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Di morti sul lavoro: su “Brucia” di Silvia Rocchi

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Anni ’80, provincia, morti bianche, amicizia e dolore. Su questo ruota Brucia (pubblicato da Rizzoli Lizard), della fumettista e illustratrice Silvia Rocchi. Una sorta di esordio editoriale: nonostante Rocchi (pisana, classe 1986) abbia pubblicato svariati libri – soprattutto biografie di personaggi come Alda Merini, Tiziano Terzani e Ettore Majorana –, questa è la sua prima opera di fiction a firma propria. E migliore debutto non poteva esserci: Brucia evidenzia tutta la sua sensibilità narrativa e il suo coraggio artistico nel trattare un tema difficile, quello delle morti sul lavoro, intrecciandolo con la semplicità della vita quotidiana di provincia degli anni 80. Ma soprattutto Brucia conferma una volta ancora quanto il suo stile grafico sappia aderire perfettamente al racconto: un tratto urgente e mai invasivo, diretto e scrupoloso, tagliente e malinconico, veloce e pensieroso… La scelta del bianco e nero è quanto mai azzeccata, anche perché fa sì che la fumettista possa giocare, solo nella parte centrale del libro, con l’arancione, che rappresenta le fiamme e definisce la tragedia.

Silvia Rocchi si fida del proprio vissuto e, portando il lettore indietro di oltre trent’anni, sceglie come ambientazione un paesino toscano, la cui vita sociale ruota quasi esclusivamente intorno alla fabbrica, al tempo stesso croce e delizia per la popolazione: mostro d’acciaio sputa fuoco e garanzia di lavoro e stabilità economica. Qui si incontrano Maria, trentenne, e l’adolescente Tamara: tra le due nasce una sorta di amicizia, che però è sempre minacciata e messa in discussione dalle loro differenti estrazioni sociali. La prima è un’operaia delusa, la seconda è la figlia dei “padroni”.

Insomma, è un po’ come se la Vincenzina della canzone di Enzo Jannacci si fosse messa “davanti alla fabbrica” per raccontare una storia di amicizia e dolore, andando coraggiosamente a toccare il tema delle morti sul lavoro.

Com’è nato Brucia? È pura fiction o si ispira in qualche modo anche indirettamente a qualche fatto autobiografico?

Da circa cinque/sei anni penso a quest’immagine di sprofondamento nel nero che sta circa a metà del libro. Volevo raccontare il vuoto, la rabbia, e come si è disarmati di fronte a qualcosa di più grande di noi, e sì, viene da un’esperienza di lutto che risale a undici anni fa – in questo senso è “autobiografico” –  ma che ha toni e dettagli completamente diversi da quelli della struttura narrativa di Brucia.

Anni ’80, un incidente in fabbrica sconvolge un’intera comunità e soprattutto la vita di due persone. Perché hai scelto il tema delle morti sul lavoro, e perché proprio gli anni ’80?

Quando ho iniziato a scrivere la storia, ho scelto una situazione per il primo capitolo, poi ho pensato ad un salto temporale di venti anni in cui le protagoniste non si vedono e infine sono arrivata ad un terzo momento in cui una delle due scrive una lettera all’altra. Volevo che questo fosse plausibile, che non fosse strano o fuorviante in nessun modo rispetto al contesto, da qui, ho individuato quel momento l’inizio degli anni 2000. In questa terza parte, le due hanno circa 50 e 40 anni, e considerando che mi sembrava importante mantenere il salto temporale, contando a ritroso verso il punto in cui volevo ambientare la nascita dell’amicizia, sono giunta al 1981. Ci sono arrivata quasi per caso, infatti gli elementi non sono eccessivamente compiaciuti, non l’ho scelto per una fascinazione estetica legata a quel periodo, ma perché doveva coprire l’arco delle vite delle protagoniste. Il perché raccontare delle morti sul lavoro, beh, nasce dall’immaginarmi la cosa più brutta che possa accadere, in un contesto “normale”, quotidiano e all’interno del quale non siano presenti guerre, carestie o tragedie di massa ancora più terribili.

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Sei alla prima opera di finzione come autrice unica. Com’è stato mettersi in gioco da sola e occuparsi per la prima volta non solo dei disegni, ma anche della sceneggiatura?

È stato un processo affascinante sotto tutti gli aspetti, dalla stesura della storia alla realizzazione delle tavole. In particolare lo storyboard, proprio perché ho fatto tutto in solitaria, l’ho fatto leggere a svariate persone, accogliendo critiche e annotazioni qua e là. Spero di continuare a lavorare in questo modo perché al di là del risultato finale costruire da sola le varie fasi, mi dà grande soddisfazione. Oltre che essere molto divertente

Morti bianche. Pensi che un argomento così importante possa essere sviluppato maggiormente in Italia da espressioni artistiche come il cinema, la narrativa, il fumetto stesso? 

Sicuramente è un tema trascurato. Mentre mi documentavo, proprio su come strutturare l’incidente, ho trovato la tesi di un ragazzo che comparava i numeri dei morti in fabbriche e cantieri (di vario tipo, edili, navali, impiantistici) dagli anni ’60 ai primi 2000, e i numeri sono impressionanti. Tra l’altro, sono rimasta amareggiata perché ho scelto per caso un momento sventurato per la sicurezza sul lavoro: ho scoperto che i morti nelle acciaierie, dal 1980 all’87, era esorbitante. Non credo di avere gli strumenti per dire perché in quel decennio ce ne siano state di più di sempre, sappiamo che era un periodo di vaga ripresa economica (che sarebbe sprofondato nuovamente con gli anni ’90), e a maggiore richiesta corrisponde di fatto un maggior numero di ore lavorative, con un fattore di rischio più alto.

Ma in Brucia, anche se la denuncia politica è palese, non è la cosa principale; l’aspetto che ho approfondito di più narrativamente sono le reazioni, e gli strascichi che tragedie di questo tipo si portano dietro. Tanto per buttare un nome, un fumetto che ho apprezzato molto sul tema è il magistrale Marcinelle 1956, di Sergio Salma.

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L’ambientazione è molto vicina al tuo mondo: quanto è influente nel tuo lavoro aver vissuto in provincia?

È praticamente tutto. Quando disegno un pino è un pino di quelli che stanno sopra la casa dove sono cresciuta, quando è una strada, sarà una di quelle strade serali mezzo illuminate che collegano un paese del cavolo a un altro, dove non c’è niente, se non uno splendido cielo aperto, sempre disponibile alla vista. La provincia è un po’ il mio punto di inizio nelle storie, è raro che abbia una scintilla iniziale diversa. Anche per le vecchie storie brevi che facevo quando mi spillavo gli albetti, in quei casi c’erano sempre un paio di persone che si dicevano delle cose, spesso in un parco, che fosse di paese o di città. Per me è stato molto importante crescerci, perché avevo una spinta in più a vedere e fare tutto quello che i posti più civilizzati offrivano; è quella somma curiosità di chi non ha tutto a portata di mano. In più ho questa insana abitudine di dover spuntare sul mio stradario immaginario, più vie possibili: Ss 1, Ss 439, ss 64, ss 445, ss 370, ss 67 e tante ancora. Un giorno ci farò un altro libro, che collega tutte le mie geografie (senza farlo diventare una pippa, spero). Da circa un anno, mi sono trasferita a Bologna ma mi sta bene.

Che tipo di stile grafico hai usato per i disegni?

Il disegno di Brucia è più dettagliato dei vecchi lavori, questo perché ho lavorato con un portamine 0,5, mina 2B, su carta liscia avorio 200 gr, grande 18 x 25, né più né meno, ogni tavola è in taglia, perché non mi va proprio di lavorare in grande, mi sembra uno spreco di tempo inutile. Il fatto di lavorare con un portamine, mi ha aiutata ad alleggerire un po’ la mano, anche se dalla stampa del libro non si percepisce, perché è giustamente più scura dei miei originali.

Ho guardato tante, tante, tantissime foto per far sì che tutto fosse giusto, plausibile che non ci fosse un dettaglio appartenente ad altri anni e la parte più difficile, sono state le geometrie della fabbrica, e le divise degli operai, non le volevo del ’79 o dell’85, solo ed esclusivamente 1981.

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Mi è piaciuta molto la scelta di aver utilizzato il bianco e nero, usando l’arancione soltanto per le fiamme. E soprattutto quelle linee scarabocchiate che circondano i personaggi, che sembrano un mix di tensione/rabbia/ferite, come se fossero demoni da esorcizzare.

Il colore è stata una delle idee avute sin da subito, data l’immediata associazione mentale arancione – fiamme, ho deciso che si sarebbe dovuto distinguere anche nel tratto rispetto al resto del disegno e per questo ho lavorato con acrilico e pennelli distrutti, in modo da creare l’effetto giusto. Ho osservato il fuoco, e ho riprodotto i vari giochi geometrici, come si alza e si abbassa, si stira, si contrae. E poi quando ho iniziato a disegnare la terza parte, dove i dolori delle protagoniste emergono con forza, ho pensato che dovevo farlo capire anche graficamente, ché le parole non sarebbero bastate. Da questo motivo, i nodi, le ombre sopra di loro, si alzano anche loro e si muovono come le fiamme. Non succede niente di fatto in questa ultima scena che ho scritto e riscritto innumerevoli volte, cercando di portare all’osso il patetismo; succede solo che due persone si parlano dopo tanto tempo con grande sincerità, portando alla luce qualche dettaglio che al lettore manca a causa del flashforward.

Mi dicevi di una playlist musicale fatta ad hoc per il libro. Di cosa si tratta, e quanto la musica influenza il tuo lavoro? Forse mi sbaglio, ma il titolo Brucia e la lettura del libro – e anche l’ambientazione negli anni 80, quella semplicità e il tuo tratto – mi evocano i Negazione, soprattutto Brucia di vita, canzone che si chiude con il verso “La morte è lontana”…

Non potevi azzeccare riferimento migliore, è stata a lungo una canzone che ho amato e – confesso – strillato (rigorosamente in solitudine), mi è sempre piaciuta molto: quindi no, non sbagli. Ed è forse la musica che completa la domanda sull’ispirazione che mi hai fatto sopra. Sì, perché ho condensato e riassestato ricordi miei e di altre storie di ragazzetti in provincia che si annoiano, e l’ho fatto riascoltando tutti i brani che mi sono cari sin dall’adolescenza e a cui devo parte dell’energia che mi permette di fare quello che faccio oggi. La playlist ragionata prevede brani assai diversi tra loro che si integrano, tra varie sponde dell’hardcore nostrano o americano, oppure in maniera opposta dolci e melensi. Provo a buttar giù i nomi dei gruppi: Kylesa, Torche, Kina, Title Fight, Husker Du, Sonic Youth, Pavement, Built to Spill, Smashing Pumpkins e poi Omega Tribe, Rudimentari Peni, Flux of pink indians e via dicendo sulla china crassiana. Tutto quello che invece mi ha ispirato per le parti più riflessive sono Drake, Elliott Smith, Broadcast, Stereolab, Angel Olsen, Diiv, Chelsea Wolfe.

Nasce a Livorno nel ’77. Da un po’ di anni vive a Roma. Giornalista-grafico editoriale. Scrive di musica, fumetti e altro (Mucchio, Prismo, The Towner, Dailybest, Rockit, Sentireascoltare…). Ha curato il libro Tiamottì (Arcana, 2010). È l’ideatore di This Is Not A Love Song, progetto editoriale che unisce illustrazione e canzoni d’amore. Gli manca il mare e vorrebbe che l’estate durasse 12 mesi.
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