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“Mostri che ridono”, la giostra di Denis Johnson

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(fonte immagine)

Sembra che l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti stia costringendo almeno quattro continenti a ridisegnare la propria idea dell’America: a mutare, cioè, le proprie aspettative, partendo dal biasimo per gli Stati Confederati, colpevoli di aver infuso nazionalismo nella loro emotività – o emotività nel loro nazionalismo, non è ben chiaro. In ogni caso, niente di nuovo. Il sospetto maggiore, a questo punto, è che l’America non sia mai stata ben compresa dai suoi osservatori più distanti. Che, in un certo senso, ne sia circolata sempre – o ne sia stata accolta – un’immagine superficiale, idealizzata dalla sudditanza, di terra grandiosa e controversa, sì, ma mai plausibilmente fragile.

Eppure dovremmo saperlo, visto che il cinema ci ha raggiunto ovunque, che l’America di oggi è Christopher Walken de Il Cacciatore che diventa, tragicamente, John Goodman de Il grande Lebowski, un maschio-isola dalla tempra muscolare, con fantasie catastrofiche e una psicosi insanabile. Dovremmo saperlo, sì, ma non lo sappiamo. Perseveriamo nell’immaginarne un’altra, oscillante fra Erin Brokovich e Be-Bop-A-Lula, e lo scoglio d’incomprensione è così alto da fare ombra alla straordinaria offerta immaginifica che scaturisce da questa psicosi.

Un esempio: Mostri che ridono, di Denis Johnson, appena edito da Einaudi ma pubblicato in patria nel 2014, racconta un’America che non si svolge in America, è quasi priva di americani e a ben vedere della terra di Washington ha solo tono e carattere – oltre, appunto, alle nevrosi. Un esperimento brillante, che in un certo senso sorpassa il lettore e lo aspetta al varco, per poi superarlo di nuovo: una sensazione fastidiosa e stimolante allo stesso tempo.

Il punto di partenza è semplice: Roland Nair, un danese americano che lavora per l’intelligence della Nato, raggiunge in Sierra Leone (a Freetown, la stessa location de Il nocciolo della questione di Graham Greene) l’amico Michael Adriko che – ma Roland ancora non lo sa – sta per sposarsi. Michael è una specie di disertore patologico, drogato di suspense, che rivela i suoi piani irragionevoli a passi molto piccoli e con poca sicurezza. È il personaggio nudo di questa storia, e rappresenta il trickle-down effect dell’imperialismo, ovvero l’assurda contraddizione per cui certi africani sognano di conquistare l’Africa sviscerandola senza rispetto, per emulazione nei confronti dei loro storici invasori.

Come osserva, sempre a proposito di Johnson, Luca Briasco, si tratta del «sogno di potere che, dai bianchi occidentali, si è trasmesso come un morbo agli stessi africani». I quali vivono, di fatto, a casa loro come degli 007 in una vacanza ipertensiva. Posta e viatico di questo gioco pericoloso (e dalle perverse ragioni sociali) non è più il blood diamond, ma l’uranio, che pure è una realtà molto labile, incompresa persino da chi la tratta: quanto vale?, com’è fatto?, come ci si inserisce?, cosa offriamo in cambio? Niente a che vedere con le gerarchie cristalline dei nostri vari romanzi di mafia o criminali, in cui Giuda tradisce per ambizione: nella giungla di Johnson vige la legge del più defilato, quello che a tentoni, a forza di sopravvivere, ci riesce. Come, non lo sa nemmeno lui. Perché regole, davvero, non ce ne sono.

Mostri che ridono è una giostra, peraltro straordinariamente scorrevole. Eppure il suo autore non gode, in Italia, del giusto, quasi facile riconoscimento che investe, invece, i vari emuli di Roth, DeLillo, Robinson, Carol Oates, Pynchon e Carver. Perché? Probabilmente per via del fatto che, nella sua produzione, c’è sempre un momento in cui “esce a divertirsi”, ed evita gioiosamente di raccontare quello che ci aspettiamo da una storia born in the USA. Sesso, religione, un matrimonio distrutto, una famiglia altisonante, una nuova droga, il castello di carte (sociali, fragilissime) costruito sul cadavere di una giovane donna, Manhattan, solo il Texas, solo il Maine.

E anche Albero di fumo (vincitore del National Book Award) e Jesus’ son, i suoi due libri più conosciuti e forse più americani – non a caso un romanzo-monumento sul Vietnam e una raccolta di racconti “di provincia” –, serbano una sorpresa crudele, violentissima, allucinata, a volte incarnata da una scimmia che piange, altre da coniglio sviscerato sulle strade dell’Iowa.

Ok, lo si paragona a Greene, quale onore, ma l’etichetta in letteratura svilisce sempre le bibliografie vibranti, inafferrabili. Quindi proviamo a fare di meglio: se Dan Kavanagh è Julian Barnes quando scrive polizieschi, lo pseudonimo di Denis Johnson per un romanzo d’avventura – sì, avventura – è Denis Johnson, orgogliosamente. Tanto la sua voce si riconosce subito, e la splendida traduzione di Silvia Pareschi la restituisce “senza grana”, diciamo. Basti pensare «Come-come», l’intercalare di Michael, o alla sobrietà con cui si sostiene (compito non facile, se si traduce in italiano, in regime di arricchimento obbligato) il sistema cauto dell’autore, che passa dall’appagamento descrittivo delle prime pagine a un eterno dialogo inframmezzato dalle prudenti “versioni” di Roland, che ci permettono di dubitare di tutto, anche della voce narrante.

È interessante, a tal proposito, che Johnson impieghi Roland come un narratore del presente assoluto, esentandolo dal raccontare il passato o da fare supposizioni sul futuro; in Mostri che ridono non ci sono «E se…?», o background non funzionali allo sviluppo della trama, anche grazie a trovate narrative – la corrispondenza con Tina – che sono conferma di talento e sicurezza. Senza, la materia sarebbe esplosa. Leggi, praticamente all’inizio, «Vero o falso, cosa importa? La verità di Michael vive solo nel mito. Nei fatti e nei dettagli muore», e pensi di aver capito che, ecco qua, Johnson ha smesso all’improvviso – lui, che in fondo è anche poeta –  di essere sincero, che sta riproponendo una cosa che va tanto di moda e che a ben vedere è bella, bella davvero, che con McEwan e Richler ha funzionato, e cioè la narrazione del falso (o del dubbio) come fosse vero, un letterario brancolare nel buio con frustata finale; e invece no.

La complessità di Michael è tutta esplicitata, impietosamente. Ama una donna (e poi la ama anche Roland, con una certa, quasi inutile, leggerezza), ama i soldi, vuole il potere, è ossessionato da ciò che gli ha insegnato a desiderarlo: il suo passato nella tribù di Idi Amin, chiaro pure quello, e l’addestramento nel Mossad. Mi so muovere meglio degli altri, quindi devo essere meglio degli altri. Perché non mi basta niente.

Ecco, ci siamo: i mostri che ridono, i Michael e Roland del nostro tempo, non sono troppo distanti da Allan Quatermain e Indiana Jones, o dal soldatino di Jeremy Renner in The Hurt Locker: l’uranio c’entra poco, sono l’avventura e l’infrazione a tormentare i mercenari con offerte inesauribili. Dice Roland: «Sono tornato [in Africa] perché mi piace il caos. L’anarchia. La follia. Le cose che crollano». E ancora, alla fine, con più chiarezza: «Non mi servono né alcol né sesso. Ho passato le ultime due ore a sonnecchiare con la testa sopra un sacco pieno di soldi. Centomila dollari americani. Meno le spese recenti. Un po’ inconsistente come cuscino, solo centomila pezzi di carta chiusi dentro una borsa di plastica, ma oh, com’è comodo, e che bei sogni ho fatto».

Ecco, quindi, cosa racconta Johnson. Una libertà totale, febbrile, maledetta e insopprimibile. La sensazione di possedere già tutto e doverne fare razzia, per esercitare un briciolo di potere. Autodeterminazione, divertimento sfrenato, paura, scivoloni, e un ordine insospettabile da ricostruire a posteriori: la “morale” di Mostri che ridono somiglia alla produzione del suo autore, al modo che ha Johnson di fare lo scrittore. Un metodo occidentale, forse non più statunitense, ma pericolosamente americano.

Nicola H. Cosentino (Praia a mare, 1991) è autore di racconti, sceneggiature e un romanzo. Cura, presso l’Università della Calabria, un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha scritto di cinema e letteratura per Il Quotidiano del Sud e Venti, di cui è cofondatore. Dal 2014 è direttore artistico del festival di cinema indipendente Brevi d’Autore. Colla ha pubblicato due suoi racconti, entrambi incentrati sul personaggio ricorrente di Vincenzo Teapot. Nel 2016 è uscito il suo primo romanzo, Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino).
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