Momo, Zuckerberg, il pluslavoro relazionale e il reddito di consumo

di Christian Raimo

Avete presente Momo, il romanzo per ragazzi scritto da Michael Ende? C’è una ragazzina con il dono di ascoltare le persone che vive in una piccola città senza nome. All’improvviso questa città viene invasa dagli infidi Signori Grigi – uomini senza identità, tutti vestiti di grigio, con sigaro in bocca e bombetta in testa; i quali conti alla mano convincono gli abitanti che stanno sprecando il loro tempo a chiacchierare, a passeggiare, a occuparsi degli altri; e dopo averli persuasi gli fanno un’offerta che nessuno rifiuta: smettere di oziare, e mettere questo tempo risparmiato in una fantomatica Banca del Tempo. In realtà i Signori Grigi sono dei truffatori, vivono letteralmente del tempo degli altri, glielo rubano, se ne nutrono parassitariamente. Quei sigari che fumano sono degli orafiori: ossia la concretizzazione del tempo che gli abitanti turlupinati pensavano di risparmiare – e difatti se uno gli toglie il sigaro dalle labbra i Signori Grigi spirano, si spengono, diventano fumo.

La storia di Momo, datata 1973, è una storia per i nostri tempi: la rappresentazione perfetta del meccanismo dello sfruttamento capitalistico nell’era dell’economia immateriale. È di ieri un terzetto di notizie che viene direttamente da Palo Alto, la sede di Facebook. 1) Il signor Mark Zuckerberg si è comprato la prima casa come si deve: una villa da sette milioni di euro. Non quell’appartamentino da nerd in cui ha vissuto fin adesso. 2) Il signor Mark Zuckerberg ha deciso di competere con Google per l’acquisto di Skype. 3) (ed è la notizia più interessante) Il signor Mark Zuckerberg sta pensando di pagare dieci centesimi di dollaro a chi guarda – fino in fondo – degli spot su Facebook: il pagamento avverrà in crediti virtuali che però diventeranno l’unica moneta disponibile su Facebook per comprare gadget, applicazioni, etc… e magari in futuro varranno come moneta valida per tutto internet e, perché no, anche per il mondo reale.

È un’iniziativa win-win, dicono la maggior parte dei siti in Italia, da Repubblica.it ai vari blog di smanettoni. Ossia tutti ci guadagnano: l’utente guadagna fruendo del suo contenuto culturale, l’azienda sa che il consumatore ha visto lo spot fino in fondo. Siamo contenti anche noi? Sorrideremo anche noi ai nuovi capitalisti che siedono al posto d’onore con Barack Obama alla prima apparizione del presidente americano per la campagna elettorale 2012?

Facebook è un congegno strano: sta compiendo in maniera cristallina quello che il capitalismo non era mai riuscito a fare. Mettere a profitto ogni singola attività umana – come direbbero i Signori Grigi: il tempo. Perché perdere tempo a chiacchierare, oziare, guardare video, scambiare foto, commentare le notizie del mondo, farsi i fatti degli altri, vivere insomma, perché farlo altrove quando lo puoi fare meglio qui? Perché si chiama tempo perso se invece ci si può guadagnare sopra?

Ed ecco, se ci pensate, ogni volta che postate un video, cambiate uno status, invitate un amico, insomma ogni volta che svolgete una piccola azione su Facebook, le quotazioni virtuali a Palo Alto aumentano di un’anticchia, uno zero virgola zero zero zero uno.

Ma, come si dice, le gocce nel mare.

Quello che circa mezzo miliardo e passa di persone (bambini e vecchi compresi) producono, alle volte per sei, otto, dieci ore della loro vita, non è altro che quello che potremmo definire pluslavoro cognitivo e relazionale: che non gli viene retribuito. Il plusvalore generato da questi più di 600 milioni di “amici” secondo l’ultima proiezione del New York Times di qualche mese fa corrisponderebbe a 50 miliardi di dollari. È comprensibile che Mark Zuckerberg si senta abbastanza sicuro dell’investimento per comprarsi la sua villa da vip; come è comprensibile che decida di monetizzare esplicitamente questo pluslavoro cognitivo e relazionale, e di distribuire qualche spicciolo a coloro che sono disposti a farlo per bene. Hai cinque minuti per guardare un video pubblicitario fino in fondo? Ecco il tuo soldino. Effettivamente sembra proprio una situazione win-win. La pubblicità non finanzia più le aziende, ma i consumatori. Pare quasi Keynes in salsa Paypal.

Cosa che allora fa storcere il naso? Immaginate una scena di questo tipo. Immaginate che un giorno vi chiami un amico un po’ di giù di corda e vi chieda se vi va di farvi una chiacchierata. Vi vedete, un giro al parco, una birra. Alla fine della serata, questo vostro amico vi sorride e vi dice: “Grazie. Mi sei stato di grande aiuto. Scusami, ma visto che ci sono, un podcast con la registrazione di questa nostra bella conversazione amicale lo posso mettere su e-bay e venderlo?”. Questo è Facebook, come è stato fin adesso. Così, se voi alla proposta del vostro amico ci pensate un po’ su e replicate: “Va bene, ma magari un centesimo per ogni utente che se lo scarica me lo versi?”, avete capito il senso del nuovo Facebook.

Che è un pochino diverso dall’idea di una redistribuzione equa degli utili, attenzione. Perché uno potrebbe dire, facciamo due calcoli approssimativi. 50.000.000.000 di dollari che sono prodotti da 500.000.000 di utenti: fanno cento dollari a capoccia, e potrebbe proporre invece della nuova funzionalità Facebook: facciamo che ve tenete 50 e mi date il resto, e io lo continuo a usare come voglio?

Nel mondo che ci aspetta si sta profilando uno scenario talmente limpido che non l’avevamo immaginato. Ieri uno sciopero di quattro ore chiedeva per l’ennesima volta una serie di tutele per chi vive in una società in cui il mondo del lavoro si sta trasformando molto in fretta. Le parole nuove sono precariato, lavoro atipico, terziario avanzato, reddito di cittadinanza… Nello stesso giorno il signor Mark Zuckerberg inaugurava il suo nuovo sistema di welfare del futuro: il reddito di consumo. Pensaci, lavoratore del 2020: quanto tempo affettivo, relazionale, ozioso della tua vita sei disposto a passare su Facebook? Quanto tempo della tua vita puoi dedicare a vedere spot? E se un giorno ti pagheranno anche per scrivere soltanto Mi piace o per Mandare un poke o per invitare più amici possibile o per fare la corte a una vecchia fiamma del liceo? Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?


Commenti
8 Commenti a “Momo, Zuckerberg, il pluslavoro relazionale e il reddito di consumo”
  1. zauberei scrive:

    Interessante – però scusa eh, di wellfare non c’è proprio niente, e manco del pòro Keynes bonanima. Metterci keynes nei tag mi inqualunquistisce un po’ il post – che invece è bellino.
    :)

  2. mazingazeta scrive:

    Quando in un blog lessi già 3 anni fa alcune analisi e conseguenti riflessioni su fb capìì che q.cosa non stava su per come esso veniva pubblicizzato. E quello della moneta era stato previsto, c’è mica da scherzare perchè il concetto di dare/avere virtuale passerà. Che 500milioni di persone si siano autoschedate da soli, questo era il sunto di quel blog, è palese oramai : nome, cognome, tel. foto, sport, e relazioni private…..che bel database no ?

  3. carmelo scrive:

    Mettiamola così:
    La rete è un potente veicolo di comunicazione, informazione e relazioni (qualcuno ha parlato di “connessioni”).
    questi tre elementi, di per se non negativi e, comunque al di la dei contenuti e della qualità (c’e’ un rischio di profondo degrado) che gli si voglia attribuire, sono anche un bene economico immateriale. Ovvero sono oggetto di attenzione da parte delle aziende il cui scopo è come noto il profitto, per ottenere il quale bisogna vendere.

    Non mi pare sia cambiato molto da questo punto di vista.
    Le tv commerciali non ti fanno pagare una lira, ti offrono programmi e ti propinano anche la pubblicità.

    Dalla seconda metà degli anni settanta si è progressivamente ridotto il tempo dedicato alle relazioni e alla socializzazione.
    Progressivamente è aumentato il tempopassato davanti alla TV
    tempo perso, sprecato, buttato via.
    Il rapporto con la TV era del tutto passivo.
    Come dice Umberto Eco, il tempo passato sulla rete dipende, dall’intelligenza, dalla cultura e insomma dalla consapevolezza del soggetto, di ciascuno di noi.
    Posso usare Facebook per sprecare ilmio tempo e annoairmi davanti a un monitor anzichè davanti alla tv
    Ma possousarlo per scxambiare emozioni, idee, relazioni, esperienze e anche emozioni, con persone che vivono a 3.000 km di distanza, con persone di età stiule d vita,professione etc diversi dai miei che mai avrei potuto conoscere altrimenti.
    Posso dedicargli 5 minuti del mio tempo come 7 ore.
    posso organizzare la rivolta in egitto, uno scipero in italia.

    Viviamo in una società dove tutto dicasi tutto viene misurato in termini di prezzo.
    In questa società in genere nessuno fa niente per niente. Vale per google, vale per facebook (che offre un servizio gratuito agli utenti finali nonchè consumatori, ma nello stesso tempo offre un servizio a pagamento alle aziende) ma vale anche per la casa editrice di Raimo o per il giornale in cui scrive (se scrive in un giornale e mi pare di si).
    Non trovo scandaloso tutto ciò, o meglio trovo che ci sia altro da cui scandalizzarsi e che riguarda noi tutti, uomini bianchi del primo mondo………ma questo è un altro discorso

  4. mazingazeta scrive:

    @carmelo : con la differenza che quando guardi la tv nessuno ti sta registrando e nemmeno ti ha mai chiesto di remunerarti. 5minuti o 7 ore non cambia nulla, ciò che qui si sta sottolineando è tutt’altra questione.

  5. Kraus Davi scrive:

    Interessante. Confido però nella correttezza e onestà di questi nuovi salariati del terzo millennio. Non vorrei che qualcuno facesse il furbo e, visionati i primi tre secondi dello spot, lasciasse scorrere le immagini facendo altro, magari leggendo un libro!

  6. carleto scrive:

    @ Carmelo:

    magari sono cavilloso, ma dici “Le tv commerciali non ti fanno pagare una lira, ti offrono programmi e ti propinano anche la pubblicità”

    la tv commerciale ti fa pagare, eccome. O meglio, fanno pagare la pubblicità. E la pubblicità viene pagata dalle aziende. Che alzano i prezzi. E quindi paghiamo noi.

    Così, tanto per dire. Banale?

    ciao
    C.

  7. bastiancontrario scrive:

    quando vado a cagare,mi piace leggere……ma visto che tutto ha un prezzo,che nessuno fa niente per niente,che ogni cosa si puo’ monetizzare,perche’uno di questi brillanti cervelloni non studia qualcosa per valorizzare anche la merda?

  8. Maurizio Pieroni scrive:

    Articolo saccente quanto sciocco
    (un po’ di livore e invidia sociale gratis)

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