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Il realismo estremo del nuovo cinema italiano

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Questo articolo è uscito su Repubblica.

di Emiliano Morreale

Ormai da qualche anno, nel cinema italiano (ma anche in certa narrativa, e nelle serie tv) si affaccia un’Italia non solo marginale, ma soprattutto degradata, criminale, senza speranza. E spesso molto cattiva. Le bande di Gomorra – la serie, quelle di Suburra (film e prossima serie). L’anno sorso, l’avvocato finito nel gorgo di Perez di Edoardo De Angelis, e i palazzinari strozzini alle prese con escort fatali (Senza nessuna pietà di Michele Alhaique). Più indietro, tra gli altri, poliziotti violenti contro ultrà (Acab), bande di disperati che tentano il colpo attraverso le fogne (Take Five), adolescenze nella mafia russa (Educazione siberiana), e ancora poliziotti spacciatori (Henry di Alessandro Piva), immigrati spacciatori (La-bas di Guido Lombardi), pugili che si salvano dall’ambiente camorristico (Tatanka di Giuseppe Gagliardi)… Ultimo arrivato, Lo chiamavano Jeeg Robot, con Santamaria rapinatore-supereroe contro lo Zingaro interpretato da Luca Marinelli.

L’etichetta del “neo-neorealismo”, che di solito incasella ogni attenzione alla società e a mondi non borghesi, in questo non regge. Il richiamo ai mondi di Pasolini, ai suoi sottoproletari, è anch’esso in molti casi fuorviante. Certo, per chiunque riprenda una borgata romana il fantasma di Pasolini è lì, ma i modelli cui si guarda sono altri. Piuttosto, la chiave in cui vengono raccontati delinquenti, periferie, intrecci con la politica, è quella del genere. Di un genere: il noir, il poliziesco di derivazione americana. Innestato però su una tradizione nostrana rivalutata non da molto: il cosiddetto “poliziottesco”. I film d’azione urbana degli anni ’70, Milano calibro 9, Il trucido e lo sbirro, e simili, politicamente controversi, spesso eccellenti film d’azione. Ad aprire la possibilità di una lettura noir dell’Italia recente è stato Romanzo criminale di de Cataldo. E davvero la banda della Magliana era un prisma criminale che rifletteva Roma, la politica e l’Italia. L’originalità di quell’operazione è rimasta in parte anche nelle versioni cinematografica e televisiva, dando vita a un filone. Adesso, tredici anni dopo l’uscita di quel libro, sono già tante le varianti e gli epigoni.

Killer che contemplano la fine della vecchi mala, prostitute d’alto bordo dal destino segnato, imprenditori strozzati e strozzini, donne fatali, scassapagliari che pestano i piedi a qualcuno, clan in crisi di leadership. Dialetto gergale, non troppo “spinto”, pronunciabile anche da attori professionisti e magari non del luogo. Come set, ovviamente, Napoli e Roma trionfano. Periferie scappate di mano a grandi architetti, inseguimenti, scene in discoteca, o dall’altro lato alberghi lussuosi con vetrate sulla città, Jacuzzi e cocaina. Battute a effetto, asfalti bagnati e amicizie tradite, drum’n’bass e schitarrate, fotografie bluastre, o con i neri densi. E sceneggiature che tirano tutti i fili, proprio tutti. Il mondo del genere offre già una narrazione, un universo riconoscibile di segni, in cui i dettagli significano da subito qualcosa: gli abiti, gli sguardi, i gesti rimandano a funzioni narrative, e consentono allo spettatore un’acclimatazione, un paradossale “sentirsi a casa”, disinnescando gli elementi troppo disturbanti.

Esattamente il contrario di ciò che facevano, per vie diverse anzi opposte, Gomorra-libro o Gomorra- film. O gli ultimi romanzi di Walter Siti, Il contagio e Resistere non serve a niente. Lavori dietro i quali c’è una conoscenza e una disponibilità verso l’ambiente, e una ricerca stilistica che si sforza di sfuggire al mero rispecchiamento e allo stereotipo. In direzione diversa, va detto, si muovono anche due film importanti come Anime nere di Munzi e Non essere cattivo di Caligari. La lezione del genere (il noir ma anche il melodramma) è decantata, messa in crisi. Caligari, a suo modo un precursore con L’odore della notte, nel ’98, nega la catarsi e mescola commedia e dramma, spiazzando; Munzi osserva i rapporti e rituali con una precisione che trascende il racconto. C’è in loro un senso del tragico, e un interesse vero per le persone.

Beninteso, del noir americano manca l’inquietudine morale, il suo essere l’altra faccia del sogno americano. A volte, il posto della dimensione morale viene preso da quella grottesca, dalla cronaca, o dalla Storia. Anche la rilettura del passato recente può assumere una patina tra noir e vintage: il ’68 e i servizi segreti, le tragedie individuali e quelle collettive appaiono più leggibili. Il Vallanzasca del film di Michele Placido, ma anche i terroristi di La prima linea erano soprattutto reincarnazioni di eroi gangster, e in fondo tentativo nostalgico di rifare un cinema d’azione nostrano.

In alcuni casi, in effetti, il noir ha avuto la capacità di arrivare al cuore morale di certi intrighi di storia criminale e non, come in certi romanzi di Massimo Carlotto, trasformati subito in noir frettolosi in cui il genere ingoiava la Storia (Il fuggiasco, Arrivederci amore ciao). La conferma del percorso l’ha data, all’ultimo festival di Venezia, Italian Gangsters di Renato De Maria, che raccontava la storia di famosi banditi italiani attraverso monologhi affidati ad attori, alternati a immagini di repertorio e a brani, appunto, di film d’autore o di polizieschi come Il poliziotto è marcio o Cani arrabbiati.

Come per dimostrare un teorema si può ricorrere alla reductio ad absurdum, per la storia e la cronaca recente il rischio è la reductio ad fabulam, la riduzione a racconto, a narrazione, a “storytelling”, come si dice. Nel cinema e in tv la narrazione trionfa a scapito di quella che una volta si chiamava la messa in scena, lo sguardo. E anche a scapito dell’inchiesta, del guardarsi intorno. Manca anche, peraltro, il gusto postmoderno (e oggi forse un po’ scontato) del gioco tutto interno al genere, della citazione, dell’iperbole. E pensare che c’è addirittura un “poliziottesco all’italiana” letterario di altissimo livello che giocava col trucido, Un romanzetto lumpen di Roberto Bolaño, ambientato in una Roma anni ’70 di rapinatori, neofascisti e attori di peplum in disarmo. (Un paio d’anni fa ne hanno fatto anche un film, imbarazzante e di nessun successo, con Rutger Hauer.)

Nel cinema neo-trucido, in cui tutti sono cattivissimi e così peggiori di noi, c’è magari l’effetto straniante, iper-realista di un mondo che somiglia ai titoli dei giornali e ai servizi tv, ma che è lontano dal quotidiano degli spettatori, e in fondo non li riguarda davvero: come una notte in cui tutte le Storie sono noir. Il rischio è una nuova forma di evasione, una scorciatoia che non porta a niente di nuovo. Ha provato, a scherzarci su, un simpatico film dei fratelli Manetti, Song’e Napule, in cui un agente si infiltrava in una band neo-melodica per arrestare un camorrista. Ma se poi pensiamo che, nell’intreccio tra Cosa Nostra, politica e neo-melodici, si è tuffato senza rete l’inclassificabile Franco Maresco, facendo saltare le regole del cinema con il trascinante Belluscone, capiamo quanto questa materia potrebbe ancora suscitare in autori dotati e curiosi.

Commenti
6 Commenti a “Il realismo estremo del nuovo cinema italiano”
  1. Teresa Capello scrive:

    Grazie per aver scritto questo articolo.
    Mi sento di commentarlo (riprendendo i miei studi di semiotica).
    Vorrei aggiungere che il lettore, non certo compreso e compresso nella fabula, come invece sosteneva Eco, percorre liberamente lo schema strutturale, il plot e – per il tempo della narrazione -vive un mondo possibile. L’importante è chiedersi: “Che mondo percorre?”. Ovvero: “Quale messaggio può arrivare a ciascuno?”. Questione nodale ed urgente.
    Provo a rispondere, premettendo che non seguo il cinema degli ultimi tempi con attenzione, ma penso fermamente che l’antenato di certa narrazione visuale, si debba trovare nel genio di Kubrick e poi in Tarantino. Gli schemi narrativi del noir deteriore e prevedibile ci comunicano l’idea splatter – alla Blade runner – che, nel mondo post moderno, noi siamo immersi nella corruzione, nel deteriore, nella spazzatura morale, siamo ombre digitali di uomini. Da questi orizzonti non possiamo uscire. Così continueremo, senza avvertire alcun barlume di catarsi, ad incontrare la corruzione accanto a noi come se fosse normale.
    Tutti gli schemi narrativi scontati, dopo averci fatto fare una piccolo slittamento spazio-temporale, entrando nelle storie che vediamo/leggiamo, ci riportano esattamente allo stesso punto di prima. Per questo ci piacciono. per questo sono facili. Per questo sono trash. Non c’è niente di male. la letteratura/cinema popolare è sempre esistito. Tuttavia, l’uomo comune deve essere informato – da articoli come il suo – di quello che sta fruendo. Del peso delle storie. Dell’importanza di dire le cose. Di guardare in faccia la realtà, dando alla cronaca l’onore della cronaca. In Saviano c’erano anni di ricerca giornalistica: romanzare la storia non è una novità. Ma romanzare la camorra è stato un gesto coraggioso. Una scelta rischiosa. Io trovo che, anche nella Grande bellezza, ci sia il trash, posto a teorema. Se ne può uscire. Se, in Youth, lo sceneggiatore si suicida, il film è ben vivo. prof.ssa Teresa Capello

  2. Max scrive:

    Gli sceneggiatori italiani di oggi son cresciuti con i Sopranos, e tutto quello che e’ arrivato dopo. E, purtroppo, si vede.

  3. Ivan Petrovič Pavlov scrive:

    che noia. Morreale, che noia!!!
    ma anche basta continuare a scrivere così. freddini, contorti, insinceri, castrati e castranti.
    che du palle.

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    Sottoscrivo Pavlov. 100% supercazzola .

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