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Il muro e la distopia di John Lanchester

di Stefano Friani

Nel momento in cui la distopia è a tal punto mainstream da essersi tramutata nel nostro presente, John Lanchester arriva un po’ col fiato corto, avendo rimasticato le paturnie collettive di ieri – il Muro (stavolta non lo pagherà il Messico), il Cambiamento (climatico, s’intende), gli Altri (disambiguazione: i migranti) – in un page-turner che si fa leggere come un breve e troppo ambizioso romanzo di intrattenimento sullo stato dell’unione, ricordandoci i giorni incantati in cui la Brexit sembrava la grande preoccupazione delle due isole, la maggiore minaccia per le statue erano i piccioni, e i coronavirus erano malattie esotiche in qualche regione della Cina di cui leggevamo nelle pagine degli esteri.

Il muro (traduzione di Federica Aceto, Sellerio), come magari si sarà già intuito grazie a un titolo non particolarmente fantasioso ma di sicuro effetto descrittivo, è una fortificazione di cemento che corre lungo tutta la costa britannica e serve a tenere fuori gli Altri, i disperati rimasti a galla in un mondo travolto dalle acque. Joseph Kavanagh, il protagonista dall’onomastica ammiccante, è un Difensore, una delle sentinelle di leva che per due anni è obbligata a scrutare le onde al freddo e al gelo per proteggere il tratto di costa assegnato; dovesse fallire, dovesse un Altro riuscire a penetrare nell’entroterra durante il suo turno di guardia, la pena potrebbe essere quella di venire buttato a mare.

In quest’universo il Regno Unito (chissà per quanto ancora) in cui ha vinto il Leave è finalmente riuscito a isolarsi dal resto del globo, pur coltivando ancora un’idea di grandezza degli imperiali bei tempi andati nel proprio orticello che dà «vari tipi di cavolo, il sedano rapa, le rutabaghe, le barbabietole rosse, le bacche». Sono finiti i tempi in cui «schiacci un pulsante ed esce il roast beef, mole di fagiano, frittelle di ceci con salsa di yogurt, salsa aioli, curry di scampi, soufflé di mango, sangue d’anatra saltato in padella, consommé». I campi, nemmeno a dirlo, sono stati «bruciati dal sole, i raccolti sono andati a male, i corridoi montani si sono sgretolati, i pozzi seccati», e il fatto che siano i droni e i robot a occuparsi dell’agricoltura, nemmeno quella sembra una buona notizia. Nelle lunghe notti solitarie, i Difensori ritrovano il sapore di casa solo quando sgranocchiano delle barrette energetiche con lo sguardo perso nell’orizzonte.

La pensata scelta iconografica della copertina Sellerio è una riproduzione di On The Edge di Andrew Wyeth, un novecentesco viandante sopra un mare di nebbia, il cui originale verrà perfino evocato nel romanzo. Sì perché dal mare baluginante in lontananza ci si attende sbuchi fuori un Altro pronto a farci rimettere il posto. «Per uno che entra uno deve uscire: per ogni Altro che riusciva a superare il Muro un Difensore veniva abbandonato in mare»: è questa la molla che sospinge la narrazione e carica di tensione le pagine. La sostituzione etnica che molto spaventa i razzisti di ogni latitudine ha il suo bel posto anche nell’apocalisse immaginata da Lanchester e il proprio perimetro va conquistato e difeso se si ha intenzione di restare all’asciutto, o se addirittura si coltiva l’ambizione vagamente meritocratica di entrare un giorno nella favoleggiata Élite.

A grande richiesta poi non poteva mancare anche la guerra generazionale – altro tema preso di peso dal presente e calato come una scure dentro alla dinamica della narrazione. Allo stesso identico modo dei suoi coetanei costretti a passare sul muro 729 giorni e notti, Kavanagh non ha alcuna simpatia per i suoi vecchi che hanno vissuto nell’epoca ante-muro né saprebbe come parlargli. «C’era il mondo dei nostri genitori, e adesso c’è il nostro mondo» si sente dire il protagonista. Il suo è il disagio di tutta una generazione di Difensori che non riescono a entrare in contatto in alcun modo con i genitori, nati e vissuti in un pianeta che aveva addirittura le spiagge. A loro volta, anche i boomer del libro aspettano che il figlio abbia la buona creanza di tornarsene in servizio per gustarsi un documentario sul surf e cullarsi tre le onde della cara nostalgia canaglia.

Ma non è finita qui. Ci sono i microchip che tanto spaventavano i grillini prima maniera, e come in tutti i romanzi a tema di questi ultimi anni anche il concepimento è diventato affare di stato. Quando Kavanagh e la compagna Hifa decideranno di diventare Figliatori per loro si spalancheranno le porte di un meritato riposo dallo scrutinio costante del mare immobile e l’ingresso nella distopia vera: la vita di coppia.

L’idea antieconomica di fortificare diecimila e più chilometri di costa, già accarezzata ai tempi delle guerre napoleoniche e dell’operazione Leone marino, maschera appena i difetti di approfondimento del libro, che se lascia intravedere i contorni del piccolo mondo custodito dal muro e ciò che viene lasciato fuori (una specie di Waterworld senza Kevin Costner con le branchie) non ci usa la premura di disegnare le relazioni sociali che intercorrono tra gli abitanti dei due ecosistemi non comunicanti. Gli Altri che hanno avuto l’ardire di tentare con successo il superamento della barriera in questo giochi senza frontiere versione acquatica sono messi di fronte alla scelta: tornarsene da dove sono venuti oppure diventare Aiutanti. «Quasi tutti scelgono di diventare Aiutanti. L’incentivo è che se dovessero avere figli, questi verrebbero cresciuti come normali cittadini» perché perfino nelle anti-utopie c’è lo ius soli. Per alcuni, invece, si spalancherà addirittura la carriera da Difensore, come succede al Capitano, il più inflessibile e rigido degli ufficiali. Almeno così sembrerebbe.

Sorvolando pietosamente su momenti a dir poco bizzarri in cui l’autore si cimenta con la «poesia concreta» e scrive versi a forma di albero, o quando a metà del primo capitolo la prospettiva scivola dalla seconda alla prima persona con la grazia di un elefante in cristalleria, il quinto romanzo di Lanchester è forse la profezia che ci meritiamo, scritta da un autore che sembra aver finalmente trovato una strada dopo molto girovagare, essendosi specializzato in questa narrativa della crisi, alla quale si era avviato con il ponderoso Capitale: Pepys Road (traduzione di Norman Gobetti, Mondadori). Apparso sette anni fa sull’onda lunghissima della Grande recessione, se quello era un vasto affresco di un boom e di un crack finanziario, l’automazione, il luddismo e il futuro tutt’altro che roseo rimangono le ossessioni di Lanchester, che nel periodare del suo ultimo libro, però, fa più il verso a La strada di McCarthy.

I muri col loro bel corollario di filo spinato, si sa, non mancano mai nelle utopie negative, ce ne erano sia in Noi di Zamjatin sia in 1984 di Orwell, e senza andare a scomodare Berlino e la solita canzone del solito gruppo (Another Brick in the Wall dei Pink Floyd se davvero ve lo steste chiedendo), la nostra sembra essere più epoca di porte – rimanendo nel fertile immaginario di infissi e serramenta. In Numero undici, Jonathan Coe aveva indicato il vero precursore di questa tendenza in H.G. Wells col seminale racconto La porta nel muro. Gli epigoni moderni, tutt’altro che pallidi, sono sicuramente stati Exit West di Mohsin Hamid e Basma Abdel-Aziz con La fila.

Se è vero che le distopie si leggono per la loro capacità predittiva e non certo per la loro letterarietà, la maggior pecca di Il muro come quella di tanti altri parti di futurologi più fervidi è di non aver saputo immaginare che al posto di una grande muraglia a tumularci sarebbero bastate quattro mura, quelle di casa, e che a tenerci sotto chiave sarebbe stata la tanatofobia, il civismo e lo stato d’emergenza. Su una cosa almeno però Lanchester ci aveva visto giusto: «il nemico invisibile» (ah, avere un copeco per ogni volta che l’abbiamo sentita) sono sempre e immancabilmente gli Altri, quelli che vanno a correre, a aperitivare, a portare a spasso il cane, o magari solo a scavalcare un muro.

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