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I mondi immaginari e la ricerca di un’iniziazione

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Il pezzo che segue è stato scritto aggregando gli spunti emersi presso il FilosoFestival di Firenze e il simposio letterario del gruppo di ricerca interdisciplinare Oriss.

di Matteo Innocenti

La lettura dell’Impero del sogno di Vanni Santoni è stata per me una specie di folgorazione. Solo in un altro caso mi è capitata una tale immedesimazione nel protagonista, e parliamo de Il pendolo di Foucault di Umberto Eco. Ma nel caso de L’impero del sogno non c’è neanche quella minima distanza temporale o geografica. Stessi luoghi, Firenze e dintorni, stessa età, nati alla fine degli anni Settanta o all’inizio degli Ottanta. Insomma, il Mella potrei essere io. E forse lo sarei stato, se avessi avuto dei genitori o degli amici diversi. O semplicemente se invece che a Firenze fossi nato nel Valdarno. Stesso immaginario: lo sterminato mondo dei giochi e del fantastico che ha avuto la sua epoca d’oro fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, gli anni in cui si è consolidata la visione a senso unico che domina oggi il pianeta. E stessi problemi, stesse turbe. Incombe quella cappa depressiva così tipica negli adolescenti della fine degli anni Novanta, la stessa aria che ho respirato io; e quella voglia di fuggire a tutti i costi in paradisi artificiali, prodotti dalle sostanze o dalle dinamiche di gioco. Ma il Mella è più radicale di me in questo: non apprezza il Master protagonista de La stanza profonda, preferendo i mondi virtuali dei videogiochi. E per quanto riguarda le droghe, beh, ci va giù molto pesante, ma non molto di più di quello che posso aver fatto io più o meno alla stessa età.

La location è quella della continuity valdarnese dove Santoni ha ambientato diversi suoi romanzi, fra cui quello che ha decretato il suo successo, Gli interessi in comune, e dove il Mella già si era distinto per la sua “fattanza”, oltre allo stesso La stanza profonda e a Muro di casse, dedicato alla cultura dei festival illegali di musica techno. Proprio questa analogia tracciata da Santoni nei suoi due romanzi pubblicati con Laterza fra due sottoculture così distanti come i giochi di ruolo e i rave party ci permette di inquadrare L’impero del sogno: la posta in gioco è l’iniziazione all’età adulta. La questione di fondo è il modello di adulto che manca per le nuove generazioni, quelle dalla nostra in giù.

Se ne accorge Flavio Pintarelli, autore di un articolo dal titolo eloquente: È ora di crescere: L’impero del sogno di Vanni Santoni. Un articolo che parte da un’ossessione tipica della mia generazione, la nostalgia del passato che ha cominciato ad attanagliarci non appena abbiamo iniziato a intravedere i trent’anni e che ormai si è cronicizzata nei nostri cuori, come dimostra il successo editoriale di Zerocalcare, fumettista venuto dai centri sociali e anche lui nostro coetaneo (di me, di Santoni, del Mella), che ha costruito una carriera sulla nostalgia dei cartoni animati anni Ottanta e dei videogiochi anni Novanta. Siamo appesantiti dall’immaginario dell’infanzia e dell’adolescenza da cui non riusciamo a liberarci perché non abbiamo avuto modelli credibili di “adultità”, ci dice Pintarelli. Gli adulti nel romanzo vengono rappresentati come figure assenti (il padre) o ossessive e distruttive (cos’altro crede di ottenere la madre del Mella continuando a mortificarlo, se non che lui rimanga lì piantato in casa?). E nell’immaginario, accanto agli alieni e ai draghi di Dungeons&Dragons, compaiono i Circoli e le Logge, i furbetti e i corrotti che appestano il paese e che la nostra generazione, cresciuta dai magistrati orfani di mani pulite e dai professori orfani del sessantotto, non può vedere di buon occhio – né può considerare un modello credibile di adulto.

Non rimane allora altro che fare piazza pulita di questo immaginario decadente prima che diventi il motore di una nuova ondata reazionaria come è già accaduto negli Stati Uniti. La campagna elettorale di Trump è stata infatti supportata dall’Alt-right, la “destra alternativa” che fra i vari brodi di coltura ha avuto i siti frequentati dai dipendenti da videogiochi e immaginari tossici all’ultimo stadio che hanno invaso internet con la loro sagacia comunicativa, costituendo quindi un movimento almeno in parte spontaneo, che ha intercettato i bisogni di un ceto di asociali rancorosi, razzisti, sessisti e omofobi. Si parla prevalentemente di maschi adulti che non sono riusciti appunto nel passaggio all’età adulta e sono rimasti incastrati in una adolescenza senza fine. La stessa cosa che succede molte volte con la dipendenza da sostanze. Ed è forse questa la connessione, aggiungo io, che Santoni ha colto.

Alla distruzione deve seguire poi una nuova creazione che approfitti del fatto che la postmodernità ha fatto piazza pulita di ogni oggetto sacro: gli antichi dèi sono morti, uccisi dal Mella e da tutti quelli come lui, che non si consacrerebbe mai, neppure davanti ad una dea vivente; resta solo da inventarsi un nuovo mondo. Da zero. Una grandissima opportunità.

Già, inventare un mondo da zero: ma come? La stessa bambina divina viene imbottita dello stesso immaginario che il Mella sta distruggendo mentre lei si divora libri e fumetti, per poi produrre, questo Santoni lo sa benissimo, un mondo fantasy – quello di Terra ignota – che è praticamente un incastro di citazioni di altro fantasy allo stesso modo in cui Il nome della rosa è un incastro di citazioni di testi medievali. È qui che l’articolo di Pintarelli, per me molto buono nelle premesse e nello svolgimento, perde mordente e fallisce nelle conclusioni. Ed è un peccato perché invece nel libro c’è più di una traccia importante nella giusta direzione. Il fallimento per me consiste nel fatto che non si può semplicemente costruire da zero. Perché non esiste una condizione del genere. Quello che c’è oggi è solo in apparenza un deserto. A livello dei rapporti sociali, delle relazioni umane e di tutte le cose che rendono la vita degna di essere vissuta forse sì, ma tutto questo è sostituito da altro: io lo chiamo, seguendo il lignaggio e il linguaggio situazionista, lo spettacolo delle merci, nel quale siamo tutti immersi. Il fatto di non raggiungere mai l’età adulta, che non esistono più riti di passaggio, non è casuale, è il prodotto di un processo storico ben preciso che ha portato all’affermazione di un capitalismo di natura spettacolare dove la vita vera viene sostituita con parvenze mercificate e mercificanti, apparenze di stili di vita che nei fatti non sono altro che stili di consumo. Quindi, per creare un nuovo mondo bisogna distruggere veramente il vecchio mondo, non soltanto i suoi simulacri ma le sue radici materiali nello sfruttamento dell’uomo e della natura. Insomma, per diventare adulti va fatta una rivoluzione.

Ed ecco alcune tracce che ci fornisce Santoni. Il Mella si trova a dover affrontare intere squadre di archetipi che gli vogliono fare le scarpe. Ma non tutti. Alcuni lo aiutano. Chi? I sapienti e le streghe. Se i padri e le madri non sono credibili, toccherà rivolgersi ai nonni e alle nonne. Quando l’ho fatto notare all’autore questo mi ha dato ragione e ha aggiunto: vedi? È l’inconscio! Per me questo è stato un passaggio decisivo. Infatti, a differenza del Mella, saprei chi mettere sui seggi dei sapienti e delle streghe, che sarebbero per me occupati da persone che conosco più o meno direttamente, e non da figure generiche. Il confronto diretto con streghe e sapienti è stato fondamentale per la mia crescita personale.

E poi il finale. Credo che l’Uomo in camicia sia uno dei più bei nemici, antagonisti, villain si dice in gergo usando un inglesismo, che abbia mai incontrato. Maledetto uomo in camicia! Che la sfanga sempre anche quando Gemma gli fa piovere in testa l’inferno scatenando una vera e propria apocalisse sulla testa dell’esercito dei Circoli e delle Logge. L’uomo in camicia, un Cristian de Sica con il suo sorriso da culo, un Renzi, paraculo e viscido, un Minniti, spietato sicario ma con la battuta pronta. È il trionfo del cinismo goliardico, del disincanto assoluto, dove neppure il potente sa più quello che fa ma si affida all’automatismo del sistema per trarne privilegi, è il prototipo dell’apprendista della moderna stregoneria del capitale.

Maledetto Uomo in camicia! Che non può essere sconfitto per sempre se non diventando come lui, se non prendendone il posto. È l’agente della prigione di ferro che Philip Dick ha visto nei suoi deliri e di cui parla nell’esegesi di Valis, di quell’Impero che dalla fondazione di Roma, ci ammonisce il grande scrittore di fantascienza, non è mai finito. È l’incarnazione del dominio impersonale di cui siamo tutti preda.

No, non è diventando dei supereroi che sconfiggeremo questa gente. Perché il prezzo del potere necessario per sconfiggere l’uomo in camicia è troppo alto, il Mella lo capisce e decide per l’unica soluzione possibile: la rinuncia all’ego, il segreto del passaggio iniziatico.

Già, ma dopo? Il libro giustamente non lo dice e il finale resta aperto a molteplici interpretazioni. È successo davvero o è tutto frutto delle allucinazioni del protagonista? È il sogno che ha prevalso sulla realtà o è la realtà stessa a diventare onirica seguendo le logiche dei sogni? Il fantasy sconfinerà nella continuity valdarnese?

Ma dopo, non c’è nessun dopo: la rivoluzione non è questo. Non è uno stato di cose che si instaura, ma il movimento reale che supera l’esistente.

E però… Però la rivoluzione è sempre un processo collettivo, condiviso. Il suicidio, quando si è superata una certa soglia di consapevolezza, è l’unica via, se si è da soli. E sono diversi i pensatori caduti che lo testimoniano. Non si supera l’esistente in solitudine, specie se non è la solitudine del picco innevato ma del centro commerciale. A chi chiedere aiuto, allora, per superare i passaggi necessari a raggiungere l’età adulta? I sapienti e le streghe, cosa rappresentano veramente? Fra gli adulti rapaci dell’Impero del sogno non ci sono solo i Circoli e le Logge, i massoni e i cospiratori, ci sono anche gli Inventigatori, che rappresentano la scienza: questi scienziati sbirri sono, insieme a quegli altri, l’incubo di qualsiasi teorico della cospirazione. Non ci si può fidare di una scienza messa completamente al servizio delle logiche del dominio. I sapienti e le streghe rappresentano dunque non solo i nonni e le nonne ma anche forme di sapere meno compromesse, saperi più antichi e tradizionali. I sapienti, vecchi noiosi e pedanti, danno però al Mella la dritta su dove andare a pescare gli antichi dei per ucciderli. Capito i vegliardi? E le streghe, le streghe! Danno protezione, istruiscono i due fuggiaschi su come sfuggire ai Circoli e le Logge che attendono in agguato al pendolino club della stazione di Milano. E dove sennò? Il resto a voi giovani, sembrano dire.

Ma c’è di più: perché il Mella, nel finale del romanzo non vuole consacrarsi neanche alla dea bambina che pure ha protetto e allevato? Perché vuole trasmetterle il valore della laicità, del disincanto. È il momento in cui, più di tutti gli altri, agisce da padre volendo col proprio esempio trasmettere un insegnamento.A parte l’assurdità di volere insegnare il disincanto a una dea – il tipico doppio legame che può portare alla follia e quindi alla creazione di un mondo folle quale in effetti è quello di Terra ignota, il dittico fantasy di cui L’impero del sogno costituisce il prequel – si potrebbe notare che si tratta di una forma proprio dello stesso cinismo goliardico espresso dall’Uomo in camicia. Forse il Mella non può sconfiggere l’Uomo in camicia perché è solo, senza protezioni contro la cattura stregonesca di coloro che sanno e che hanno capito come gira il mondo, ed è solo perché rappresenta la stessa identica mentalità che lo ha allontanato dal sacro. Quindi è troppo tardi, il Mella è già l’Uomo in camicia. Capito questo non può che suicidarsi.

Colui che non vive con persuasione non può non obbedire perché ha già obbedito,” diceva Carlo Michelstaedter, filosofo morto suicida a ventitré anni nel 1910. Uno dei tanti che si sono trovati soli in un eccesso di consapevolezza. Un altro che si è trovato da solo nel deserto, perché era andato troppo oltre. Non si sta in piedi da soli. E chi invece riesce a stare da solo nel deserto e diventa come un dio, non ha una sorte migliore, perché non c’è discesa possibile dal Calvario. No, ancora una volta: non è diventando dei supereroi che si sconfigge l’Uomo in camicia. E se invece il Mella si fosse consacrato? La sua compagna Livia non sarebbe morta? Avrebbero affrontato insieme l’Uomo in camicia sotto l’egida della dea, sconfiggendolo senza doversi sacrificare? Il prezzo della sopravvivenza è onorare come si deve il sacro femminile? Sembra insomma che la chiave per accedere all’età adulta sia un incontro pieno e sconvolgente, appunto, col sacro: una messa in discussione delle proprie convinzioni attraverso il contatto con una dimensione che non parla la lingua degli umani e che ci sovrasta senza che noi la percepiamo direttamente. Per uscire finalmente dallo stato di minorità da cui Kant ci voleva sollevare con il rischiaramento di cui lui per primo riteneva di dover limitare la portata con la critica, bisogna passare per il riconoscimento dei nostri limiti umani davanti all’ignoto e alle sue sfuggenti logiche. E questo riconoscimento assume i caratteri di un modo diverso di relazionarsi all’altro genere. Perché? Perché l’altro genere è l’alterità più prossima, che vediamo tutti i giorni ma che non capiremo mai fino in fondo. Imparare a rispettare l’altro rinunciando al desiderio di dominarlo è il primo passo per rispettare tutto ciò che eccede il nostro comodo personale, una merce davvero rara in mezzo all’odierna fantasmagoria della merce.

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