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Mungere il reale. Marieke Lucas Rijneveld ha vinto l’International Booker Prize 2020

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di Antonio De Sortis

(fonte immagine)

Poche ore dopo l’assegnazione dell’International Booker Prize 2020 a De avond is ongemak, lo scrittore Abdelkader Benali ha pubblicato un post su Facebook per complimentarsi con Marieke Lucas Rijneveld e la sua traduttrice presso Faber & Faber, Michele Hutchinson. Con grande tempismo Benali coglieva l’occasione di omaggiare il lavoro di chi traduce e di sottolineare che i Paesi Bassi, in qualità di periferia letteraria dei grandi imperi linguistici, fungono da utile snodo di flussi culturali. Nelle sue parole colme di soddisfazione il mondo letterario olandese veniva dunque presentato come fiera minoranza, che fa dell’apertura (e non del debito culturale) la sua arma vincente.

Il risultato raggiunto da The Discomfort of Evening (in italiano Il disagio della sera, tradotto da Stefano Musilli e edito da Nutrimenti), primo titolo nederlandese a conseguire il prestigioso premio, deriva effettivamente da un impegno collettivo che coordina fondazioni pubbliche, festival letterari, traduttori, editori: un settore che fa sistema e che pone al centro la diversità linguistica, una diversità che può esser compresa e preservata solo attraverso la relazione fra mercati culturali. Che un romanzo eccessivo e a tratti disturbante come Il disagio della sera abbia convinto non solo la giuria dell’IBP, ma le redazioni di numerose case editrici internazionali che hanno scelto di importarlo è il sintomo che una comunicazione integrata, ben oliata, raggiunge davvero il suo scopo nel momento in cui è trascesa e scompaginata.

Marieke Lucas Rijneveld nasce nel 1991, viene dalla poesia, questo è il suo romanzo d’esordio. Quando l’ho letto nel 2018, appena uscito, mi ha abbastanza sconcertato. Aveva tutte le idiosincratiche caratteristiche per diventare un caso letterario. Il personaggio principale è una ragazzina di dieci anni cresciuta in un contesto rurale puritano, una famiglia di allevatori di mucche. Sullo sfondo, una fattoria in rovina in seguito a un lutto, gli echi escatologici, un’educazione piena di tabù; in copertina, il volto dolente e androgino di una fanciulla che ha vissuto in prima persona gli stessi traumi.

Quest’aura funebre non basterebbe a sconcertare nessuno, men che meno un qualsiasi lettore aggiornato che in certe atmosfere southern-gothic o polder-gotiche può incappare quando vuole. Ma Il disagio della sera non è un romanzo, come si dice, di astratti furori. Niente identità riesumate. Nessun mito ancestrale. C’è una figlia di allevatori che attraversa un concretissimo percorso di crescita disseminato di sterco di vacca e pervaso dall’odore di stalla. Da quando le è morto un fratello e i suoi familiari si sono rinchiusi in un sacro mutismo, la bambina, Jas, non si è più tolta il cappotto. Così corazzata, riprende confidenza col reale. Si potrebbe anzi dire che munge il reale: gli animali della fattoria, le pietanze in tavola, le suppellettili della casa sono descritti maniacalmente, e su ogni superficie descritta c’è una patina, un umore, una nostalgia, che il lettore può quasi tastare. La campagna di Marieke Lucas Rijneveld è un universo multiforme, mutante, e lo è proprio in virtù di un’intimità con la sfera corporale, dove ogni corpo spiattella il suo mistero.

C’è un passaggio in cui Jas esclama che nessuno ha più badato al suo, di corpo, da quando è uscito dalla pancia della madre. Al contrario, a prendersi tutte le attenzioni è quella parte di materia già assente e rimossa; è il posto a tavola lasciato vuoto dal fratellino morto, è l’impronta di chi manca rimasta intatta nel lettino. Un primato dell’aldilà sull’aldiquà che non impedisce a Jas di sbocciare, di sviluppare turbe e desideri assai materiali. Così ogni cosa è coinvolta in uno strano gioco di iniziazione e di morte, che si tratti di una mucca stitica o di un essere umano.

Ne Il disagio della sera c’è qualcosa di spaventoso e mai davvero estraneo al lettore. Non si tratta di una costruzione simbolica, poiché l’artificio è semplice. Il disagio non “aleggia”, né “ammanta” alcunché. Nel ticchettio del tempo che segna la crescita di un corpo vivente si avverte una spigolosa e spaventosa diversità, che va solo osservata. È il gusto dell’indiscrezione. Osservare ogni cosa come si osserva il pullulare di un formicaio, il marcire di un frutto, la nudità di un animale.

Rijneveld dota la sua protagonista di strumenti conoscitivi weird ma sofisticatissimi. Mette a disagio il lettore, e accorda allo scenario contadino un carattere cangiante e contaminato che gli è normalmente negato in letteratura. Cala nel cuore simbolico del senso comune l’inquietudine sessuale, un’inquietudine curiosa e non peccaminosa, ed esplora alacremente le tematiche di genere nei panni di una diecenne che vive semi-segregata, come a rivendicare che l’intelligenza emotiva non è un’esclusiva dei borghesi. Viola lo schema della diversità come devianza, e la dissemina.

Tendenze opposte inglobate in un vissuto, messe su pagina ed espresse pubblicamente. Quale contraddizione è meglio risolta di quella testimoniata dal proprio corpo? Una politica culturale può dirsi fortunata quando sa riconoscere una dote del genere, poiché si libera del problema di deliberare su norme ed eccezioni – i nostri libri sono religiosi o laici? Moralisti o libertari? Di campagna o di città? Ecco perché Il disagio della sera è un ottimo ponte fra la letteratura olandese e tutte le altre.

Quando Marieke Lucas Rijneveld si lascia immortalare nella fattoria in cui vive e lavora nell’atto di spalare letame e recitare una poesia, o nel momento in cui racconta in diretta di aver contattato il Kindertelefoon per domandare, candidamente, “come si fa a sapere se si è maschi o femmine?” normalizza la sua diversità. Il suo è un gesto generoso che rende anche il suo romanzo più semplice da esportare. Rijneveld rifiuta con decisione la definizione binaria di genere, e riesce a esprimere appieno il suo essere “in between”; nel suo libro una dialettica collassa e un nugolo di esperienza si sprigiona, come se gli schemi geografici, di genere o di classe si appiccicassero l’uno all’altro, e la sua prosa fosse il collante.

Commenti
2 Commenti a “Mungere il reale. Marieke Lucas Rijneveld ha vinto l’International Booker Prize 2020”
  1. Vito scrive:

    chi ha scritto il libro ha detto che preferiscono che ci si riferisca col pronome ‘loro’

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  1. […] trad. di Stefano Musilli, romanzo vincitore dell’International Booker Prize 2020), su Minima&Moralia Antonio De Sortis aggiunge qualche riflessione sui Paesi Bassi come «periferia letteraria dei […]



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