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I muri che ci dividono

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Dal Duemila a oggi nel mondo sono stati eretti per ragioni trasversali, dalla regolazione dell’immigrazione a questioni di sicurezza, trenta muri in zone frontaliere. Nei cinquant’anni precedenti se ne contavano dodici, cominciando da quello tra Algeria e Marocco, che risale al 1954.

Tim Marshall, per trent’anni corrispondente della BBC e Sky News, ospite del Festivaletteratura, dopo il successo della pubblicazione Le 10 mappe che spiegano il mondo (Garzanti, 2017), nel saggio I muri che dividono il mondo (Garzanti, 270 pagine, 19 euro, traduzione di Roberto Merlini), che assomiglia a un reportage, percorre non solo figurativamente i cinque continenti sulle tracce dei seimila chilometri di barriere innalzati negli ultimi dieci anni.

Solo alla fine della Guerra Fredda sono comparsi sulla terra ventottomila chilometri di frontiere e il 10% delle attuali è successivo al 1990. Oggi esistono 323 frontiere terrestri su circa 250mila chilometri. Il Continente europeo, che è culturalmente un insieme fluido dai confini incerti, conta circa cento frontiere per una lunghezza di 37mila chilometri. Marshall ha cercato di rispondere alla questione fondamentale: perché nell’epoca definita di massima interdipendenza e apertura all’interscambio commerciale, di conoscenze e dati, è scattata la rincorsa in realtà antica a proteggersi?

Marshall, lei che ha raccontato società lacerate per ragioni etniche, economiche e religiose, ha mai coltivato l’illusione di un mondo senza frontiere?

«Dopo la Caduta del Muro di Berlino, per un periodo breve, le cose sono parse cambiare. Nel Secondo Dopoguerra mondiale, quando è stato concepito l’esperimento unico dell’unità europea, una generazione ha cullato l’idea rivoluzionaria secondo cui i confini delle nazioni non avevano più grande senso. Il mio libro argomenta come quella fase sia conclusa con il consolidamento delle frontiere, che diventano sempre più importanti e dense di significati. Le popolazioni tornano a pensare a sé stesse all’interno di uno Stato ben definito. Si è esaurito un capitolo della storia, che ci lascia entità sovranazionali di cui dobbiamo decidere i destini».

In che cosa consiste l’ideologia del muro? Lei la rappresenta con un paradosso.

«Oggi non si tracciano nuove frontiere, ma non abbiamo mai demarcato e sorvegliato così i confini. Il muro che Trump vorrebbe estendere tra Stati Uniti e Messico, per il quale non trova gli stanziamenti, non necessita di diventare concreto, infatti non sta procedendo. Il muro è l’idea. Non serve che ne esista uno reale, il presidente degli Stati Uniti ha già ottenuto ciò che si era prefissato, alimentando per questioni demografiche, economiche e sociali una barriera psicologica efficace tra “noi e loro”. È una delle ragioni per cui è riuscito a farsi eleggere».

Il suo viaggio parte dalla Cina. La Grande Muraglia, che si sviluppa per ventiduemila chilometri, quale spazio potente occupa ancora nel nostro immaginario?

«Per motivi storici e architettonici è il più grande e antico simbolo di ciò che narro. Alle spalle della muraglia c’è un fattore psicologico, il suo ruolo fisico e simbolico di unificazione e sicurezza del paese con l’idea che da una parte, abitata dagli Han, ci fosse la civiltà e dall’altra la barbarie, la steppa, il nomadismo. I cinesi hanno sviluppato la rappresentazione plastica del “noi e loro”, attualmente così diffusa».

A proposito di Cina e Africa, sempre più vicine, la frontiera più delicata è forse quella che segna il trasferimento dalla campagna alla città.

«È la sfida principale. L’obiettivo per il gigante cinese è di continuare a creare e mantenere i posti di lavoro per le tantissime persone che si trasferiscono dalle campagne alle città e continueranno a farlo. Oggi in Africa è difficile immaginare tassi di crescita occupazionali che assecondino quelli demografici, dunque la pressione migratoria sarà ancora a lungo forte. Senza investimenti pesanti sulle infrastrutture, sui servizi urbani e sulla sanità la crescita esponenziale dell’urbanizzazione potrebbe tradursi in un crack».

Ritiene che alcuni effetti della globalizzazione economica abbiano prodotto tale rincorsa alla saldatura delle frontiere?

«All’alba del ventunesimo secolo molti studiosi professavano la certezza che la globalizzazione ci avrebbe inevitabilmente avvicinati. È stato così, ma ci ha anche spinto a costruire nuove barriere. Di fronte a minacce percepite come incombenti, dalla crisi finanziaria all’immigrazione, le persone si attaccano maggiormente ai rispettivi gruppi di riferimento e alla costruzione di un’identità. L’effetto più lesivo della globalizzazione concerne l’attuale mondo del lavoro, che stravolge la vita».

La nozione di frontiera culturale è molto discutibile. Lei ci crede?

«Le frontiere culturali raramente coincidono con quelle internazionali. È difficile tracciare linee di separazione tra aree culturali. La società di per sé non è omogenea e crea delle tensioni: siamo condannati a stare insieme e a gestirle. Ascoltarsi è il lavoro più sacro che esista».

Parlando di divisioni, che cosa sta provocando la Brexit?

«È stata la decisione più difficile che abbiamo preso dalla Seconda Guerra Mondiale e ci ha lasciati fortemente divisi, andando in modo trasversale oltre all’appartenenza partitica. Lo ritengo un forte azzardo che forse non valeva la pena correre. Ora però nella trattativa con Bruxelles non credo sia utile esagerare con un senso di rivalsa, che danneggia tutti e acuisce le distanze».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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