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Mondo movies

Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Sansonna uscito su Orwell. (Immagine: la locandina inglese di Mondo cane.)

Il vortice di immagini in cui affoghiamo non ci chiarisce le idee. Amplifica l’ambiguità, ricopre gli eventi di una torbida patina spettacolare. Il video del bambino padovano trascinato dagli agenti di polizia viene condiviso e commentato da migliaia di utenti sui social network, prima di essere ingoiato dalla televisione. Eppure le dinamiche profonde della vicenda umana rimangono ignote, in mancanza di uno sguardo etico che si assuma la responsabilità di approfondire, con pudore e precisione, lontano dai riflettori. Nel tritatutto di Blob appare Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, che azzarda un’analisi semiotica in un tribuna pomeridiana: “Il filmato fa troppo effetto per via dell’audio, quelle urla della zia e del bambino. Provate a cambiargli colonna sonora”. I blobbisti eseguono alla lettera, sovrapponendo alle immagini il nostalgico elogio dell’infanzia calcistica di De Gregori. Le parole “Nino non aver paura” scorrono mentre il bambino scalcia, per liberarsi dalla stretta dei poliziotti.

L’immagine diventa ancora più insostenibile, ipnotica come un frammento di un mondo movie. Ovvero di quei documentari sospesi tra finzione e realtà, inventati dai giornalisti Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi all’inizio degli anni sessanta. Pieni di crudeli esotismi, imbevuti nel sentimentalismo musicale di Riz Ortolani. Mistificazioni d’impatto, base organica dell’infotainment in cui si è gradualmente trasformata gran parte dell’informazione globale. Gualtiero Jacopetti, morto un anno fa, viveva una sostanziale rimozione, se si escludono sporadiche interviste e rassegne, come quelle curate da Lorenzo Micheli Gigiotti ed Anthony Ettorre. Il suo stile, assorbito dall’immaginario giornalistico, ha subito molte degradazioni.

Bruno Vespa, ad esempio, la sera dell’11 settembre 2001 rinunciò alla sigla del suo Porta a Porta, tratta dalla colonna sonora di Via col vento. Sovrappose il lirismo di Max Steiner alla dissoluzione delle Twin Towers. Straniante crudeltà, non si sa quanto involontaria, incapace di restituire un senso all’immagine più lampante e misteriosa della contemporaneità. Ripetutamente svelata e sepolta da cumuli di dietrologie, complottismi, tasselli che non si incastrano. A macerie ancora fumanti,  dalla bocca di Karlheinz Stockhausen sfuggì un paradosso: “È la più grande opera d’arte possibile dell’intero cosmo”.  Corresse poi il tiro, per evitare un linciaggio non solo mediatico, attribuendo le responsabilità ad un’anarchia diabolica. Ma aveva centrato un punto: quel crollo è rimasto un enigma, come accade alle opere d’arte. Stenta ancora a sedimentarsi in una storiografia senza ombre.

“La stampa informa i fatti. Non sui fatti” ripeteva Carmelo Bene, riferendosi ai cormorani affogati nel petrolio. Rimbalzavano sugli schermi mondiali, spacciati per ennesima prova del sadismo di Saddam Hussein. Ottimi titoli di testa per la Guerra del Golfo, primo grande conflitto mediatico. Ma i pennuti in agonia provenivano da chissà quale repertorio. Una manipolazione che avrà divertito Jacopetti e la sua visione nichilista del cosmo.

Ventenne, osservava pensoso penzolare il corpo di Mussolini a Piazzale Loreto, nel ludibrio generale, seduto su di una jeep americana. Era stipendiato dall’FBI e si era già liberato dell’innocenza, per fare posto a una nicciana sfiducia nel genere umano. Scelse come maestri Longanesi e Montanelli: “Nasco e rimango giornalista. Passai rapidamente dalla macchina da scrivere alla cinepresa. Avevo a disposizione le immagini in movimento e potevo integrarle con il mio commento. Rumori d’ambiente, voci, silenzi. Un universo vivo, inaccessibile al giornalista puro, costretto a sprecare vanamente fiumi di retorica”. Jacopetti, in pieni anni cinquanta, trasforma la Settimana Incom in una rielaborazione sarcastica della cronaca, diventando celebre.

Fellini lo incrocia nei tavolini di Via Veneto e rimane sedotto dalla sua bellezza perfida, da avventuriero. È così che immagina il giornalista in progressiva corruzione de La dolce vita. Gli propone la parte, ma Jacopetti rifiuta, conscio dei suoi limiti: “Il mio posto è al di qua, non al di là”. Esordisce così alla regia nel 1962, con Mondo cane, capostipite dei Mondo movies, mockumentary etnografici che diventeranno una moda internazionale. Pieni di esotismo in sfavillante cinemascope, in un tripudio di grandangoli, riprese aeree e montaggi frenetici, presagi dei videoclip a venire. È un’enciclopedia visiva di bizzarrie, frutto di viaggi su scala planetaria, perfetta per sfamare le golosità clandestine di un pubblico sessualmente represso dalle sagrestie. Un abbozzo dell’odierna, sterminata archiviazione della rete. C’è l’indigena che ha appena perso un figlio e si consola allattando un maialino orfano, accostata a sofisticati gourmet americani, intenti a gustare vermi e topi muschiati. Ogni pretesto è buono per mostrare corpi nudi, come le assatanate ninfomani di una tribù della Nuova Guinea. La voce over è piena di ironia, velatamente colonialista. Jacopetti si rivela spesso sgradevole, a volte illuminante.

In Addio zio Tom, realizzato nel 1971, si assiste all’ingresso di un’orda di turisti dell’America del Nord, in una vecchia casa della Louisiana. Vogliono riassaporare l’atmosfera del sud schiavista. Ad accoglierli neri e bianchi, per l’occasione addobbati filologicamente da schiavi e padroni. Vendono a peso d’oro presunti fiocchi di cotone d’epoca e altri souvenir. La sequenza è palesemente ricostruita, girata con inquadrature di splendida composizione e una calibrata direzione di attori e comparse. Difficile stabilire se l’evento sia mai accaduto. Di certo la trasformazione di un periodo storico sanguinoso in puro folklore diventerà un’abitudine ricorrente, a diverse latitudini. Ed ecco forse il merito che distingue Jacopetti dai suoi epigoni: saper cogliere, attraverso la finzione, sintomi profetici.

Giuseppe Sansonna (1977) è autore di cortometraggi e documentari, fra cui, oltre al fortunato Zemanlandia, Frammenti di Nairobi (su una bidonville kenyana), A perdifiato (su Michele Lacerenza, il trombettista dei western di Sergio Leone) e Lo sceicco di Castellaneta (sul mito di Rodolfo Valentino).
Commenti
3 Commenti a “Mondo movies”
  1. sergio l. duma scrive:

    Complimenti per l’articolo. Jacopetti, non so quanto consapevolmente, ha anticipato a suo modo le odierne ‘mostre delle atrocità’ mediatiche e ricordo che Ballard, non a caso, apprezzava molto il regista di Mondo Cane (tale informazione l’ho ricavata dal volume della Re/Search dedicato appunto allo scrittore di Crash, a suo tempo tradotto da Shake Edizioni Underground di Milano). E forse anche certi esiti della ‘nuova carne’ cronenberghiana devono qualcosa all’autore italiano. Del resto, pochi anni fa Cronenberg in un’intervista fece un parallelismo tra gli snuff-movies (veri o falsi) relegati nell’ambito del mercato criminoso e i filmati delle esecuzioni degli ostaggi dei fondamentalisti islamici diffusi invece in ambito mainstream. Comunque, di nuovo complimenti per l’articolo.

  2. SpeakerMuto scrive:

    A proposito delle colonne sonore, ogni volta che parte il video di uno spot, su YouTube o su Repubblica, per dire, tolgo l’audio ed è come se quella pubblicità non esistesse.

  3. viola scrive:

    molto chiaro, e interessante; complimenti all’autore, Viola

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