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Montaigne a Modena e il sentimento del contrario

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Questo articolo, in forma leggermente ridotta, è stato pubblicato su pagina 99.

di Manuel Orazi

Si sa che il di dietro fa ridere, ma è più difficile capire che anche il di dietro può ridere. L’acquarello di Giuliano Della Casa riprodotto sulla copertina dell’ultimo libro di Ugo Cornia sarebbe senz’altro piaciuto a Pirandello: infatti la figura principale è un cavallo visto da tergo e guardare il mondo al contrario è già una definizione di umorismo.

Già in Uno, nessuno e centomila il protagonista Vitangelo Moscarda osserva: «Ma sa che una volta io ho veduto ridere un cavallo? Sissignore, mentre il cavallo camminava. Lei ora va a guardare il muso del cavallo per vederlo ridere, e poi viene a dirmi che non l’ha visto ridere. Ma che muso! I cavalli non ridono mica col muso! Sa con che cosa ridono i cavalli, signor notaro? Con le natiche. Le assicuro che il cavallo camminando ride con le natiche, sì, alle volte, di certe cose che vede o che gli passano per il capo. Se lei vuol vederlo ridere il cavallo, gli guardi le natiche e si stia bene!».

Il sentimento del contrario è dunque il succo di tanta parte dell’opera pirandelliana, ma soprattutto del celebre saggio sull’umorismo del 1908, pubblicato dal glorioso editore Rocco Carabba di Lanciano, dove si fissa la netta distinzione con il comico che resta sempre in superficie. Sebbene sia un sentimento universale, l’umorismo ha trovato terreno fertile soprattutto a Modena e non da oggi.

È vero che i modenesi Cornia e Della Casa sono legatissimi, insieme hanno già pubblicato una guida, Modena è piccolissima (EDT, 2009) e un libro d’artista in cento copie, …proprio la Ghirlandina, (Associazione per la diffusione dell’opera artistica, 2012) ingaggiando un corpo a corpo con il proprio genius loci che prosegue quotidianamente per le vie del centro, nelle osterie, librerie e trattorie insieme con alcuni fedeli sodali tutti imbevuti di umorismo e lambrusco, siano essi pittori come Mario Giovanardi, veterinari o bibliotecari – scrittori come Gianfranco Mammi – autore di un paio di spassosi libretti, Uomini senza Mercedes, (Fernandel 2002) e Vita di «Ridolini». Raccolta dalla sua viva voce (Trasciatti 2010).

È pur vero che è dai tempi del La secchia rapita di Alessandro Tassoni o del Bertoldo e Le piacevoli et ridicolose simplicità di Bertoldino di Giulio Cesare Croce da San Giovanni in Persiceto (a metà fra Modena e Bologna) che l’umorismo modenese si nutre esso stesso dei materiali epicurei della cucina locale: zamponi, cotechini, mortadella, gnocco fritto, lasagnone e lasagnette, gramigna, tagliatelle, piatti inventati a seguito di assedi bellici o sbirciando dal buco di una serratura come vuole la leggenda della nascita dei tortellini.

E infatti l’umorismo rischia sempre di straripare verso punte goliardiche come nelle menzionate opere di Tassoni e Croce, ma ancor di più oltralpe nelle “atmosfere carnevalesche”di Rabelais – e, guarda caso, hanno usato un altro acquerello del maestro Della Casa per il Millennio Einaudi di Gargantua e Pantagruele del 2004.

Sono socievole fino all’eccesso. Vita di Montaigne (Marcos y Marcos 2015) di Cornia però è un libro squisitamente umoristico nel senso pirandelliano, perché guarda le cose al contrario, specie le vicende più tristi o dolorose come la perdita del padre o dell’amico fraterno de La Boétie, incamminandosi verso punte filosofiche aliene alla goliardia, come appunto nei saggi di Montaigne.

Anche nelle vicende più strane come il caso del contadino franco-basco scappato e poi ricomparso dopo molti anni che viene riaccolto in famiglia fino a quando non se ne ripresenta un altro ancora asserendo di essere lui il vero fuggitivo: ne nascono parapiglia e diversi processi in cui s’incuneano dilemmi identitari, giuridici e religiosi, che suonano pirandelliani se non fossero ante litteram. Inserito nella nuova collana di biografie “Il mondo è pieno di gente strana” diretta da Paolo Nori, Cornia marca tutta la distanza possibile con il suo amico e collega parmigiano cui spesso è accostato per la comune propensione celatiana verso l’oralità.

Qui però Cornia sembra guidato piuttosto da un’altra voce, forse quella del suo Virgilio Montaigne, con ripercussioni stilistiche evidenti su una prosa insolitamente piana e calma come un fiume di pianura. Forse questa voce diversa è l’eco di un’esistenza mancata o potenziale, quella appunto di filosofo visto che lo scrittore avrebbe dovuto laurearsi in filosofia con Enzo Melandri.

Al contrario Nori non ha molto di umoristico, sebbene i suoi racconti siano oltremodo divertenti e comici, ma il meccanismo della risata è indotto più dall’uso controllato del risentimento che lo rende più vicino a un altro modenese, per niente umoristico, ma grande e temibile come un coltellaccio, Antonio Delfini: «Vorrei tu mi armassi la mano \ per incendiare il piano padano».

Per constatare come riso e filosofia vadano spesso a braccetto non occorre scomodare il Freud del motto di spirito, bensì un pensatore eccentrico e fattivo, modenese ed editore: quell’Angelo Fortunato Formiggini che si laureò con una tesi dal titolo Filosofia del ridere e che fin da ragazzo collaborò a diversi fra i tanti giornali satirici a Modena: “Il Sandrone”, “La Preda”, “Il Duca Borso” sono solo alcuni fra le oltre quaranta testate nate dal 1859 e l’avvento del fascismo che ne frenò la proliferazione così come fece chiudere ben presto il principale giornale satirico di allora, “L’Asino” di Galantara e Podrecca ex studenti a Bologna.

Interventista nella Prima guerra mondiale, antisionista, ammiratore di Mussolini, Formiggini è noto più che altro per il suo tragico suicidio, ma fra le sue invenzioni resta memorabile la collana “Classici del ridere” che ha insegnato agli italiani a fare ciò che sembrava impossibile a scuola vale a dire a ridere con i classici. Tra il 1913 e il 1938 la collana ha pubblicato ben 105 titoli con l’apporto di grandi traduttori, curatori e consulenti primo fra tutti Ercole Cozzani che introdusse all’editore il fior fiore della xilografia italiana per illustrare i dieci volumi del Decamerone, ma anche Rabelais, Swift, Sterne, Trilussa, Belli, Bandello e ovviamente Tassoni.

Tra l’altro Formiggini avviò anche i sottogeneri fino ad allora per nulla frequentati della caricatura letteraria e dello Juden Witze, da sempre fanno parte della cultura ebraica, partendo dai suoi due capostipiti, romanizzati rispettivamente in Arrigo Heine, Pagine autobiografiche (1926), con splendide illustrazioni del modenese Benito Boccolari, e Salom Alechem (sic), La storia di Tewje il lattivendolo (1928). Alla sua morte, il suo archivio comprendente libri, stampe e documenti che aveva chiamato “Casa del ridere” è stato donato alla Biblioteca Estense a riprova del fatto che, ben prima di Charlie Hebdo, nell’umorismo si nasconde sempre un lato drammatico e nel dramma uno umoristico.

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