1901 Matilde Serao

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Mors Tua, il romanzo ritrovato di Matilde Serao

1901 Matilde Serao 744037/37 ©Archivio Publifoto/Olycom (1901 Matilde Serao – 744037/37 – ©Archivio Publifoto/Olycom)

Stroncata da Renato Serra, apprezzata da Benedetto Croce, esaltata da Giosuè Carducci, la scrittura di Matilde Serao torna alla nostra attenzione grazie allo Studio Garamond, che riporta in vita l’ultimo grande, oblìato, romanzo della scrittrice indissolubimente legata a Napoli (benché nata a Patrasso), Mors Tua (1926).

Il romanzo nacque come denuncia delle conseguenze devastanti della guerra sulla vita quotidiana delle persone comuni.

A una prima lettura, considerato lo stile prezioso e l’eloquio artificiosamente forbito dei protagonisti, un lettore poco accorto potrebbe evocare l’aggettivo “dannunziano”.

In realtà, sarebbe un’imprecisione, poiché fu forse più la Serao ad influenzare il nuovo corso “realista” di D’annunzio, di quanto quest’ultimo possa aver influenzato, in particolare, la scrittrice. Il multiforme scrittore abruzzese, infatti, dedicò proprio alla Serao il suo secondo romanzo, Giovanni Episcopo, spiegando nell’introduzione come intendesse muoversi dalle atmosfere decadenti de Il Piacere verso una visione più affine al verismo verghiano di derivazione francese e ai grandi russi: “Tutto il metodo sta in questa formula schietta: – Bisogna studiare gli uomini e le cose DIRETTAMENTE, senza trasposizione alcuna”.

“Costante e fiera” lavoratrice, come la definì il poeta vate in quella pagina, la Serao ha scritto molto, oltre alla fervida attività giornalistica (fu la prima fondatrice e  direttrice di un giornale, Il Mattino): una produzione diseguale, in bilico tra l’inseguimento del realismo à la Émile Zola e i fermenti postdecadenti della sua epoca.

L’autrice trova forse in questo libro un’ispirazione più profonda, una passione diversa rispetto alle prove precedenti: la denuncia dell’orrore della guerra, benché espressa con retorica ormai anacronistica, è vibrante e sincera.

Come ha scritto Raja su Il Foglio, se si vuole riscoprire questo testo dimenticato “bisogna rassegnarsi a un certo odor di naftalina”.

L’innegabile talento descrittivo della Serao (si pensi a certi momenti di alto verismo de Il Ventre di Napoli) non basta a redimere l’appesantimento retorico nei dialoghi, che appaiono interessanti a livello storico-letterario proprio perché esemplarmente datati.

C’è una distanza netta tra le descrizioni potenti e cariche di suggestione della Roma notturna, in pagine impeccabilmente riuscite, e l’enfasi teatrale delle conversazioni, sia quelle ambientate nella fatua mondanità dell’alta borghesia romana (dalla scrittrice ben conosciuta) che quelle inscenate nel dramma insensato delle battaglie.

L’effetto talvolta è straniante: sembra di leggere una versione edulcorata di alcuni brani dei Canti Orfici di Dino Campana, inframezzati con dialoghi da telefoni bianchi.

Per un lettore contemporaneo, per cui la rivoluzione sessuale stessa è una memoria storica, il quale nel momento stesso in cui legge queste righe può accedere a un dettagliato catalogo visuale delle perversioni erotiche con un rapido clic, può apparire irreale la distanza di meno di un secolo da una vicenda in cui una relazione prematrimoniale tra promessi sposi, un adulterio o l’abbandono dei voti religiosi equivalgono a uno stigma incancellabile per intere famiglie.

Il valore del libro è soprattutto nel mostrare, plausibilmente, le conseguenze della guerra sulla vita delle persone, anche quelle non coinvolte direttamente nel conflitto al fronte.

Persone semplici o avviate ad un’esistenza serenamente borghese, le cui vite vengono travolte dalla follia collettiva, che impone loro di misurarsi con drammi esteriori e interiori: tradimenti, omicidi d’onore, figli rinnegati, fedi smarrite, paranoici sensi di colpa, diversi volti di un impazzimento generale.

Mors Tua fu indirettamente la causa della grande delusione della Serao: la mancata vittoria del Premio Nobel per la Letteratura. Benché alcuni critici dell’epoca avessero sottolineato come la denuncia della guerra nel romanzo non fosse antipatriottica, i dirigenti culturali fascisti (Mussolini in primis) condannarono lo spirito antibellico del romanzo, prediligendo come candidata Grazia Deledda, vincitrice dell’ambito premio nel 1926.

Furono le stesse persone a mostrare poco più di dieci anni dopo che la Serao non aveva avuto torto.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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