chi possiede il potere della parola e del linguaggio, di creare una conflittualità basata sulla proposizione di tematiche di scontro e non di inclusione. La costruzione dell’Altro è stata per secoli monopolio degli intellettuali, degli artisti, dei pensatori: un gioco di potere sociale esercitato da chi è proprietario del mito, inteso come sistema di significazione (Barthes, 1972). Per secoli, il mondo arabo e l’Oriente sono stati “pensati” in termini di minoranza, differenza, esotismo. Lo svolgersi del tempo ha chiarito tale bisogno come legittimazione colonialista, ma perché ancora oggi continuiamo a perpetuare lo stereotipo, è una domanda che abbiamo smesso di porci.

La costruzione di un Oriente esotico, lontano, selvaggio, è stato un processo basato sulla esteriorità, sull’immagine che il poeta o il pittore si propongono di descrivere all’Occidente. Ne risulta un modello distorto, uno stereotipo culturale che ancora ci perseguita (Said, 2001). L’Oriente non è stato compreso ed è stato vittimizzato da una politica erronea basata su qualche saltuario gesto balzato alle cronache e presto dimenticato. La cultura di una intera Nazione è fatta di ciò che è stato scritto, dipinto, fotografato, e ciò non contribuisce ad alcun cambiamento di prospettiva in grado di ribaltare lo stereotipo.

Per comprendere fino in fondo quanto espressiva e potente sia questa raccolta di poesie dobbiamo ricercare l’origine dell’archetipo femminile alla quale Mohja si rifà: la letteratura e l’arte in genere hanno contribuito in maniera esponenziale alla concezione della donna islamica; tutto ebbe inizio con una storia, anzi con mille storie: Le Mille e una notte, precisamente. Shahrazad ha rappresentato il prototipo di donna forte, risoluta, comprensiva e altruista, scaltra e intelligente, per tutte le donne orientali. Nella più antica storia persiana Shahrazad è colei che domina in mille sottili maniere: è lei che sceglie di farsi dare in sposa al sultano e lo fa con astuzia, usando la sua diplomazia e influenza sul padre, colui che oggi, nella visione occidentale del sistema culturale islamico è il dominatore incontrastato, brutale e rozzo. L’eroina è capace di far leva sull’amore paterno grazie al di lui amore per lei e soprattutto grazie alla fiducia che egli ripone in lei.

Il padre la scongiurò di non voler mettere a repentaglio la sua vita, ma ella insisté come di cosa ormai inevitabile. (Le mille e una notte, p. 7)

La stessa fiducia che Shahrazad, ovviamente, ha in se stessa, perché il piano che si propone di mettere in atto è astuto e rischioso e deve comportare una fiducia nei propri mezzi non indifferente: lei sa di poter domare l’uomo più potente del regno e così salvare la vita a centinaia di fanciulle, lei sa che potrà imbrigliare il suo signore in una rete di storie avvincenti facendogli prendere una smania del tutto diversa da quella del sangue, il desiderio di sapere, la curiosità. Shahrazad è quindi consapevole della propria superiorità intellettuale e ordisce un piano semplice ma efficace: il suo sultano si impietosisce alla sua richiesta, posta in maniera estremamente pia e rispettosa, di dormire per l’ultima volta con l’amata sorella e quest’ultima la mattina dopo dovrà richiedere un’ultima storia.

Shahrazad aveva raccomandato alla sorella minore: Quando andrò dal re, manderò a cercarti. Quando tu sarai venuta, e vedrai che il re sarà stato insieme a me tu di’ «Sorella, raccontaci una storia con cui passare la veglia», e io ti racconterò una storia, in cui, se Dio vuole, sarà la salvezza. (Le mille e una notte, p. 10)

Così facendo l’antica donna persiana è consapevole di poter dominare la volontà del sultano, ne è pienamente sicura, ed è così in effetti che la storia andrà: se si pensa che ogni cultura è il riflesso di quello che scrive e viceversa è impensabile ragionare nei termini posti dall’Occidente nei confronti dell’Oriente. Shahrazad è un’eroina sinonimo di forza, coraggio e lealtà verso il suo paese, che ha rischiato la vita per proteggere quella di altre donne, ed è stata in grado di manipolare un re tra i più temuti con la sola capacità intellettiva: le sue sole armi sono state la conoscenza, l’uso della psicologia e il sangue freddo. È andata incontro alla morte sfidando le regole e ha vinto ed è a lei che la poetessa si ispira scrivendo le proprie poesie che sono un riprendere ma non un copiare, è un riappropriarsi di un’identità culturale traslandola nel mondo odierno dove gli stereotipi sono difficili da abbattere, la meta da raggiungere inconoscibile e la modernità – le e-mail -avanza a passi da gigante.

Ogni tentativo di riappropriazione della identità e delle proprie origini implica necessariamente il passaggio attraverso la cultura, il linguaggio e la letteratura. Attraverso l’uso della narrazione possiamo vedere senza le immagini, immedesimarci attraverso il meccanismo empatico e capire cosa significa essere donna, essere nera, essere ai margini; la narrazione è radicale, ci crea nel momento stesso in cui è creata (Morrison, 1993); la Shahrazad di oggi, proposta da Mohja Kahf in e-mail da Shahrazad è una donna islamica che accetta di portare il velo, orgogliosamente.

Ma cosa ne è stato della bella e temeraria Shahrazad in Occidente? È divenuta mera seduzione del corpo. Lo scambio intellettuale, il confronto celebrale e la conversazione, a quanto pare, non erano armi adatte a far sì che una donna sola potesse salvare un intero paese. La donna orientale è arrivata in Continente come una Odalisca, un mero oggetto sessuale nelle mani di egregi pittori come Matisse e di astuti venditori di fotografie erotiche degli esotici Harem.

Se tutte le odalische

In tutti i quadri

In tutti i musei

In tutte le capitali d’Europa

Si alzassero e se ne andassero,

lascerebbero un gran buco alla parete […]e le persone che arriverebbero per guardarci attraverso

sarebbero risucchiate in Asia e in Africa

finché l’intera penisola d’Europa

sparirebbe tra quelle due grandi

cosce del mondo. (se le odalische, Kahf)

Attraverso le immagini e le parole, l’Occidente è stato in grado di controllare il tempo, di esercitare il potere. Inoltre, in Occidente, la pittura è sempre stata appannaggio maschile, uomini che guardano, donne che appaiono: la femminilità nelle storie arabe invece è energica, animatrice (Mernissi, 2000).

Credere inoltre che il potere dell’uomo abbia influenzato la sola cultura orientale è uno sbaglio: in entrambe le culture infatti è l’uomo a dettare quello che una donna deve indossare e l’aspetto che deve avere. I codici dell’immagine gestiscono la vita e il lavoro delle donne in tutto il mondo, di tutte le culture, perché paralizzano le donne occidentali a competere per il potere, anche quando l’accesso all’istruzione e alle opportunità di lavori salariati sembra aperto.

Voi altri avete dei vestiti così restrittivi per le donne”,

disse lei, mentre andava via traballando su tacchi di otto centimetri e collant

per finire un’altra giornata in piscina come lavoratrice temporanea.” (Scena del velo #2, Kahf)

La taglia 38 è una restrizione maschilista e influente sulla vita quotidiana di ogni donna tanto quanto il velo; questo è avvenuto con la trasmigrazione dell’ideale di bellezza di una donna tutt’altro che statica e passiva, una donna forte e indipendente le cui azioni potevano ricadere sulla politica attraverso la sua capacità di agente civilizzatore che, giunta in Occidente attraverso i quadri di Matisse e Delacroix, diviene mero oggetto di desiderio sottomesso al potere dell’uomo e non solo. La donna deve subire inoltre l’imputazione delle altre donne che credono di non possedere lo stesso tipo di predominio maschile sulle spalle.

Siamo a mille e una epoca di distanza da Shahrazad, non potremmo essere più distanti dalle ragazze ritratte nelle miniature moghul, come la principessa Shirin che cavalca nei boschi alla ricerca del suo amore, o la principessa Nur Gihan che va a caccia di tigri (Vallone, 2003). Il desiderio di svelare le donne ha significato, a partire dal Settecento, un rovesciamento della medaglia: l’assoggettazione.

 

Commenti
3 Commenti a “Il mito di Shahrazad, le poesie di Mohja Kahf e lo scontro di civiltà”
  1. djalal scrive:

    l’argomento cosi importante e profondo che con la mia scrsa padronanza della lingua italiana non potrei esprimere e discutere della materia in modo corretto ed esauriente, tuttavia credo fermamente nella Cultura e unico mezzo di convivenza tra le prersone della terra.
    Le Sharzad… che raccontano le storiori sono numerosi .. anche I Re….
    Purtroppo spesso la discussione si naufraga nella palude di ignoranza.

  2. Lacurra scrive:

    È pazzesco che anche qui, in una rivista tanto intelligente e colta, si debbano leggere ste semplificazioni superficiali sul velo come taglia 38 eccetera. Semplifichiamo ulteriormente, allora. Il velo di cui questa poetessa così deliziosamente orientalista é tanto orgogliosa significa solo che lei é d’accordo sul fatto che l’onore dei suoi uomini (famiglia, patria) si fonda sull’integrità del suo imene. Stop. Non c’è altro. O meglio: c’é che é scritto nel testo sacro. Oltretutto, sembra, non così chiaramente: ma é tradizione, quindi si segue. Credevo fossimo tutti d’accordo che il culto della tradiziine é uno die pilastri ideologici della destra. Vale anche per gli altri, mica solo per noi. Chissà perché la tradizione, quando édgki altri non si può discutere. Per orientalismo, per un malriposto senso di colpa, per un equivoco grave.
    La taglia 38 é un’imposizione sociale, d’accordo. Ma chissenefrega, posso ignorarla, posso discuterla, posso contestarla: é parola laica, secolarizzata. Nessuno mi frusta o mi mette in galera. Sì, certo, la pressione sociale, blabla. Ma in fin dei conti, la libertà delle donne é anche libertà sessuale, ce lo siamo dimenticati? Quel velo la nega in modo assoluto. Dichiara una subordinazione assoluta all’imperativo della verginità, della modestia eccetera. Dichiara che se ti stuprano te lo sei voluto perché tu l’hai provocato .
    Io veramente trasecolo quando da sinistra lo si difende. Mettetela come volete, ma il suo significato é uno solo. Se il velo te lo scegli, sei mia nemica, perché sei di destra. Ami la gerarchia e la disuguglianza, credi che le donne debbano stare al loro posto (un posto ben scomodo). Ti piace? Fatti tuoi, ma sei mia nemica sul piano politico.

  3. Ilaria scrive:

    In risposta al commento precedente vorrei solo dire che dall’articolo si evince che sì, noi abbiamo conquistato la libertà sessuale e che la taglia 38 siamo liberissime di non indossarla, ma non possiamo in ogni modo mentire sul fatto che ne siamo completamente soggiogate. Credo che si volesse sottolineare come certi stereotipi siano peggiori rispetto a un velo sulla testa, che in molti ambiti, soprattutto quello lavorativo, conta più una taglia adeguata ai canoni imposti. Il velo, in questo senso, assume una connotazione differente in quanto questo può essere scelto, anche se purtroppo in molti casi non è così.
    Poi, sinceramente, ancora con questo discorso su destra e sinistra? credevo che ormai fosse del tutto superato…

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