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Morte nell’arena

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo.

La corrida è una forma di tragedia in cui si celebra, senza simbolismi, la morte del toro, a prezzo della possibile morte del torero. Fra le innumerevoli definizioni della moderna forma di tauromachia (al Settecento si deve risalire per individuare le prime manifestazioni di corrida a piedi in Spagna), la formula hemingwayana metterebbe d’accordo un po’ tutti.

Non esiste corrida senza morte. Il cosiddetto “momento della verità”, ossia il culmine dei tre atti da cui è composto il rito tauromachico, è quello in cui l’uomo deve somministrare la morte all’animale, ovvero quello in cui più che mai rischia egli stesso di essere colpito dalle corna del toro selvaggio ormai sapiente e pronto solo a uccidere.

Ma è facile dimenticare la morte. Facilissimo poi rimuoverla, in un’epoca in cui non si può più invecchiare e non si deve più morire. Un’epoca in cui poiché resta impossibile sfuggire alla fine, la morte viene nascosta, oscurata, velata.

Per questo, fra le altre ragioni evidenti, suscita tanta impressione il destino a cui è andato incontro Víctor Barrio nella plaza de toros di Teruel. Nell’epoca della diretta, possiamo seguire immagini che ci spiegano la dinamica di un epilogo. È stato il vento, uno dei peggiori nemici dei toreri, a scoprire il corpo dell’uomo mentre affrontava un toro di nome Lorenzo. Il corno dell’animale lo ha sollevato in aria, poi lo ha cercato in terra e ne ha trafitto il cuore.

Ma non è questo ciò che ci sconcerta. Il fatto è che era dal 1985 (quando a Colmenar Viejo un toro chiamato Burlero colpì il cuore del giovane torero El Yiyo), che non moriva un matador de toros nelle arene spagnole. Di incidenti e cornate è percorsa ogni stagione taurina. Aiutanti dei matadores ne sono morti fra Spagna, Francia e America, ma che il pericolo supremo colpisse un matador pareva storia antica e passata, come se lo specialismo della chirurgia taurina, la velocità nei soccorsi e la modernità in genere avessero definitivamente purificato la corrida dalla morte che ne resta il centro indiscutibile.

“Gli dèi hanno sete” ha scritto sul País, uno dei più attenti opinionisti, Rubén Amón. Nella stagione più critica per la corrida, al centro di un dibattito di crescente polemica sulla sua attualità (bandita da cinque anni a Barcellona e divenuta oggetto di contesa politica – Podemos tra i movimenti più contrari), già due toreri sono morti in Perù e Messico (tra cui El Pana, torero bohémien di 64 anni).

Víctor Barrio, ventinovenne di Grajera, provincia di Segovia, ha ricordato che il pericolo estremo non risparmia l’Europa. Se la discussione sulla tauromachia resta da tempo immemore legata alla morte dell’animale e alla possibile morte del torero, è necessario ricordare a coloro che in queste occasioni esultano (internet libera i più selvaggi istinti, in casi simili), che la morte dell’uomo non significa salvezza per l’animale. Il toro, durante una corrida, viene sempre ucciso per farne carne che finisce in macelleria. L’unica possibilità di salvezza dell’animale è l’indulto. Ossia quando toro e torero si esaltano vicendevolmente nella corrida perfetta e l’animale viene giudicato valido non come carne da banco (per quanto pregiata) ma come padre di altri tori selvaggi (il toro da corrida è bestia di razza del tutto distinta dal toro domestico).

Non capita così raramente, ma è il momento della verità a restare il centro di un rito antico di cui molti chiedono l’abolizione. Risuonano oggi le parole di García Lorca, quando per spiegare la sua terra scriveva: “In tutti i paesi la morte è una fine. Arriva e si chiudono le tende. In Spagna no. In Spagna si aprono”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
31 Commenti a “Morte nell’arena”
  1. davide scrive:

    Quando parliamo e/o scriviamo di corrida parliamo solo di SADISMO, TORTURA, PERVERSIONE E CRUDELTA’ GRATUITA. Niente altro ! Ed è inutile ammantarla di significati estetici, intelletuali e culturali.

    Ad esempio, vogliamo descrivere di cosa sono e perchè vengono usate le picche ?
    Parliamo dei cavalli dentro l’arena ?

    La morte di Victor Barrio non è altro che un incidente del mestiere.
    Tra il 1901 e il 1947, troviamo 16 decessi contro 71,469 tori uccisi (6 per corrida), ossia 1 ogni 4467. Dal 1948 al 1993, contiamo 4 decessi contro 136.134 tori uccisi , ossia uno ogni 34.033″ (Cosmo, Michal Onfray)
    E dunque ?

    E dunque Sig. Nucci nel 2016 sarebbe ora di finirla.

  2. matteo nucci scrive:

    Quando parliamo, scriviamo e soprattutto sappiamo qualcosa di corrida, Sig. Davide, non parliamo di sadismo, né di tortura, né di perversione o crudeltà gratuita. Si informi sul corretto uso dei termini e si informi sul rito tauromachico. Letteratura esplicativa ce n’è in abbondanza e in ogni lingua e per qualsiasi livello di conoscenza (e le assicuro che i livelli di conoscenza sono moltissimi).
    Non entrerei nel dettaglio di picche e cavalli, ma se vorrà sarò ben lieto.
    Mi limiterò ai numeri.
    Innanzitutto, poiché la corrida non è una lotta fra uomo e toro bensì un rito, non ha senso confrontare il numero di morti umane e animali. Limitandoci alle morti animali, credo che il confronto vada fatto fra i circa 3000 tori morti all’anno nell’arena con i milioni e milioni di animali morti al macello (vogliamo scegliere il numero dei bovini? sempre di milioni si tratta, non so bene quanti, ora, ma se preferisce le faccio sapere). Confronterei gli anni vissuti da una vacca o un toro da macello (sei mesi – un anno) con quelli vissuti da un toro selvaggio (4-5 anni) nonché i metri quadrati in cui vive ingollato il bove da macello con i due ettari a testa dei tori da corrida.
    Ma vede, non sono i numeri. E’ qualcos’altro che se vorrà approfondire potrà farlo, ma credo che non vorrà.
    E certo, quanto a me, proprio perché siamo nel 2016 è ora di continuarla.
    Saluti
    Matteo Nucci

  3. Matteo Nucci scrive:

    P.S. Aggiungo il dato sui bovini: circa 300 milioni all’anno ossia 820.000 al giorno.
    Contro i 3000 tori all’anno.
    Faccia lei le dovute proporzioni

  4. davide scrive:

    Dice che uso temini improri, ne è sicuro ?
    Vediamo un po’ allora

    Sadismo https://it.wikipedia.org/wiki/Sadismo
    Tortura https://it.wikipedia.org/wiki/Tortura
    Crudeltà http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/C/crudelta.shtml

    Secondo lei Sono termini che si possono applicare solo se riferiti all’uomo ? Non direi
    Non sono giudizi di valore ma oggettivamente dei fatti

    Vuole raccontare come nel secondo Tercio il toro viene TORTURATO dalle picche (piramidi d’acciaio lunghe 9 cm infilate a pertiche di 2 mt e 60 cm
    Oppure dalle banderillas di 6 cm affilate come un rasoio che vengono affondate nel garrese dell’animale per provocargli emoraggie ?
    Vogliamo continuare ?
    Descriviamo meglio l’uso delle picche ?
    Picche che sono munite di un blocco per impedire al ferro di penetrare in profondità la cui funzione è quella di attenuare la foga del toroie di stancargli il collo perché poi più tardi il “coraggioso” matador non riuscirebbe altrimenti a piazzare la spada se il toro tenesse la testa alta.
    Picche ancora che premono sulla carne e il toro ci gira intorno facendole avvolgere e aumentando in questo modo la sofferenza. La loro forma sagomata poi lacera la piaga in profondità, recidendo i nervi e il legamento nucale.
    Mi fermo qui ( ma potrei continuare) PER me è TORTURA E SADISMO
    Secondo me è’ lei che usa termini impropri

    E poi scusi cosa centrano i bovini se stiamo parlando di Corrida ?
    Non vada off topic
    Ma se vuole possiamo parlare anche di allevamenti intensivi
    Per me bovini e tori sono uguali
    Quindi non giustifico la morte di 3000 tori all’anno con i “300 milioni all’anno ossia 820.000 al giorno.”

  5. Lalo Cura scrive:

    non so perché, nucci, ma da lettore abituale di quello che pubblica di solito su m&m un articolo del genere (con delle risposte del genere) da lei non me lo sarei mai aspettato…

    le propongo allora un altro rito (!!!) che affascinerà non poco i lettori del suo giornale, sicuramente in cerca di emozioni refrigeranti vista la stagione

    https://www.google.it/search?q=mattanza+di+balene+alle+far+oer&espv=2&biw=1280&bih=709&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0ahUKEwiuotTZ-f3NAhWEVhQKHXfhDQgQ_AUIBigB

    del resto, anche questa è una forma di tragedia in cui si celebra, senza simbolismi, la morte, e a quelle latitudini non mancherà di certo un hemingway locale, sia pure in sedicesimo, capace di mettere d’accordo tutti… o no?

  6. mauro scrive:

    Per quello che so della corrida parlerei di crudeltà ma non gratuita e quindi nemmeno sadica. Le banderillas servono a disciplinare la carica del toro rendendola meno imprevedibile e pericolosa, l
    a picca deve indebolire il collo facendolo abbassare, altrimenti l’espada non può matare il toro colpendolo tra le scapole. Detto questo sarei perplesso nel definirlo un rito senza simbolismi: mi pare, come è stato detto, che la corrida sia l’arte di evitare l’inevitabile, cioè la morte, traducendola in maestria ed esperienza estetica. L’uccisione del toro non è quindi una affermazione di morte, è il simbolo della vita che si afferma come forza dominante.: la vita del toro è la morte dell’uomo, e uccidendo il toro si uccide la propria morte. Tutto ciò non implica necessariamente una presa di posizione pro o contro la corrida: eviterei in ogni caso di fare il tifo per il toro, come invece qualcuno tende un po’ scioccamente a fare, compreso qualcuno dei commenti precedenti.

  7. stefano scrive:

    “gioite, la morte non è la fine, gioite”

    io mi spingerei oltre, rivalutiamo anche gli attentati di questi giorni…

  8. davide scrive:

    Dice che uso temini improri, ne è sicuro ?
    Vediamo un po’ allora

    Sadismo https://it.wikipedia.org/wiki/Sadismo
    Tortura https://it.wikipedia.org/wiki/Tortura
    Crudeltà http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/C/crudelta.shtml

    Secondo lei Sono termini che si possono applicare solo se riferiti all’uomo ? Non direi
    Non sono giudizi di valore ma oggettivamente dei fatti

    Vuole raccontare come nel secondo Tercio il toro viene TORTURATO dalle picche (piramidi d’acciaio lunghe 9 cm infilate a pertiche di 2 mt e 60 cm
    Oppure dalle banderillas di 6 cm affilate come un rasoio che vengono affondate nel garrese dell’animale per provocargli emoraggie ?
    Vogliamo continuare ?
    Descriviamo meglio l’uso delle picche ?
    Picche che sono munite di un blocco per impedire al ferro di penetrare in profondità la cui funzione è quella di attenuare la foga del toroie di stancargli il collo perché poi più tardi il “coraggioso” matador non riuscirebbe altrimenti a piazzare la spada se il toro tenesse la testa alta.
    Picche ancora che premono sulla carne e il toro ci gira intorno facendole avvolgere e aumentando in questo modo la sofferenza. La loro forma sagomata poi lacera la piaga in profondità, recidendo i nervi e il legamento nucale.
    Mi fermo qui ( ma potrei continuare) PER me è TORTURA E SADISMO
    Secondo me è’ lei che usa termini impropri

    E poi scusi cosa centrano i bovini se stiamo parlando di Corrida ?
    Non vada off topic
    Ma se vuole possiamo parlare anche di allevamenti intensivi
    Per me bovini e tori sono uguali
    Quindi non giustifico la morte di 3000 tori all’anno con i “300 milioni all’anno ossia 820.000 al giorno.”

  9. Luigi Ronda scrive:

    Il dato più evidente e assurdo di questi funambolici dibattiti che ingolfano social e blog e siti è che immancabilmente le persone che intervengono con più frequenza ma soprattutto con più foga e determinazione sono quelle che, paradossalmente, conoscono meno la corrida. Niente. Né per esperienza diretta né per studio o approfondimento. Con il risultato di assistere un cortocircuito non superabile che si genera, inevitabilmente, dal confronto tra chi mette a disposizione conoscenze effettive e esperienze maturate realmente e chi invece erutta giudizi o verità definitive avendo come unico riferimento le tante fantasie grottesche che circolano in rete o convizioni del tutto personali frutto di sensazioni e congetture individuali.

    Così, nel giro di soli tre commenti, si riesce a sostenere candidamente che nella corrida ci siano perversione, tortura e gratuito sadismo (falso, come sa chiunque sia stato in un’arena), che la mattanza delle balene ha lo stesso portato simbolico e culturale della corrida e ad essa si possa immediatamente abbinare, o addirittura che (raggiungendo uno zenit di disgusto difficilmente eguagliabile) accettare la morte del toro nella corrida possa portare a leggittimanre e rivalutare un camion che falcia e spappola uomini, donne e bambini.

    Il tutto è, evidentemente, inquietante.

  10. matteo nucci scrive:

    Chi, come me, ama questa straordinaria e unica forma d’arte così effimera da sembrare ogni volta eterna, questa tragedia indefinibile in cui forme di ritualità cerimoniale si affiancano alla pura creazione d’arte, al costante passaggio e cedimento reciproco di animalità razionale e non razionale fra i due individui che la compongono e il grande coro che assiste, chi ama questo mondo di estremo amore per la natura e l’animale, scandito senza appello dal trascorrere delle stagioni, e passa il tempo a leggere, approfondire, organizzare viaggi negli allevamenti immensi, come nei piccoli paesi in cui si svolgono corride ricercatissime, per ritrovarsi ogni volta in teatri in cui la passione genera amicizia, tra gente che discute e mai litiga, in una dimensione così rara oggi che si rischia di apparire retorici nel tentativo di descriverla, chi come me ama tutto questo, è inevitabilmente stanco di rispondere alle critiche più ignoranti, stupide, vacue, becere e violente.

    E quindi:
    caro Lalo Cura, a volte ho apprezzato alcuni dei suoi commenti in passato ma davvero è lei a sorprendermi stavolta. Se le dispiace che abbia soltanto dato numeri, mi dispiaccio anche io con lei. Ho dato dei numeri perché nel commento del Sig. Davide c’erano numeri e mi pareva interessante sottolineare come la polemica contro l’uccisione di animali nella corrida sia numericamente insostenibile. Se 3000 capi uccisi in un anno spaventano gli 820.000 uccisi in un giorno c’è qualcosa che non va. Ma è ovvio che la questione si altrove. Nell’infinita e indefinibile ricchezza culturale del rito, innanzitutto. Su cui se vorrà, visto che lei mi pare un tipo interessato e curioso, potrà studiare, informarsi, leggere qualcuna delle migliaia di opere di letteratura taurina che sono state pubblicate anche solo nel Novecento. Posso consigliarle, in italiano, Max David, Volapié; José Bergamin, L’arte del toreare e la sua musica silenziosa; Garcìa Lorca, Gioco e teoria del duende (tanto per cominciare, in ordine di crescente letterarietà). La inviterei seriamente a evitare paragoni come quello che ha proposto. Non le fanno onore.

    Mi ha fatto piacere invece leggere il commento del Signor Mauro che evidentemente di corrida sa qualcosa. Non sono d’accordo sulla crudeltà, però. A meno che di crudeltà si debba parlare ogni volta che si uccide un animale per mangiarne la carne. Su questo si può discutere. Un libro magnifico uscito da poco e ancora poco adeguatamente valutato è Il cacciatore celeste, un altro dei capolavori di Calasso, lo consiglio vivamente.

    Non credo di dover rispondere a chi invece chiama in causa attentati poiché si parla di morte. Vedete, però, quanto significativo sia un commento del genere. Non tanto per la portata becera che caratterizza moltissime delle bestialità antitaurine che hanno riempito la rete in questi giorni (maestri di scuola che invitano a ballare sulla tomba dell’uomo morto o gente che posta foto del corpo del torero accanto a quello di Aylan il piccolo profugo morto in spiaggia e così via), quanto perché rivela appunto il livello di rimozione della morte ai nostri tempi. Se se ne parla, se si tira fuori l’argomento e se ne discute, vuol dire che si è violenti, sadici guerrafondai, come se morire non fosse la più naturale delle cose. Su questo, proprio su questo, ho scritto il pezzo pubblicato qui da m&m.

    Infine, davvero, smetterò di scrivere, ma vedete, non lo faccio mai se non per argomenti davvero importanti. E questo, per me, lo è. Spero sempre di poter vivere in una dimensione in cui prima di sparare giudizi violenti si senta il dovere di informarsi.

    Saluti
    MN

  11. Marco Garosi scrive:

    No Matteo, non smettere di scrivere sui tori. Non lo sopporterei. Noi aficionados, non possiamo sopportarlo. Ridiamo alle idiozie che scrivono gli pseudo animalisti, che, come giustamente scrive Luigi, nulla sanno ne penseranno mai di capire. Il vertice massimo dell’idiota. Piangiamo, alla morte del torero, morto da torero, che ci ricorda Victor Barrio come un essere quasi divino, laicamente divino, che sapeva di poter morire, e non si è sottratto al suo destino, come non si sottrae il toro, che, combattendo, muore in mezzo all’arena, invece che nell’oscuro antro di un mattatoio. Saluti a voi, W los Toros. Marco

  12. Lalo Cura scrive:

    nucci, io non ho messo in discussione né la sua passione per la tauromachia né la sua competenza in materia, ho solo giocato col termine rito e con la gamma di ambiguità e varianti incontrollabili che il suo utilizzo può ingenerare: da qui il parallelo con la mattanza delle balene e dei delfini in quelle isole nordiche

    anche lì i cantores dell’evento (e, purtroppo, ce ne sono parecchi) parlano di cerimoniale, di iniziazione, di rito di passaggio, di rappresentazione tragica dell’eterno conflitto tra la vita e la morte

    conversando con un frequentatore abituale di quelle zone, alle mie parole di condanna (che immagino siano anche le sue) mi ha risposto più o meno con le stesse formule che vengono qui usate per stigmatizzare l’incauto commentatore: ma tu non ne sai niente, dovresti esserci stato per parlarne, dovresti prima informarti, fa parte da sempre della loro cultura (come se il radicamento di una aberrazione in una cultura né giustificasse di per sé l’esistenza e, conseguentemente, l’accettazione da parte di tutti)

    e, sempre a proposito di informarsi prima di parlare di un argomento (a una corrida bisogna aver assistito, in un’arena bisogna essere entrati: no, grazie, per quanto mi riguarda), chi le dice che io (così come, per altri versi, i milioni di persone che, a partire proprio dalla spagna, chiedono l’abolizione di quegli spettacoli) non conosca/conosciamo la letteratura sull’argomento che lei cita? hemingway, lorca, leiris e bataille (nel merito) li ho letti e li conosco anch’io e, soprattutto negli ultimi due, ho trovato ben altro che la pura e semplice apologia dell’evento

    due brevi considerazioni conclusive:

    1) non conosco, e non ho nessuna intenzione di conoscere, il becerume che riempie la rete su questo argomento e, immagino, su altri fatti ben più gravi e tragici; ignoro, e me ne vanto, cosa siano fb, tw, et similia, perché credo che la vita sia là fuori e vada vissuta immergendosi totalmente nei suoi valori e nelle sue contraddizioni, non stazionando in pianta stabile davanti a un computer
    2) non ho bisogno della tauromachia per sapere che la morte è parte integrante della vita, non l’ho mai espunta dal mio orizzonte, dai miei pensieri, dai miei valori, dalle mie scelte: non ho bisogno di esorcizzarla, di far finta che non esiste, perché semplicemente la vivo: vivendo

    p.s.

    ho tirato in ballo anche il suo primo commento, quello sulle cifre, per un semplice motivo: pur ritenendo i dati molto significativi e, per me, particolarmente sensibili (nel caso le interessasse, sono vegetariano, ma non condanno chi mangia carne, nemmeno quelli che non sanno rinunciare alla bistecca e poi sacramentano contro il “mattatoio”), in quel contesto, a mio modo di vedere, finivano per essere capziosi e, in qualche modo, controproducenti, mi hanno ricordato il discorso dell’orrido di macherio, sì, proprio lui, il cavaliere mascarato, sulla conta dei morti… (non me ne voglia, è solo un paragone messo lì per dare l’idea)

    la saluto cordialmente

    l.c.

  13. stefano scrive:

    Non avete capito. Parlare di Nizza non significa inferire che se si accetta la morte del toro allora si accetta quella degli uomini, o l’uno è la conseguenza dell’altro. Semplicemente come non si può pensare di giustificare la morte di qualcuno che passi attraverso un rito, così lo è per il toro. Sarebbe più onesto dire che si ama questa pratica e basta, e meglio ancora stare zitti, in effetti, che si fa più bella figura. L’idea di dire a qualcuno di informarsi sulla corrida per poterne parlare non coglie il punto. A me basta il fatto, non l’opinione, che la morte del toro non è necessaria ad alcunché. Tutta la cultura del mondo non giustificherà mai niente che ha a che fare con la vita. Quindi se se ne parla bisogna accettare che ci sarà sempre qualcuno, e oggi sempre di più, a dire quanto sia ridicola la filosofia che sta dietro alla corrida, per quanto bella e affascinante possa essere. Poi è curioso come esultare per la morte del torero è istinto selvaggio, non dovrebbe far parte della tragedia? E anche giustificare l’uccisione dei tori in minor numero rispetto al maggior numero di quelli macellati. Che vuol dire? E ancora, morire è una cosa naturale, non la più naturale, non c’è una gara. Quindi? Ammazziamo a vanvera?

  14. Marco Garosi scrive:

    Il toro non viene ucciso a vanvera. La morte del toro nell’arena e’ funzionale alla sua sopravvivenza. Per far sopravvivere la “razza brava” e’ necessario che il 5% venga sacrificato nell’arena. La fine della corrida ( che non è vicina, mettetevi l’animo in pace, anche se prima o poi succederà’, tutto in questa vita ha una fine, giustappunto), sarebbe l’estinzione di un patrimonio genetico unico al mondo. Un disastro ecologico, perché il toro da combattimento vive in simbiosi con il suo ambiente. Dalla marisma andalusa, alle montagne innevate di Burgos. Se uno amasse veramente l’animale, invece di pontificare dalla poltrona di casa con davanti un piatto di patatine e una birra, dovrebbe andare a visitare uno dei tanti allevamenti in giro per la Spagna, parlare con il ganadero, con il mayoral, con il novillero che si occupa, in quel momento, delle tienta delle vacche. Anche senza vedere la corrida, ove, peraltro, nessuno è obbligato ad andare, si può vedere un mondo totalmente diverso rispetto al mal interpretato concetto di “ambiente” vomitato dagli integralisti di casa nostra.

  15. tizio scrive:

    In questo ultimo commento di Marco Garosi scovo un richiamo all’eugenetica nazista, mi pare di poter dire.

  16. Marco Garosi scrive:

    Ah, ah., certo se si considera la selezione animale, e magari anche quella vegetale, che tra l’altro viene effettuata continuamente in tutto il mondo, alla pari con gli studi di Mengele…basta, chiudo qua, voi siete completamente pazzi. Lo dico da medico. Adios, y suerte, ne avrete bisogno

  17. matteo nucci scrive:

    Marco non te la prendere. Non sanno quello di cui si parla. Patrimonio genetico suona male lo capisci? Non sanno neppure che un toro da corrida è animale di razza completamente distinta da quella del toro domestico e da tempo estinta se non fosse per gli allevamenti da corrida. Inutile discettare. Sono contento invece di quel che ci scrive Lalo Cura. Non condivido le sue conclusioni, ma apprezzo molto il tono e godo del livello. Un saluto anche a chi ci dice che uccidere animali per mangiarli equivale a uccidere a vanvera. Saluti. MN

  18. stefano scrive:

    Nucci, almeno la logica e l’italiano dovrebbero essere terreno condiviso. L’argomento “senza la corrida non esisterebbero neanche” ti pare valido? Seriamente?
    Uccidere per mangiare è appunto uccidere per uno scopo, e infatti non parlavo di questo, senza averne detto nulla. Ma dall’idea che la morte è naturale non discende alcunché, si chiama fallacia naturalistica, se proprio vogliamo dargli una sfumatura accademica, ché sennò pare brutto.

  19. stefano scrive:

    Garosi dunque mi stai dicendo che la corrida fa parte della nicchia ecologica del toro… concetto interessante. Darwin ti spiccia casa

  20. stefano scrive:

    E un’altra cosa. Io sono sereno, e nella vita non mi càpita mai di pensare alla corrida. Ho cominciato a leggere con piacere Morte nel pomeriggio, e mi ricordo solo di aver letto descrizioni. Ma può darsi che mi sbagli. Quello che mi dà fastidio è il “caro, non è come sembra”

  21. Matteo Nucci scrive:

    Ascolti, Stefano, non commento quel che scrive perché preferirei astenermi dal livello a cui ci vuole portare. Se mi chiede chiarimenti però non mi sottraggo. La razza del toro aggressivo, lontanissima da quella del toro domestico (Hemingway che lei cita scrive “il toro selvaggio sta al toro domestico come il lupo sta al cane”) non esiste più se non negli allevamenti. Si tratta degli allevamenti di tori per la corrida (perché nell’arena entra quel tipo di toro – peraltro selezionato a seconda dei tipi di allevamento, ma qui si entra bello specifico e dubito che le possa interessare). Ganado bravo. Così sta scritto sui cartelli che delimitano gli immensi spazi dove simili tori vengono cresciuti. Questi spazi (vere e proprie riserve naturali che farebbero la felicità di ogni ecologista se ci mettesse piede) chiuderebbero immediatamente se il mercato del toro da corrida si estinguesse. Si estinguerebbe la razza. Festeggerebbero soltanto i costruttori.

  22. stefano scrive:

    Nucci, io non ti voglio portare da nessuna parte. Se sei in grado di argomentare argomenti, sennò pace. Lo capisce anche un bambino di cinque anni che se una razza di toro è stata selezionata per un certo scopo, finito quello scopo finisce anche la razza. La mia domanda retorica serviva solo a farti notare che non è una giustificazione valida per sostenere alcunché. Se fossi meno preoccupato dei livelli da sostenere lo avresti potuto anche aver capito da solo.

  23. Luigi Ronda scrive:

    Lasciando perdere, per rispetto delle minoranze, le puttanate sull’eugenetica nazista, proviamo a mettere un pò d’ordine. Vi dò una notizia: la razza del toro bravo non è s Ftata °selezionata° per la corrida, casomai è stata conservata fino ad oggi dagli allevatori di tori selvaggi (1). Forse Stefano non è ancora arrivato a quel capitolo del libro di Hemingway, ma non è una colpa. Hanno ragione infatti Marco Garosi e Matteo Nucci quando affermano che senza il circuito delle corride sparirebbe presto un patrimonio genetico unico e irripetibile, e andrebbero velocemente al macello non solo quel 5% di tori combattuti nelle arene (prendo per buono il dato di Garosi), ma tutto il resto del carrozzone: quell’altro 95% di teste che oggi pascolano liberamente e pacificamente in spazi sconfinati, vacche, vitelli, tori, tutta gente che non finisce a combattere. Non solo, ma un altro patrimonio, questa volta ecologico, sarebbe velocemente spazzato via da nuove e spietate ragioni commerciali: le ganaderias di tori da combattimento sono esempio massimo di allevamento estensivo e costituiscono un fondamentale e forse unico baluardo di difesa della biodiversità, e si sostengono in funzione della corrida. Quindi, ricapitolando: il toro bravo non è stato selezionato ma è stato conservato e difeso; finita la corrida, finito per sempre il toro bravo, ed è imbarazzante che siano proprio gli amanti degli animali (Stefano non è l’unico al mondo, naturalmente, a sostenere questa paradossale teoria) a preferire l’estinzione della specie al sacrificio di alcuni individui; finita la corrida, addio a verdi praterie dove scorazzano e liberamente convivono tori e volpi, cavalli e cinghiali e lepri e maiali e uccelli e rettili e un sacco di altre specie ancora, e benvenuti polli in batteria o casermoni di prefabbricato. L’argomento “senza la corrida non esisterebbero neanche” non è un argomento dunque, è un assunto. La capacità logica di Nucci è salva. E Garosi non parla di nicchia ecologica del toro, Stefano non ha capito, sempre per quella storia che logica e italiano dovrebbero essere terreno condiviso. (1): casomai selezionati lo sono i tanti cagnetti e gattini che affollano gli appartamenti abitati da animalisti e antispecisti e compagnia varia, ma in quel caso naturalmente vale un altro peso e un’altra misura.

  24. Luigi Ronda scrive:

    Dopodiché, rientrando invece nelle posizioni personali, pur non disconoscendo le evidenze qui sopra elencate ed anzi ben contemplando la loro importanza, io credo che la corrida non abbia esclusivamente ragioni utilitaristiche a sua difesa e giustificazione. Sì, la carne di toro si mangia, come si mangia quella di un numero incalcolabilmente maggiore di animali in tutto il mondo ogni anno; sì, senza la corrida un patrimonio genetico singolare e irripetibile sparirebbe; sì, abolita la corrida le campagne di Spagna e Francia e Messico e Portogallo si riempirebbero di capannoni e mattatoi. Sì a tutto questo, ma c’è anche altro. Non necessariamente di immediata e misurabile utilità. Ci sono ragioni altre, ragioni simboliche, etiche, estetiche che autorizzano la morte del toro. C’è la veicolazione e l’insegnamento di valori umanisti universali e atemporali e la conservazione di una cultura storica e attuale. E infine e soprattuto, rullo di tamburi, c’è nella corrida un livello massimo di rispetto e ammirazione dell’animale e dell’animalità. La corrida è capace di comprimere, in sole due ore, un portato valoriale e culturale talmente complesso da farne, senza dubbio, una tra le attività umane più profonde e articolate. Non solo utilitaristiche sono dunque le ragioni che ne confortano la sua difesa, ma anche molte altre: non è da tutti comprenderle, non metto in dubbio, ma questo non significa che non esistano. Ma in fin dei conti, proprio scrivendo queste righe che mi appassionano e che vorrei sviluppare adeguatamente, mi torna in mente il commento sull’eugenetica nazista e sono colto da uno sconforto tale che mi è impossibile continuare, e perciò mi congedo. Saluti, LR

  25. stefano scrive:

    1- a meno che non mi si dica che il toro partecipa spontaneamente come atto ingegnoso per giungere alla riproduzione, la corrida è un meccanismo di selezione artificiale. E non è questo il problema. Oppure dovreste dirmi che i tori si possono riprodurre solo dopo aver combattuto, sennò non diventano fertili.

    2- l’assunto che senza le corride non esisterebbero i tori è usato come argomento per giustificare le corride. è qui che la logica vacilla. Basterebbe, come ho già suggerito, ammettere che così si vuole, e pace.

    3- il resto sono argomenti indiretti a sostegno di una grande favola solipsistica (che non si limita alla tauromachia, ma che sconfina pure nell’ecologismo) che vi siete tramandati.

  26. Luigi Ronda scrive:

    Stefano, le va riconosciuto un primato: lei è probabilmente l’unico al mondo che pensa che nell’arena si faccia selezione uccidendo. La selezione gli allevatori la fanno *prima* della corrida, cioè scelgono, in base a criteri che non sto a elencarle ché tanto non li vorrebbe capire, quali capi mandare alla corrida. Una volta entrato all’arena il toro non viene selezionato, ormai è lì c’è ben poco da selezionare, ma viene combattuto.
    Altra cosa è invece la *conservazione* della razza brava, che lei proprio non vuole mandar giù e che continua a confondere con la selezione, facendo una confusione da cui non riesce a liberarsi più.

    Come possa vacillare la logica in un assunto lo sa solo lei.

    Quello che secondo lei ci tramandiamo, infine, è tutto fuorché una favoletta, come non è una favola l’importanza decisiva che ha la conservazione del toro bravo, finalizzata al suo combattimento nell’arena, nel processo di difesa e conservazione di ecologia e biodiversità. Faccia uno sforzo, prenda qualche informazione, vedrà che le cose stanno così.

    Guardi che se lei dice che è contrario alla corrida perché la corrida la disgusta e che passerà tutta la sua vita a lavorare per la sua abolizione, nessuno le vorrà del male, libero lei di fare le sue scelte: ma argomentare come sta facendo, con disperata approssimazione e nessuna conoscenza, non è di grande utilità né alla sua causa né all’immagine che offre di sè.

    Saluti, LR

  27. stefano scrive:

    Scrive nell’articolo Nucci che il toro non sempre viene ucciso, mettetevi d’accordo. In ogni caso, prima o dopo la selezione c’è. Quindi mettiti d’accordo anche con te stesso. Non è l’assunto il problema, e comunque non è vero neanche l’assunto, stiamo sempre al farsi la festa e godersela, dacché i tori esistevano prima degli allevatori; il problema è sostenere la corrida sulla base di qeusto assunto. Non lo ripeterò più. Ecologia e biodiversità sono concetti umani. Dimostra che un ambiente ha bisogno del toro da combattimento dell’arena e ti daranno il nobel. Io terrei la sicumera per altre occasioni.

  28. Luigi Ronda scrive:

    Vabbé, niente.

    Saluti,
    LR

  29. Paolo Lorenzini scrive:

    Grazie per gli interessanti spunti di riflessione ai quali mi permetto di aggiungere una mia modesta considerazione.
    La contrapposizione fra anti-corrida e pro-corrida non mi sembra paritaria, in quanto ho la sensazione che coloro i quali non apprezzano la corrida, in realtà ritengano gli “aficionados” dei sadici assetati di sangue che traggono godimento solo ed esclusivamente dalla morte del toro: beh, non è così.
    Chi va alla corrida, vuole solo essere partecipe di un rito collettivo, nel quale la morte del toro è solo il momento conclusivo, è il momento in cui si chiude il sipario: ma la sinfonia che emoziona, l’aria che fa commuovere, o il colpo di scena che fa sobbalzare sulla sedia, ci sono già stati e quasi mai nulla hanno avuto a che vedere con la morte del toro. Chi va a vedere una corrida prova emozione per l’abilità dell’uomo e per la nobiltà, forza, bellezza, “bravura” dell’animale.
    Chi critica gli appassionati di corrida dovrebbe provare a pensare che sono persone che si emozionano di fronte ad un gesto artistico, alla sublimazione di quella che è chiamata – appunto – arte, e non certo per la morte e il sangue, che pure ci sono, ma che ci sono per ricordarci che stiamo vivendo la vera vita, e non una finzione, e che il toro, nel combattimento e nella morte, vive come altrimenti non avrebbe mai fatto.

  30. Pasquale scrive:

    Grazie Matteo,
    per le belle parole con cui esprimi la aficion per la tauromachia. Si tratta ovviamente di un tema controverso in Spagna, figurarsi in Italia dove la conoscenza dell’argomento è approssimativa e il più delle volte basata su informazioni ottenute de relato. Invece, basterebbe entrare in una qualsiasi cerveceria di Madrid (meglio ancora se in una qualsiasi tarde di maggio) per capire come i tori non siano qualcosa di avulso dalla realtà, ma una presenza costante che ti fissa dalle pareti dei locali, dalla televisione che trasmette in diretta le corride, dagli olé che riecheggiano nella città. Se poi si ha la fortuna di entrare en Las Ventas e di lasciarsene conquistare, ecco che si schiude una esperienza irripetibile, che solo la Spagna può regalare.

    Leggo solamente adesso questo articolo, a quasi un anno dalla morte di Victor Barrio. E’ curioso, ma solo pochi giorni dopo un altro lutto avrebbe colpito il mondo della tauromachia, che il 27 luglio ha dovuto despedirse dal mitico Canito. E’ sufficiente guardare qualche video delle sue ultime interviste, per rimanere affascinati da questo dinamico vecchietto che nel 2016 si commuove ancora nel ricordare la tarde de Linares del 1928; innamorato, ai suoi 104 anni, di Ava Gardner; intimo della famiglia Dominguin; in compagnia di Hemingway …

    Mi piacerebbe sapere se hai mai avuto la fortuna di conoscere personalmente Canito e di poter attingere direttamente al suo immenso repertorio non solo fotografico, quanto di un secolo di vita vissuta nell’ambiente taurino, di aneddoti, di storia spagnola…

    Se così fosse, sarebbe bello se tu potessi un giorno scriverne e rendere omaggio alla sua memoria.

    PS. Grazie per il bellissimo libro “Il toro non sbaglia mai”.

  31. De la Vega scrive:

    Al di la delle posizioni, ovviamente contrastanti, l’argomento trattato merita lettura e approfondimento. Mi permetto solo di aggiungere, visti e considerati gli usi, i costumi e le tendenze della società odierna, che forse “la plaza de toros”, con le sue regole ed i suoi comportamenti disciplinati, sia molto meglio di quanto accade per strada al giorno d’oggi.

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