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La linea sottile tra molestia sessuale e abuso di potere

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di Miriam Aly

Ultimamente abbiamo tutti sentito parlare di molestie sessuali o sexual harassment. Ne abbiamo sentito parlare nei telegiornali e nei programmi di gossip; lo abbiamo letto sulle più grandi testate giornalistiche nazionali e mondiali, sui blog e sui social network. Lo scandalo delle molestie sessuali ha toccato nomi imponenti all’interno dell’immaginario popolare come, ad esempio, Kevin Spacey, Fausto Brizzi, Matthew Weiner, Franco Moretti e, primo su tutti, Harvey Weinstein. Questi nomi, e molti altri ancora, sono analogamente stati accusati da parte di diverse donne di aver molestato e/o abusato sessualmente loro.

Il dibattito sorto in seguito alla rivelazione pubblica di queste accuse ha generato, oltre che migliaia di commenti dell’opinione pubblica, anche moltissime e differenziate analisi da parte di interlocutori istituzionali, i quali molto raramente hanno trasceso dal toccare temi ed usare termini quali ‘’gogna mediatica’’, ‘’tribunale mediatico’’, ‘’accuse tardive’’, ‘’maccartismo sessuale’’, ‘’effetto domino’’ o ‘’caccia alle streghe’’. Discutere ciò che è avvenuto in questi termini tende a limitare le accuse che sono state mosse ad essere un argomento di gossip, un semplice tema da trattare perché è capitato, un avvenimento destinato esclusivamente a risuonare all’interno di ciò che è mediatico; discutere ciò che è avvenuto in questi termini vuol dire isolarlo da un sistema ben più grande funzionale al ruolo e al significato essenziale del patriarcato, del garantismo, dell’abuso di potere, dell’omertà ma anche del femminismo.

Ciò che dovrebbe essere analizzato con più attenzione e criticità è il sistema all’interno del quale sono nate e si sono protratte queste molestie, e il dibattito superficiale che ruota intorno a queste.
Asia Argento ha accusato di molestie sessuali Harvey Weinstein. 20 uomini dello staff del teatro londinese OldVic hanno accusato di molestie sessuali Kevin Spacey. 10 ragazze hanno accusato di molestie sessuali Fausto Brizzi. Una ex assistente e co-sceneggiatrice, Kater Gordon, ha accusato di molestie sessuali Matthew Weiner. Una ex studentessa, Kimberly Latta, ha accusato di molestie sessuali e di stupro Franco Moretti. E molte altre.

Se il caso Weinstein non fosse, effettivamente, un caso isolato, come si potrebbe definire un’accusa come una ‘’gogna mediatica’’ o un ‘’tribunale mediatico’’? Se, effettivamente, le accuse sono state rese pubbliche in un breve e ravvicinato periodo temporale, quanto è giusto e quanto è errato soffermarsi sull’ ‘’effetto domino’’? Perché le accuse mosse sono state ‘’accuse tardive’’? In quanto è stata usata l’espressione ‘’caccia alle streghe’’, è opportuno pensare metaforicamente agli accusati come ‘’streghe’’, dunque come persone ricoperte da accuse fittizie? Perché dovremmo credere a quelle donne?

È necessario porsi e porre queste domande. E’ necessario rispondere ampiamente a queste domande. Ma è ancora più necessario capire dove finisce la molestia sessuale e dove comincia l’abuso di potere.
Descrivere l’accaduto come qualcosa di ‘’mediatico’’ è irrilevante e superfluo in quanto tutto ciò che accade a persone conosciute appartenenti al mondo dello spettacolo tende inevitabilmente a riscontrarsi con i media; ancora più irrilevante è usare il termine ‘’gogna’’ o ‘’tribunale’’ in quanto tutti coloro che hanno letto e sentito le varie notizie riguardo le accuse sono stati liberi di percepire l’accaduto come realtà assodata, di capire se e quanto male ci fosse in questa vicenda ma soprattutto dovesi trovasse questo male. Non abbiamo assistito ad un caso isolato e ciò è indicatore del fatto che non c’è stata la limitata volontà di mandare alla gogna nessuno, bensì ci è stata offerta una lente, un’opportunità, fino ad oggi nascosta agli occhi dei più, per estirpare un ancora potentissimo e attualissimo patriarcato che non retrocede di un passo, nonostante la nostra presunta modernità.

In termini di diritto e in termini di sussistenza, le molestie sessuali nel mondo dello spettacolo ci mostrano una realtà molto scomoda: continuiamo a vivere in un ordine di patriarcato, all’interno di quello che è il grande ordine o, comunque, prossimi alla linea maschile. E’ una realtà scomoda perché ci siamo convinti, quasi fino ad esserne certi, del contrario, ma ci siamo sbagliati probabilmente. Ci siamo sbagliati a non voler motivare le molestie sessuali attraverso il patriarcato, ci siamo sbagliati perché le azioni femministe, oggi, vengono concepite dall’immaginario collettivo popolare solo come movimenti appartenenti ad avanguardie o ad una élite intellettuale: una realtà ancora in embrione, in costruzione; mentre la scomoda realtà del patriarcato è già una realtà molto vera all’interno dall’accettazione di una lunga tradizione del rapporto tra poteri già costituita.

Il patriarcato esiste, il matriarcato no, se non all’interno di piccoli movimenti di avanguardia. Accettare questa realtà vuol anche dire smontare i meccanismi di cui è costituita e superarli in misura di una nuova coscienza liberalista, fondata in primis su un’ampia conoscenza della questione femminile e della realtà storica del femminismo, l’unica a poterci concedere una chiave di lettura effettiva riguardo la distorsione e il mancato bilanciamento, sempre maggiore, essenzialmente istituzionalizzato, del rapporto tra generi. Istituzionalizzato alla radice perché in Italia il tasso di occupazione femminile nel 2017 è del 48,8%, cioè 20 punti percentuali inferiore al tasso di occupazione maschile e, al minimo, 15-20 punti percentuali inferiore al tasso di occupazione dei paesi europei – che si aggira quasi sempre intorno al 70% – (secondo il rapporto annuale Istat sul mercato del lavoro), nonché tra gli ultimi paesi che hanno migliorato il gender gap.

Istituzionalizzato perché l’Italia, all’interno del Global Gender Gap, realizzato dal World Economic Forum, nel 2016, è scesa alla 50esima posizione per quanto riguardo il divario tra generi in base a quattro fondamentali indicatori: salute, istruzione, presenza politica e partecipazione socio-economica. 89esimo posto per il tasso di occupazione delle donne. 127esimo posto per uguaglianza salariale per lavoro simile. Istituzionalizzato perché il patriarcato è una realtà ancora molto influente.

Le donne possono denunciare, chiaramente. Si parla di liberalismo, si parla di garantismo e dell’uso delle garanzie costituzionali, da parte dell’accusato e da parte dell’accusatore. Ma se queste donne sono state accusate di essere complici di un ‘’effetto domino’’ e di aver mosso delle ‘’accuse tardive’’ gettandole all’interno di una zona grigiain cui non si distinguono più vittime e carnefici, in quale misura queste donne devono essere accettate come esenti dal garantismo? La misura è solo una, la più umana e naturale possibile: la paura. Quest’ultima è sicuramente la più grande giustificazione di quella che è stata definita ‘’inversione dell’onere della prova’’. Dobbiamo credere per forza a quelle donne? Qualunque sia la risposta, è dovere della coscienza morale di tutti noi capire l’enorme iato presente tra il garantismo, funzionale alla realtà odierna, e il scegliere di non denunciare. All’interno di questo iato si trovano anche altre due informazioni molto importanti per far sì che ognuno di noi riesca a rispondere alla suddetta domanda: gli uomini accusati di violenza o molestia sessuale hanno, in linea di principio, diritto alla presunzione di innocenza, la quale non è sancita dalla Costituzione italiana, ma è facilmente rinvenibile nell’articolo 27, comma 2, che recita: ‘’l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva’’. Per molti questo comma non rappresenta una presunzione di innocenza bensì un divieto di presunzione di colpevolezza; in ogni caso nel diritto penale l’imputato è innocente sino ad una sentenza di condanna che sia passata in giudicato, dunque fino all’ultimo grado di giudizio.

E ancora, gli uomini accusati di violenza o molestia sessuale hanno diritto alla prescrizione dei fatti, la quale, secondo l’articolo 157 del codice penale, ‘’estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge…’’. Dunque, in poche parole, la prescrizione, in Italia, coincide con il tempo della pena massima prevista per il reato in questione (ad esempio, la violenza sessuale, dai 5 ai 14 anni). Invece, in Gran Bretagna, ad esempio, non è prevista la prescrizione per i reati sessuali. Al contrario, negli Stati Uniti c’è un tempo limite per questo tipo di denunce, cioè dai 180 ai 300 giorni dall’accaduto, in base allo Stato.
Il 2-3% degli uomini accusati di stupro vengono, in definitiva, condannati.

Forse non possiamo davvero sapere in che misura la paura può dominare una donna in seguito ad una violenza, fin quando quella violenza non ci tocca da vicino. Forse non sappiamo tutto ciò che è passato nella testa di tutte quelle donne nell’esatto momento in cui hanno deciso di non denunciare, di non usufruire delle proprie garanzie. Ma tutte queste altre cose, invece, le sappiamo: dati, nero su bianco, percepiti come coercizioni indirette.

I riflettori sono stati puntanti sulle ‘’accuse tardive’’ e mai sull’omertà di quegli uomini: uomini che hanno continuato a vivere nella più totale indifferenza perché coscienti della propria autorevolezza, del rapporto disuguale tra poteri di cui sono fonte e prodotto. È proprio la consapevolezza di poter esercitare facoltativamente il proprio potere su altri individui, intimamente percepiti come non abbienti di tale potere, a generare sovranità e tendenze al predominio, all’interno di quella che è una realtà istituzionale gerarchica capace di far pesare sempre di più alle donne un’incolmabile subalternità.

L’abuso di potere nasce nel momento in cui si è consapevoli di avere davanti un individuo indifeso, nel momento in cui anche il dialogo si svolge su piani differenti, nel momento in cui c’è una sbilanciata distribuzione dei mezzi e delle protezioni a favore unicamente del potere.

Tra abuso di potere e molestie sessuali si trova una linea molto sottile, in quanto l’una è corollario dell’altro. Proprio per questo motivo vanno combattuti parallelamente, partendo innanzitutto dal capire il valore che ha oggi l’educazione al femminismo.

Commenti
2 Commenti a “La linea sottile tra molestia sessuale e abuso di potere”
  1. Fabrizio scrive:

    Scritto male, spesso poco chiaro se non incomprensibile. Come si fa a pubblicare una roba del genere?

  2. carla scrive:

    l’articolo perm,e è chiaro, non è chiaro cosa significano i tanti commenti su social e altro, nei solcial non c’è univocità sulle opinioni relative ai fatti in oggetto e spesso sono quanto mai superficiali.
    la realtà è questa tanto femminismo apparente ma tanto pettegolezzo reale poca solidarietà tra donne siamo lonatane dalla vera conquista …

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