Presidio-per-Rojava-a-Vercelli-19_10_2019_04

Morti, memoria, epidemia

di Davide Grasso

In questi giorni in cui la gente muore sola, e sola viene sepolta, mi sono chiesto se non potessi ricadere in quel tipo umano che alcuni hanno descritto come freddo, incapace di attenzione per chi non c’è più, indifferente verso i morti. Me lo chiedo tanto più in occasione del 25 aprile, una data in cui, senza una reale partecipazione emotiva alla sorte dei tantissimi amici caduti da ormai tre quarti di secolo per la libertà di noi tutti, il ricordo sarebbe arido, rituale e in sostanza privo di significato. La mancanza di empatia verso la sorte di ogni partigiana o partigiano, magari perché le loro immagini individuali diventano sfocate col tempo, sarebbe imparentata con quella che ci vede meno attenti alla sorte di persone che sono lontane nello spazio. Penso ad esempio ai manifestanti di piazza Tahirir a Baghdad, che continuano una resistenza storica, fondamentale per l’intera umanità, nel silenzio quasi generale.

Dovremmo tentare un’autocritica del nostro modo di guardare alla storia. Quella postura autocentrata, che gli studi post-coloniali hanno sottolineato in rapporto all’attribuzione di maggior valore alla vita o al dolore del proprio prossimo e simile, ad esempio europeo – anziché dell’altro, dello straniero e dello sconosciuto – non è così diversa da quella che ci permette di pensare alle tragedie di donne e uomini di settanta, mille o cinquemila anni fa come meno inaccettabili. Se ci facciamo caso non c’è una differenza decisiva. Nel malcelato disprezzo per la storia dei colonizzati queste due indifferenze, naturalmente, si intersecano. Un’attitudine di indifferenza verso chi non c’è più, e addirittura di persecuzione verso chi intende ricordarlo, viene adesso denunciata però in rapporto a coloro che muoiono o soffrono qui ed ora, così prossimi da essere nostri connazionali, a volte conoscenti o amici e parenti di amici.

Devo pensare necessariamente a queste cose, perché sono favorevole al divieto di assembramenti in tempo di epidemia; un divieto che, se vuole essere efficace, deve comprendere anche i raduni finalizzati a condividere un lutto. Non parlo della possibilità di assistere alla sepoltura per i cari più stretti, la cui estromissione mi sembra una crudeltà dovuta forse ad una specifica inettitudine dello stato, magari conseguenza del carattere debolmente “produttivo” che hanno, nella logica del mercato, momenti o cerimonie di questo genere. Dico che sono favorevole all’astensione sociale, collettiva e diffusa dai momenti di commiato, ai medi e grandi raduni; ai cortei funebri, alle veglie pubbliche, ai raccoglimenti collettivi che pure sono importanti per tutti noi, tanto più il 25 aprile. Il virus non circolerebbe a questi eventi meno che altrove: per definizione non è umano e non discerne il significato di questo genere di circostanze.

Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se in Lombardia vi fossero stati cortei funebri per ciascuna delle 13.106 vittime del Coronavirus ad oggi in quella regione (25.969 in Italia), o cosa accadrebbe se questi assembramenti venissero messi in atto nella tanto agognata “Fase (economica) 2”, che in ogni caso condurrà a una nuova ondata di contagi, temo a nuove ecatombi. Intorno al problema del ricordo pubblico dei defunti la discussione si è falsamente polarizzata in queste settimane come supposto scontro tra ipotetici ultimi uomini, che pur di conservare una vana esistenza biologica sarebbero disposti a emendarla da qualsiasi piacere e libertà nonché residuo etico, e altrettanto ipotetici sostenitori della vera vita, che non disdegnerebbero città invase da assembramenti e cortei a costo di spezzare involontariamente e magari indirettamente, certo, ma pur sempre irresponsabilmente, delle vite umane (non c’è iperbole: è un esito la cui certezza è acclarata dalla scienza e dalla storia).

La contrapposizione, io credo, non è affatto così netta in termini etici, almeno non quanto vorrebbero i più accesi fautori del corteo funebre in tempo di epidemia. Non è vero, ad esempio, che i sentimenti verso la vita o verso i defunti di coloro che si dividono sul divieto d’assembramento siano, in prima battuta, necessariamente così distanti, e rispondano a sensibilità del tutto inconciliabili, perlomeno in molti casi. Da entrambe le angolature ho sentito esprimersi persone più che rispettabili e intelligenti. La tentazione di polarizzare questa contrapposizione e collocarla su un piano assolutistico mi sembra semmai conseguenza di un’attitudine non scontata, benché non rara: quella che vede nelle questioni di vita o di morte l’occasione per cercare patenti a buon mercato di “altissima dignità” ottenute denunciando (negli altri) una specie di male assoluto. Non basta ritrarre mostri, però, per rivelarsi adoni.

Quando lo scorso marzo si era in procinto di ricordare il partigiano Lorenzo Orsetti, nel primo anniversario della morte, alle Porte Sante di Firenze, mi sono augurato che la famiglia e l’assemblea cittadina rimandassero il raduno. In quei primi giorni di marzo speravo, in alcuni casi inutilmente, che chi denuncia da tempo la mediocrità etica del mondo delle merci prendesse in autonomia, e in totale indipendenza critica dallo stato, misure di sospensione degli assembramenti e distanziamento. Il raccoglimento di Firenze fu in effetti annullato, e posso soltanto immaginare quanto questo sia costato ai più stretti familiari e amici di Orso. Avevo insistito nei giorni precedenti, come hanno fatto altri ex volontari italiani del movimento confederale, perché da Torino si desse al primo anniversario del martirio di Lorenzo l’importanza che aveva, e si partecipasse in tanti. I riscontri non si avviavano ad essere numerosi. So per certo che alcuni tra coloro che, in quei giorni, prevedevano di avere troppe e più importanti cose da fare sono ora tra quelli che, contestando in modo generico le misure di lockdown richieste dagli operatori sanitari, non esiterebbero ad affermare che l’astensione dal ricordo dei morti è una di quelle perversioni che soltanto “il capitalismo” potrebbe giustificare.

Non è stato bello né facile rinunciare a far visita a Lorenzo, ma mi sono chiesto: quale significato avrebbe avuto mantenere un simile omaggio, in tali circostanze? I partigiani come Lorenzo, o quelli del 1943-45, furono protetti dal popolo, ma diedero la vita per proteggerlo. Ora c’è chi lascia intendere che una vita dove non si si stia vicini, e in tanti, anche e soprattutto in occasione dei funerali, non merita propriamente di essere vissuta. (Si noti che questa condizione ci riguarda da due mesi.) Siamo certi che i sostenitori di simili tesi possano obbligare gli altri a tarare opinioni e aspettative sulla pienezza o dignità dell’esistenza sui loro criteri? Per quanto sia utile e appassionante discutere di queste cose, e lo dico senza ironia, non dimentichiamo mai quanto l’allusione più o meno magniloquente a un carattere tutto sommato disprezzabile di vite meno “intensamente” e “qualitativamente” vissute abbia in passato smesso di far ridere per iniziare a far piangere. Lo potrebbero testimoniare gli ultimi eredi di un’epoca che rese necessari un 25 aprile e un 8 maggio 1945. Non intendo assimilare tesi e ragionamenti animati da fini radicalmente opposti; ma nessuno di noi può sentirsi al riparo da un certo numero di rischi, quando usa un’idea di vita.

Quando, poco prima del lockdown, speravo che una decisione dell’assemblea di Firenze mi esentasse dal viaggio verso le Porte Sante, l’Amministrazione autonoma del nord-est della Siria, per cui Lorenzo ha combattuto ed è caduto, non aveva ancora proibito gli assembramenti funebri nell’ambito delle misure di lockdown che avrebbe posto in essere pochi giorni più tardi, il 23 marzo (ben prima, contrariamente all’Italia, che vi fossero segnali concreti di una presenza del virus sul suo territorio). Sapevo però che l’avrebbe fatto. Era ovvio. Quando sono venuto a sapere, con il passare delle settimane, che il regime siriano e quello turco avevano preso misure di distanziamento sociale molto più blande del Rojava, e che il Pkk aveva invitato il popolo curdo ad assumere autonomamente misure più drastiche, senza conformarsi al lassismo epidemico dei tiranni del Medio oriente, non mi sono stupito. Semmai mi sono chiesto – e mi chiedo – se questa non sia una di quelle cose che possano quanto meno far riflettere alcune persone.

Le Forze siriane democratiche, che molti degli attuali detrattori del lockdown considerano giustamente partigiani del giorno d’oggi, per bocca del comandante Heval Mazlum hanno dichiarato, nell’imporre il coprifuoco, che innalzano in questa fase i medici a comandanti in capo della rivoluzione. Anche tralasciando le famose sparate di Boris Johnson o l’attuale incitamento agli assembramenti anti-lockdown di Donald Trump, le differenti scelte di Erdogan e Assad dovrebbero far sorgere almeno qualche dubbio a coloro che si ostinano ad affermare, senza smuovere di un millimetro le proprie posizioni, che scopi più “umani” o “libertari” si realizzerebbero attraverso la denuncia e l’opposizione all’idea (e alla norma) del distanziamento sociale.

Non è in discussione che la scelta di non celebrare i funerali sia nel nord-est della Siria vissuta in modo molto più lacerante che qui da noi, dove non ho mai visto un amore per i defunti così vivo e autentico come quello percepito in Siria, in Palestina, in Iraq, in Kurdistan. Più volte ho cercato di raccontare la cultura sublime che una certa elaborazione del lutto di marca socialista e confederale ha prodotto attorno al ricordo e all’omaggio ai martiri dopo otto anni di guerra civile e quarant’anni di liberazione nazionale.  Se dico “sublime” uso il termine nel senso settecentesco, situandolo sulla soglia di ciò che può provocare meraviglia e orrore a un tempo. La morte degli altri può condurre a forme di vertigine morale e non sempre a sensazioni positive. Tanto più ora che siamo costretti dalle circostanze a riflettere su queste cose, questa cultura delle Ypg o del Pkk – un dono che viene a noi europei anche da altre fazioni secolari degli scontri nel modo musulmano – andrebbe presa maggiormente sul serio, senza derubricarla surrettiziamente – come ovviamente qualcuno ha già fatto – a “mania mediorientale”.

Si tratta di un’attitudine egualitaria e democratica nei confronti di chi è scomparso, che non isola alcuni caduti come eroi ed è abbastanza umile da non voler consegnare per intero al razionale ciò che per intero sfugge alla nostra ragione. Essa si inserisce in un rispetto interiore che riporta al tema di come il rivestimento rituale e collettivo, e per questo inevitabilmente esteriore, del legame con i morti, benché estremamente prezioso, non si sovrapponga né possa sostituirsi alla forza che può assumere nel mondo interiore il rapporto dei viventi con i non viventi e con il loro ricordo. Dei compagni della mia unità, con cui ho combattuto in Siria, non ho mai visto i funerali. Mentre si svolgevano ero con gran parte degli altri miei amici alla base, a fare la guardia, come mi era stato assegnato. Quando altri tra loro sono morti ero in Italia. Non sempre la realtà si organizza per poter dare a tutti la possibilità di portare sulle spalle la bara del proprio amico. Che questo avvenga o no nulla cambia in ciò che loro dobbiamo. Nulla. Il funerale può fare a noi del bene, individualmente e collettivamente, ma non costituisce un saldo del debito con i caduti. Mai. Quello resta. Da quello non si scappa.

In questi anni ho parlato molto. Non credo che molti possano comprendere quanto io, e tanti altri, più che parlare siamo stati parlati, in certe circostanze. Siamo parlati da dei morti. Non è qualcosa che faccia di noi delle persone nobili, tutt’altro. Spesso siamo parlati da loro nella misura in cui siamo ignobili e lo sappiamo riconoscere. È un fatto che dai morti si possa essere quasi ventriloquati; e che si possa per anni e anni continuare a vivere, cambiare e sentire il valore di certi fini, persino trovare la forza di resistere e tentare di divenire decenti, grazie alle voci e agli sguardi di quei morti. Non so che dire di un fenomeno del genere, ma è certo che non cessa mentre siamo soli in una casa o soli altrove. Anche se, per disgrazia o per fortuna, ciò che accade non è questo, può accadere in solitudine che si affilino le nostre armi per una resistenza, con tutta la potenza che può dare un rapporto intimo, arrivo a dire diretto con i morti.

L’obiettivo di rendere umanamente e politicamente produttivo il tempo dell’isolamento e della solitudine temo fosse fin troppo familiare ai partigiani italiani, questo “fare di necessità virtù”, e ancor più, tra loro, ai gappisti, ai quali l’esperienza di una “quarantena” in appartamento, della solitudine prolungata e dell’ancor più totale incomunicabilità non era certo estranea. Non è escluso che un 25 aprile solitario e isolato non resti alieno per ognuno di noi alla fantasia di cosa isolamento e solitudine, in condizioni e per ragioni del tutto diverse, hanno significato per loro, o alla volontà leggere di ciò che hanno significato, per ricordarlo, per capirlo almeno in parte forse. Esistono sempre armi politiche da forgiare, in qualsiasi circostanza; chissà che non poterci radunare attorno alle lapidi e alle tombe non ci permetta di vivere un 25 aprile virtuoso nella necessità, rafforzando la capacità di quella sorta di comunicazione impossibile (quella che è maggiormente schiacciata dalla voce e dal chiasso) che può permetterci, oggi come allora, di non riconoscere il tempo e lo spazio come tiranni assoluti del nostro sentimento.

 

 

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