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“Vola come una farfalla, pungi come un’ape”. Muhammad Ali

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Muhammad Ali, nato Cassius Clay (“Cassius Clay è un nome da schiavo. Io non l’ho scelto e non lo voglio. Io sono Muhammad Ali, un nome libero. Vuol dire amato da Dio. Voglio che la gente lo usi quando mi parla e parla di me“) è morto nella notte in un ospedale di Phoenix. Da tempo era affetto dal morbo di Parkinson. Con Alì muore una leggenda dello sport senza pari. “Vola come una farfalla, pungi come un’ape. Combatti ragazzo, combatti“. Per ricordarlo, di seguito ripubblichiamo un pezzo di Tiziana Lo Porto uscito originariamente su XL.

La prima cosa è la bellezza. Una bellezza talmente folgorante che a metà anni settanta portò il grande scrittore americano Norman Mailer a iniziare così il suo Il combattimento(Baldini Castoldi Dalai 2000): «Provi sempre una forte impressione quando lo vedi. Non dal vero come in televisione ma in piedi davanti a te, nella sua forma migliore. Allora il Più Grande Atleta del Mondo rischia di essere il più bell’uomo d’America, e un vocabolario iperbolico rischia di fare la sua comparsa».

Già, un vocabolario iperbolico che abilmente Mailer schiva evitando di fare della sua storia un mero racconto del giorno in cui Muhammad Ali, alias Cassius Clay, incontrò sul ring di Kinshasa, nello Zaire, George Foreman, vincendo e riconquistando il titolo di campione del mondo.

E insieme a Mailer, molti si sono cimentati in dovuti e inattaccabili i tributi ad Ali, con narrazioni, celebrazioni e ricostruzioni degli episodi salienti della sua vita: la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma nel 1960, il primo titolo di campione del mondo nel 1964, la vicinanza a Malcolm X e la conversione all’Islam che lo vide cambiare il nome Cassius Clay in Muhammad Ali, il rifiuto di prendere parte alla guerra in Vietnam perché «nessun vietcong mi ha mai chiamato negro», e il conseguente divieto di combattere per i successivi due anni e mezzo, il ritorno sul ring nel 1970, l’incontro con George Foreman nel 1974 e la riconquista del titolo mondiale, e poi l’uscita di scena come pugile nel 1981.

Sfociare nell’ossequiosa adulazione sembrerebbe quasi inevitabile quando si ha a che fare con chi più volte si è autoproclamato «il più grande» davanti a un pubblico stregato che non ha potuto che tacere e annuire. Non stupisce così la rilettura che ne fanno oggi alcune celebrità d’America esulando dal pugilato e dall’impegno civile, e incoronandolo padre fondatore del rap.

Un riconoscimento che ufficializza la validità del talento poetico-polemico del pugile, manifestato prima e dopo gli incontri, nelle conferenze stampa, nelle apparizioni pubbliche, trasformando ogni dichiarazione d’intenti in quelli che oggi vengono letti come rapidi, incisivi, indimenticabili rap.

A scendere in campo con un libro (Ali Rap, Taschen/ESPN, euro 19,99) e un dvd (Ali Rap, ESPN, $ 21,49), pubblicati in America lo scorso 17 gennaio per festeggiare i sessantacinque anni del pugile, sono indefessi ammiratori (come l’art director George Lois, curatore del libro), sportivi (Kareem Abdul-Jabbar il più autorevole ed eloquente), star hollywoodiane (da Sylvester Stallone a Sidney Poitier), attivisti politici (Al Sharpton) e rapper (Chuck D, Doug E. Fresh, Fab 5 Freddy e Ludacris tra gli altri).

Un’operazione importante e bella, che, anche se da alcuni è stata con discrezione giudicata «un po’ azzardata», conferma le origini «black» della cultura rap, ridisegnandone però la cronologia e facendo arretrare di un decennio la nascita. «Se fosse vero vorrebbe dire che il rap non è nato (com’è credenza diffusa) nel South Bronx negli anni Settanta, ma nel Kentucky nei Sessanta», ha commentato Chuck Klosterman, editorialista diEsquire, aggiungendo poi che per quanto difficile da accettare, «l’ipotesi è interessante». E ancora una volta, con il tacito benestare di critici e platee, Muhammad Ali torna ad essere G.O.A.T., acronimo da lui stesso inventato e che sta per Greatest Of All Time, ovvero il Più Grande Di Ogni Tempo.

Non neghiamo che, dopo aver seguito con apprensione il decorso del morbo di Parkinson che dai primi anni ottanta affligge Ali, il riconoscimento rende orgogliosi e contenti, un po’ come se ci fosse concesso di rivedere Superman sfrecciare ancora una volta sui cieli di New York (paragone non azzardato: degli anni settanta il fumetto Superman vs. Muhammad Ali, che vedeva i due sfidanti impegnati in un incontro che avrebbe deciso le sorti del mondo, e la hit The Black Superman, dedicata al pugile da Johnny Wakelin).

E poco importa se a questo giro nessun impostore verrà acciuffato, e nessun Foreman verrà battuto. Ci accontentiamo di rivederlo nei panni di eroe del rap, o ancora, in quelli di «Leggenda Vivente», titolo conferitogli lo scorso febbraio in Nigeria dall’ECOWAS (Economic Community of West African States) e dall’ACA (African Communications Agency) e in passato assegnato a personaggi del calibro di Nelson Mandela, Kofi Anan o Wole Soyinka.

Tornando poi al doppio tributo Ali Rap, ovvero libro e dvd, c’è da dire che si tratta di un’incoronazione dal basso. Il progetto si presenta infatti come un’importante operazione pop che mescola con sapienza e misura storia, sport e musica, creando un collage di parole, suoni e immagini che ha tanto valore artistico quanto di memoria. Ali Rap è uno spaccato di storia che colma le distanze tra cultura alta e cultura bassa, tra storia e puro entertainment, un’abile operazione che inizia al rap i cultori del pugilato e viceversa.

Risultato questo che va ben al di là delle migliori intenzioni dei realizzatori (quella di tributo in primis). Eloquente la ricorrente presenza nel documentario di un televisore, oggetto pop per eccellenza, utilizzato come espediente per inserire filmati d’epoca (telegiornali, speciali, riprese di incontri e via dicendo) e come mezzo dal quale far parlare Muhammad Ali, conferendogli così più autorevolezza e collocandolo su un piano diverso, più alto.

Un televisore come podio, dunque, spesso piazzato su una panca accanto al ring, a simboleggiare l’universalità del messaggio di Ali. E non è un caso che sia stato lo stesso pugile a dire, infischiandosene del limitato concetto di fedeltà alla patria, «Forse verrà il giorno in cui invece di dire: Dio benedica l’America, tutti e ovunque diranno: Dio benedica il Mondo».

Ci piacerebbe a questo punto rivedere Ali ancora una volta, come quando nel 1996, commuovendo il mondo, accese la fiamma olimpica ad Atlanta. E naturalmente anche le immagini dello storico incontro Ali vs. Foreman, per restare ancora una volta a bocca spalancata e senza fiato, pur conoscendone la fine. E se a malincuore abbiamo accettato che anche i supereroi a fumetti possono morire, ci sia concesso credere, davanti a queste immagini, che altri supereroi in carne e ossa vivono qui, proprio su questo pianeta.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
2 Commenti a ““Vola come una farfalla, pungi come un’ape”. Muhammad Ali”
  1. mauro scrive:

    Anche se Robinson e Joe Louis gli sono forse stati superiori pound for pound, nessuno ha saputo interpretare la sweet science con la sua leggiadria e la sua ironia, e nessuno ha avuto la sua stamina nell’ affrontare il dolore, dentro e fuori dal ring. Play the game, campione, danza come una farfalla e pungi come un’ape!

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  1. […] Muhammad Alì, l’uomo che ha urlato il suo messaggio all’America e al mondo negli anni in cui i neri non potevano salire sullo stesso autobus dei bianchi, non potevano frequentare le stesse scuole, gli stessi cinema e gli stessi ristoranti. Erano gli anni in cui avere la pelle nera poteva mettere paura a tanti, ma non a lui. E per questo cambiò il suo nome: “Cassius Clay è un nome da schiavo. Io non l’ho scelto e non lo voglio. Io sono Muhammad Alì, un nome libero. Vuol dire amato da Dio. Voglio che la gente lo usi quando mi parla e parla di me” (leggi qui). […]



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