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Murat Uyurkulak, viaggio nelle viscere della Turchia

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Questa intervista è stata realizzata all’ultimo Salone del libro di Torino (fonte immagine).

Little Miss Sunshine

Murat Uyurkulak, scrittore e giornalista, classe ’72, è nato ad Aydin in una famiglia comunista impegnata politicamente negli anni Settanta e Ottanta nella Turchia dei golpe militari. Si è formato nel cuore di una storia violenta di oppressione, che non ha sopito la voglia di rivoluzione e l’anelito di liberazione da un blocco di potere che si perpetua. La tortura, che colpiva gli oppositori, è un racconto familiare, divenuto poi un romanzo. Un dolore che Uyurkulak ha affidato alle pagine dell’opera prima Tol – Storia di una vendetta (Passigli editori, 296 pagine, 19.50 euro) pubblicata nel 2002 dopo una gestazione durata sei anni.

Tradotto in lingua francese nel 2010 da Galaade Éditions, oggi arriva nelle librerie italiane con l’ottima traduzione di Luis Miguel Selvelli. In Turchia Tol, vendetta in curdo, ha ottenuto l’attenzione dei lettori, superando le 50mila copie vendute. Nel 2010 è stato insignito del premio quale miglior romanzo turco del decennio. Il testo ha avuto successo anche nell’adattamento per il teatro.

Il padre è stato un insegnante di letteratura e Uyurkulak, che aveva 8 anni all’epoca del golpe del 1980, racconta di essersi nutrito di politica, storia e letteratura in una casa piena di libri. Nel tempo ha maturato la passione che anima l’esordio letterario: indagare la storia rimossa della Turchia, quella che a scuola non insegnano. Uyurkulak, lettore appassionato di Hikmet, è stato escluso dall’università. Cameriere, fotografo, tecnico, giornalista è anche traduttore, soprattutto di Bakunin, per varie case editrici.

Tol è un viaggio linguistico nelle viscere della geografia e nelle vicende violente del paese, che evolve per mille chilometri da Istanbul a Diyarbakir in terra curda. La struttura del romanzo è stratificata, sono vari i registri linguistici e le storie si sovrappongono, ma appaiono condotte dallo stesso io. Uyurkulak sembra voler raccogliere la sfida della frammentazione, reagendo al prodotto di una violenza disgregatrice. Yusuf è la voce narrante che apre. Non ha mai conosciuto suo padre, la madre è uscita di senno fino alle estreme conseguenze: «C’hanno fottuto. E fotteranno anche i nostri figli. Non importa quanta storia, preghiere, onore e armi ci portiamo appresso, loro ci vomiteranno addosso…».

Yusuf, poeta e correttore di bozze in una casa editrice, alla ricerca della propria identità, è sospettato di terrorismo e viene licenziato. È costretto ad abbandonare Istanbul. Sul treno che lo deve portare lontano c’è Poeta (Sair), attivista rivoluzionario negli anni Sessanta e Settanta, poi esiliato a Parigi e rientrato in Turchia dopo l’amnistia. Poi c’è Oguz, che ha perso la memoria a causa delle torture del regime, padre di Yusuf, studente di estrema sinistra finito a combattere come ribelle sui monti di Gabar nel sud-est curdo del paese. Oguz, che a causa dell’amnesia si riconosce come Ahmed, ritrova lampi di memoria e l’esigenza di tornare in prima linea.

Yusuf e il Poeta sono due vinti e affogano il dolore nell’alcol. Davanti allo smarrimento intergenerazionale resta nell’aria uno spirito di rivoluzione alimentato dai sollevamenti popolari. Storie individuali e storia collettiva si mescolano con tre elementi fondanti: l’impegno politico, la violenza di Stato e la rivoluzione agognata. In che rapporto stanno i figli con gli intenti rivoluzionari dei padri?

Uyurkulak, le succede ancora di volgere lo sguardo al romanzo d’esordio e ai suoi trent’anni, età in cui scrisse Tol?

«Finire un libro è sempre difficile. Ho fatto molto fatica a dire basta, perché il libro evolveva durante la scrittura. Dal momento che l’ho chiuso, non ho voluto intrattenere alcun legame. Gli anni passano, ne sono trascorsi già quattordici dalla prima edizione. Dopo la pubblicazione, quando ci pensavo, affioravano i dubbi. Forse avrei dovuto cambiare tantissime cose, fare in un altro modo. Si affollavano questi pensieri. Per tale ragione non lo leggo più. Ora è una storia conclusa. Tol è emerso dal calderone del mio percorso formativo, dalle influenze culturali con cui sono cresciuto fin dalla tenera età. Credo che il primo libro abbia quasi sempre una qualche traccia autobiografica profonda».

L’incipit recita: «La rivoluzione a quel tempo era possibile, bella e possibile». Lei ci presenta un rivoluzionario fallito, che aveva coltivato il sogno e si trova costretto alla resa, emarginato anche dal suo mondo militante. La sua scrittura densa, al contrario, non sembra aver abbandonato l’esigenza: «Vita, mi farai un favore? Offrirai anche a me del distillato di rivoluzione? Immischiarmi con te equivale a morire, ma in fondo un uomo a cosa dovrebbe donare la propria esistenza». Crede ancora alle promesse della parola rivoluzione?

«Non penso che le sue possibilità si siano esaurite, nonostante la sensazione di aver lottato una vita per un mondo che non ha posto per molti. Continuo a credere che una rivoluzione sia necessaria, la si debba fare. Il senso del romanzo, la bellezza che intravedo nei suoi personaggi, che sono degli sconfitti, consiste nell’aver vissuto con quell’urgenza rivoluzionaria. La rivoluzione quando si compie purtroppo degenera e diventa un’altra forma di potere. La cosa più bella della rivoluzione è il vivere impegnandosi per renderla possibile. Al contempo però dovremmo cominciare a immaginare una rivoluzione che, una volta concretizzata, non perda la propria anima. Non ho mai smesso di immaginarla».

Che cosa rappresenta per lei la bandiera rossa con la stella e la mezzaluna rispetto al sistema simbolico, educativo turco?

«Premetto che considero qualunque bandiera nazionale qualcosa di cui l’umanità dovrebbe liberarsi al più presto. Qualunque distorsione funzionale del nazionalismo andrebbe buttata nella spazzatura della storia. Nel caso di specie turco, pensando al sangue degli armeni, dei greci e dei curdi che macchia questa bandiera, è il simbolo degli orrori compiuti da uno Stato. Come cittadino turco, nato come tale, tutto ciò mi fa guardare con ancora più antipatia al simbolo nazionale, alla nostra idea di nazione. Ci eravamo illusi di non dover più pensare quotidianamente a che cosa evocasse la nostra bandiera, mentre l’attualità ci ripiomba nell’incubo. L’idea che Erdoğan stia cercando di istituire una forma di dittatura e il conflitto nel Sud-est del paese costituiscono ulteriori macchie».

I personaggi “combattenti” del quartiere sono tutti morti o fuggiti all’estero. L’esilio è l’unica cura nota all’oppressione, alla sensazione di avere parole ormai errate per cause giuste, alla sensazione della nave che si inabissa sui fondali dei pensieri pesanti?

«Non mi sento uno straniero, un fuggitivo in patria, seppure non voglia far parte in alcun modo di questa idea nazionale. Mi sottraggo alla competizione di chi rappresenta meglio il proprio paese, di chi ama di più il proprio paese. Mi ispiro alle parole di Nazim Hikmet, che aveva un orgoglio patriottico. Consisteva nell’aspirazione di un paese che appartenesse agli esclusi, ai poveri, ai lavoratori, a quelli che non sono al potere, agli oppressi, agli stranieri e a tutte le forme di cultura del diverso che compongono il paese. L’unica Turchia possibile, nella quale credo, è inclusiva di tutte queste diversità, affinché siano parte della costruzione di un paese e non di una nazione. Per questa ragione continuo a stare nel mio paese. Non ho mai pensato di andarmene, nonostante le difficoltà perché voglio contribuire a migliorare la Turchia».

Nella prima parte del libro c’è una scena significativa, che coinvolge il giovane Yusuf in treno. Racconta e rivendica letture considerate eversive, provocando un funzionario di Stato in pensione che dice: «In questa battaglia (si riferisce al rafforzamento della nazione, ndr) i giovani sono la nostra maggiore speranza». Che cosa vuol dire essere giovani in Turchia?

«L’oppressione culturale, educativa, religiosa, politica fatta di tanti schemi rigidi che controllano il paese rende travagliata la stagione delle scoperte e della formazione. Il sistema educativo è drammatico, a causa del tentativo di elaborare un cittadino modello nel senso di nazionalista che creda ciecamente nella bandiera, in Ataturk. In Turchia tuttavia per quanto complesso i giovani sono stati sempre portatori di una potenzialità rivoluzionaria. Non ho mai perso la speranza quando lo ero e non lo faccio oggi ammirando la rivolta di Gezi Park.

Lì all’improvviso le mie speranze sono rifiorite. Ho visto nei giovani turchi la possibilità di concepire una Turchia nuova. È stato l’effetto dell’unione delle minoranze in un fuoco d’artificio straordinario. L’involuzione antidemocratica è dovuta a quel sogno antiautoritario. Lo Stato profondo, che da novant’anni opprime, non cambia. Eppure il sistema educativo non è riuscito a imporre un’idea di società calata dall’alto. L’HDP è il prodotto politico di Gezi Park: unire quello che dall’alto si tenta di tenere separato. I sei milioni di voti ottenuti dal partito sono stati qualcosa di spaventoso per l’establishment».

Quali bombe raffigura nel romanzo rispetto a quelle che hanno spezzato giovani esistenze ad Ankara?

«Sono estremamente diverse, perché le mie bombe sono un po’ fuori dalla realtà. Nella costruzione del romanzo ho fatto in modo che non uccidessero mai nessuno, che scoppiassero sempre quando l’edificio è vuoto e fossero in un certo senso anche fuori dalla politica. Quasi una cosa fantastica affinché aiutassero un sommovimento rivoluzionario che era già in corso nel paese. Sono come dei fuochi d’artificio che sostengono il processo rivoluzionario. Dunque, quando immaginavo quelle bombe, non c’erano né la rabbia né la paura. Ovviamente invece le bombe che stiamo vivendo in questi ultimi mesi sono bombe che creano rabbia e paura. Purtroppo non possiamo farci nulla e dovremo anche imparare a conviverci».

Lei affida qualche compito alla letteratura?

«Non credo nel ruolo politico di cambiamento sociale della letteratura. Non penso che questo sia il compito di cui debba farsi carico: non deve e non può cambiare il mondo a livello di struttura sociale. La letteratura, soprattutto in Turchia, dovrebbe permettere di confrontarsi con il passato del proprio paese, di mettere il lettore a confronto con tutta una serie di cose da cui la storia ufficiale ti ha escluso, che non ti ha raccontato. A livello molto più intimo invece la letteratura ha la possibilità di svelare le oscurità delle cose nascoste. Deve avere il compito di mostrare al lettore l’essere umano, tutta una serie di caratteristiche dell’umano che di solito nella vita rimangono più in superficie, che non vengono scavate e affrontate dai media e dal sistema dell’educazione. Poi c’è un terzo livello. Non riesco a immaginare una letteratura che non provochi piacere nel lettore. È la precondizione: prima di essere uno scrittore, sono un lettore che cerca il piacere».

Nel romanzo l’alcol è disperazione nera, uno strumento di oblio. In che rapporto sta l’alcol con la sua scrittura?

«Provengo da una famiglia di forti bevitori da generazioni. In particolare tutti gli uomini della mia famiglia sono morti a causa di patologie (cirrosi epatica, crisi cardiaca, cancro al fegato) correlate all’abuso di alcol. Amo bere, però quando scrivo ritengo doveroso avere invece una disciplina quasi militare. Quando mi è successo di scrivere da alticcio, ubriaco, la sensazione dominante era di non avere sotto controllo tutte le mie capacità, di non riuscire a tenere tutte le fila della mia immaginazione. Al mattino da sobrio buttavo via pagine che la notte mi sembravano meravigliose.

Quando entro in un periodo di scrittura, o quanto meno nei giorni che dedico seriamente alla scrittura, mi mantengo rigorosamente pulito. La storia della letteratura è piena di autori che riuscivano a scrivere cose bellissime sotto l’effetto dell’alcol. Li invidio».

Ha creato un personaggio meraviglioso, che funziona benissimo nella narrazione. Atakan Koral è un giovane intellettuale omosessuale, al quale la madre impone matrimoni di convenienza. In seguito a una fortuita successione di eventi ricopre il ruolo di redattore capo della pagina culturale del giornale, cedendo all’autocensura e alla lingua opprimente di Stato.

«Le condizioni attuali del mondo dei media nella società turca ci costringono quasi a ritenere Atakan Koral come un giornalista da desiderare. All’epoca in cui lo immaginai era un rappresentante della vecchia generazione di giornalisti, quella precedente alla nostra, comunque molto impegnati, ma che a causa della difficoltà della struttura sociale della Turchia avevano difficoltà a emergere davvero nella loro individualità. Rimanevano schiacciati tra l’essere un giornalista molto istituzionale, ufficioso di Stato e la volontà di esprimersi al di fuori di questi schemi. La necessità di Stato spinge Koral a reprimere anche il proprio orientamento sessuale. L’attuale panorama dell’informazione in Turchia è deprimente. Ho sempre ritenuto, vissuto il mestiere del giornalista come qualcosa di degno. In Italia arriva qualche notizia sulla censura. Ma la triste realtà racconta dei tantissimi giornalisti che abdicano al proprio lavoro, accettano di abbassare la testa, quali semplici altoparlanti del regime. In Turchia stiamo assistendo al funerale del giornalismo».

Golpe, rivoluzione e resistenza nel microcosmo di un quartiere popolare. Appare particolarmente convincente la descrizione di un grido buio che si spezza in gola, della vita che brulica comunque nella sua impurezza.

«Ho inteso rappresentare questo quartiere con la convinzione che anche quando una comunità è animata da uno spirito rivoluzionario, resistenziale, conserva la sua moralità e immoralità, non equivale ad assurgere a una qualche forma di purezza che nega la complessità. Il quartiere è quasi come una Turchia in piccolo. A rivoluzione avverata, continuerà a esserci la prostituzione, il gioco d’azzardo insieme agli altri vizi. Fa parte della natura dell’uomo e non possiamo negarla. Anzi se un processo rivoluzionario pretende di sopprimere l’animo dell’uomo, che è oscuro e che tende all’immorale, commette un errore. In qualunque processo rivoluzionario non si può cercare di escludere ciò che è oscuro nell’uomo».

Lei ha lavorato come editorialista per un giornale curdo. Sostiene, si spinge oltre le istanze federaliste. Le chiedo di raccontare l’estensione di questo sentimento di solidarietà.

«Esprimo innanzitutto la mia solidarietà come scrittore. Del resto nella scelta del titolo del libro ho voluto mantenere Tol, che è una parola curda e vuol dire anche rabbia. È stato un omaggio alla lotta dei curdi. Per quanto concerne la solidarietà la risposta è semplice: i curdi hanno ragione e sanno di averla. Vivono e soffrono da decenni una situazione di estrema ingiustizia, in cui sappiamo tutti che lo Stato turco è dalla parte dell’errore. I curdi hanno una fibra orgogliosa. Sono riusciti a mantenere e a presentarsi al mondo con la testa alta.

È una follia che lo Stato turco, sempre condotto da una specie di mafia legata all’esercito e a certi blocchi di potere che invocano il nazionalismo ogni volta che avvertono il potere sfuggire dalle mani, continui a credere di poter risolvere la questione senza dare ai curdi il riconoscimento che gli spetta. Tutto ciò rischia di condurre a una situazione come quella siriana. La violenza non farà mai piegare la testa ai curdi. Intravedo il baratro di una guerra civile degenerativa. Il modo più facile per stimolare il nazionalismo è attaccare i curdi ed è solo un tentativo di questa mafia di tenersi attaccata al potere».

Quale personaggio letterario assocerebbe all’evoluzione di Recep Tayyip Erdoğan?

«È una bella domanda. Dovrei pensarci un po’, glielo scriverò mediante una mail. Non credo che le persone cambino. La personalità di Erdoğan è sempre stata la stessa. Si è modificata invece la congiuntura politica generale. Nei primi anni, per il proprio tornaconto politico personale, ha cercato di mostrare una certa confidenza con l’Europa, essendo più vicino ai principi dell’Ue. Quando la situazione geopolitica è cambiata con la guerra in Siria, il Rojava, ha ribaltato le intenzioni. A muovere la sua avventura politica è solamente la sconfinata ambizione. È una persona terribilmente ambiziosa, che non sarà mai disposta ad abbandonare il potere. Inshallah, ce ne libereremo».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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  1. […] Sorgente: Murat Uyurkulak, viaggio nelle viscere della Turchia : minima&moralia […]

  2. […] che una rivoluzione sia necessaria, la si debba fare», ha aggiunto nell’intervista per Minima&Moralia: «Il senso del romanzo, la bellezza che intravedo nei suoi personaggi, che sono degli sconfitti, […]



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