andrei-lazarev-719761-unsplash

Il mondo che impazzisce: “La festa nera” di Violetta Bellocchio

andrei-lazarev-719761-unsplash

Photo by Andrei Lazarev on Unsplash

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Il dopo è adesso, il futuro è nel presente e, se pure può apparire paradossale, somiglia tantissimo al passato più arcaico, a una specie di preistoria, al grado zero delle cose: questi i presupposti da cui muove Altrove,la collana diretta da Michele Vaccari e inaugurata di recente da Chiarelettere con un primo titolo, Il grido di Luciano Funetta.

Il secondo romanzo, La festa nera, lo firma Violetta Bellocchio e si concentra su quell’impulso a raccontare un mondo che impazzisce (o forse no, forse non fa altro che procedere fisiologicamente verso un suo esito inevitabile) e decade, un tessuto che, divenuto canceroso, si rivela al contempo distrutto e vitalissimo; un impulso espressivo –un vero e proprio istinto visionario – che assumendo in Italia come matrice Landolfi, Buzzati, Wilcock e in particolare Dissipatio H.G. di Guido Morselli – si innerva in opere che vanno da Bambini bonsai di Paolo Zanotti a Sirene di Laura Pugno a L’uomo verticale di Davide Longo.

In un tempo dunque così prossimo da essere solo formalmente distinto dal presente, un tempo in cui il nomadismo – di fatto un rinnovare di continuo la percezione dell’altrove – è la modalità principale dell’abitare, e in uno spazio puntiforme organizzato in colonie, Ali, Misha e Nicola percorrono la Val Trebbia per girare «un documentario su persone disperate che fanno cose disperate», sempre in cerca del punto di intersezione tra «lo strano, il triste e lo scuro», ininterrottamente constatando che la realtà, per com’è stata intesa, non c’è più, si galleggia in un amnios di benzodiazepine, la donna è la malattia dell’uomo e la misoginia non è una circostanza isolata bensì l’endoscheletro di ciò che resta della vita associata.

Attraverso una narrazione percussiva in cui azioni e pensieri si compongono per frammenti, Violetta Bellocchio rende percepibile la festa nera del presente, la sua sostanza diasporica, l’indistinguibilità di fuga e ricerca, la vergogna come origine, il crollo come struttura, la fine permanente: il sentirsi reduci – di una lesione tanto più traumatica quanto appare difficile da decifrare e mettere in scena – come stato d’animo diffuso e naturale.

Quando l’esperienza profonda di cosa sia un essere umano si dissolve e la gente non è altro che una massa dispersa di solitudini, allora l’unica constatazione possibile è che ciò che poteva cambiare è già cambiato: benvenuti nel mutato.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Aggiungi un commento