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Scoprire il Museo Temporaneo Giovanni Bosco

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(Fonte immagine)

Quella che segue è la storia di come possa nascere un piccolo museo cittadino dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi che si costituiscono in associazione per prendersi cura delle opere e della memoria di un artista outsider (un emarginato, quasi un clochard) in un piccolo centro urbano della costa siciliana tra Palermo e Trapani. Di come grazie alla loro iniziativa questo emarginato, da una condizione di totale isolamento in cui si trovava, sia stato riconosciuto come uno dei più importanti artisti brut europei degli ultimi anni. Di come le opere di questo artista siano state in questo modo salvate dalla dispersione, rese fruibili e tutelate.

Ma, vista la stagione estiva in cui ci troviamo, con gli ultimi scampoli di lavoro prima di una vacanza un po’ lunga, può anche diventare il suggerimento per una gita fuori porta a chi volesse includere percorsi inediti entro itinerari già noti. O un consiglio al turista che, capitando in Sicilia, dopo le visite ai siti archeologici e storico-artistici che ogni buona guida propone, dopo aver fatto il bagno in uno dei pochi tratti di mare non ancora devastati dell’isola, abbia voglia di scoprire qualcosa che nelle guide non trova posto, e forse non lo troverà mai, venendo così a conoscenza di una bella storia di riscatto individuale e insieme di un significativo esempio di cura e progettazione del territorio – come si usa dire – dal basso.

Il bagno lo potete fare a Scopello: alla riserva dello Zingaro o nelle molte magnifiche calette che si trovano lungo la costa nei pressi dell’antico borgo. Niente pranzo a sacco, suggerisco. Perché fa parte integrante del programma mangiare nei pressi del baglio seicentesco il pane cunzato, cioè condito (di olio, pomodoro, sale, pepe, molte acciughe, caciocavallo), presso un panificio provvisto di una serie di tavolini in mezzo agli ulivi. Pane caldo, appena sfornato, cotto nel forno a legna. Poi, al calar del sole, di ritorno dal mare, quando la temperatura comincia a essere più fresca, fermatevi a Castellammare del Golfo che è lì a due passi, se vi va prendete un gelato o una birra ghiacciata seduti al tavolino in uno dei bar del corso, date una sbirciata al panorama sul golfo e al porticciolo che si trova ai piedi del paese, e andate a visitare questo piccolissimo museo temporaneo intitolato a Giovanni Bosco.

Trattasi non certo del santo, il sacerdote salesiano a tutti noto, ma di un artista illetterato e semianalfabeta che ha passato la gran parte dell’esistenza tra carcere, manicomio e una misera abitazione in cui ha vissuto negli ultimi anni della sua vita.

Da alcuni scritti di Eva di Stefano, che con l’Osservatorio Outsider Art di Palermo ha sostenuto e indirizzato l’azione di questo gruppo di giovani di Castellammare, vengo a conoscere nei dettagli la sua storia.

Nato nel 1948 in un paese che ora è una località turistica ma allora era luogo di povertà e sopraffazione, Giovanni Bosco ha frequentato la scuola fino alla seconda elementare. Poi è andato a lavorare come pastore di pecore per aiutare la famiglia. Ha conosciuto così la dura legge delle campagne siciliane nel secondo dopoguerra, il controllo del territorio da parte della mafia. Aveva nove anni quando gli è morto il padre e, da figlio maggiore, ha dovuto reggere la famiglia inventandosi mille espedienti. A ventidue anni è stato fermato dalla polizia con alcune pecore rubate in macchina. Per discolparsi avrebbe detto che lui non c’entrava niente, aveva il cofano della macchina aperto e quelle pecore erano saltate dentro da sole. Incarcerato prima a Trapani poi a San Benedetto del Tronto, sospettato di essere vicino ad ambienti mafiosi, passerà la detenzione tra continui maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie.

All’uscita dal carcere vivrà per qualche anno lontano dalla Sicilia finché non verrà a sapere che i suoi due fratelli, anch’essi allo sbando, sono stati uccisi con un colpo di pistola alla bocca e uno allo stomaco per una questione di furti d’automobili. Seguono il ricovero in un ospedale psichiatrico e il rientro a Castellamare, dove abiterà in una casa misera e buia vivendo di elemosina. Dice di sé che, non avendo lavoro o professione e non sapendo fare niente di preciso, è dottore di tutto.

Agli inizi del 2000 viene avvicinato da un pittore locale, Giovanni Battista Di Liberti, mentre dipinge per terra, in strada. Riconoscendo un po’ di talento oltre che la condizione di sofferenza e il bisogno di esprimersi con la pittura, Di Liberti lo ospita nel suo studio e gli mette a disposizione materiali per lavorare e qualche rudimento di tecnica. Giovanni Bosco in seguito viene come adottato da un gruppo di studenti del paese, che girano un bel documentario su di lui (si può vedere qui) e iniziano a diffondere la conoscenza dei suoi lavori fondando l’Associazione Outsider Art Giovanni Bosco.

Le didascalie affisse sulle pareti del museo prima che essere guida tecnica per avvicinare l’opera di un artista sono il racconto di un incontro e di una amicizia: “La prima volta che vedemmo Giovanni dipingere lo faceva su se stesso. Dal suo corpo all’asfalto ci è voluto poco. Il traffico era in tilt, i clacson aumentavano d’intensità e solo i motorini sfuggivano al caos creandone altro. Ovviamente tutto questo non intaccava minimamente l’attenzione di Giovanni: al centro della strada, chinato a quattro piedi, con una penna senza punta a decorare una minchicedda. Poco dopo, per le vie del centro, sono apparse le prime tracce. Poco importa che le abbia pensate, le ha fatte. La gente guardava i disegni impressionata, disorientata, e non mancava chi vedeva la presenza della pazzia, chi temeva che Giovanni gli rovinasse il prospetto di casa e chi bestemmiava perché il prospetto era già stato rivisitato. In giro si parla di lui e della sua vita travagliata ed è tuttora facile trovare diverse versioni della sua storia. Siamo andati a trovarlo a casa sua nell’ottobre del 2007. Abbiamo scoperto un mondo parallelo”.

Nel 2009 Giovanni Bosco muore. Ma fa in tempo a capire che c’è qualcuno che considera delle “opere” quelli che lui chiama “disegniceddi” e che considera “arte” quel suo modo di “passarisi lu tempu”. Viene a sapere che è apprezzato anche all’estero, ambizione che non aveva mai sfiorato la sua mente ma che deve avere avuto una certa importanza per lui, abituato fino ad allora ad essere considerato nient’altro che un escluso. È ancora vivo, infatti, quando l’iniziativa dei ragazzi dell’Associazione fa conoscere le opere di Giovanni Bosco ai curatori della Collection de l’Art Brut di Losanna- l’importante istituzione nata negli anni ’70 grazie a Jean Dubuffet – che acquisiscono molte sue opere per l’esposizione permanente del museo. Da allora Bosco viene riconosciuto come uno dei maggiori esponenti dell’art brut contemporanea.

Le sue opere, anche dopo la sua morte e grazie all’associazione che ne porta il nome, vengono fatte conoscere attraverso mostre di rilievo internazionale, la maggiore delle quali, dal titolo Banditi dell’arte (qui le informazioni; e qui una riflessione apparsa su alfabeta2), si è svolta presso il Museo della Halle Saint-Pierre di Parigi tra dicembre del 2012 e gennaio del 2013. Attualmente Giovanni Bosco è uno dei sette artisti provenienti dai cinque diversi continenti inseriti in una nuova esposizione temporanea della Collection de l’Art Brut di Losanna, dal titolo L’Art Brut dans le monde, inaugurata il 6 giugno di quest’anno e visitabile fino al 2 novembre (qui).

Così, mentre a Losanna si inaugurava questa nuova esposizione, i ragazzi dell’associazione di Castellammare mettevano in piedi il piccolo museo a lui intitolato, facendo da soli tutti i lavori e riadattando con pochi mezzi una vecchia casa abbandonata che si trova al numero 3 di Via Giuseppe Garibaldi, il corso principale del paese. È un museo in parte al chiuso e in parte a cielo aperto. Oltre a visitare il piccolo ambiente che ospita le sue opere su carta o su cartoni per pizza o su altri materiali di uso comune, oltre a visionare diversi documenti che lo riguardano, infatti, al museo si può prendere una mappa della città e mettersi a seguire il percorso che conduce alle numerose pitture su muro sparse per le vie della cittadina. Sono dei veri e propri esempi di street art. Come un writer metropolitano, infatti, Giovanni Bosco dipingeva sui muri figure accanto a scritte con pensieri, versi di canzoni, messaggi, date, numeri. E, sotto o accanto, la sua firma.

Sono opere sorprendenti per composizione, capaci di far diventare forza espressiva limiti personali quali l’incertezza del tratto grafico o le zeppe ortografiche proprie di chi riesce a scrivere a mala pena. La parola scritta, le singole lettere anzi, in quanto mal gestite e male apprese, sono importanti in sé, una per una, come elementi pittorici dotati di un loro proprio mistero, di quel potere magico che solo durante l’infanzia la faticosa compitazione delle lettere ancora possiede.

C’è, ogni volta, un aspetto esemplare e paradigmatico nelle vicende riguardanti gli artisti brut o outsider. Uno scarto immaginativo che le loro storie sono capaci di imporre a un’intera collettività, che molto li ha ignorati e rifiutati prima di decidersi ad accoglierli lasciandosi contaminare e trasformare. La comunità di riferimento è costretta a operare, anche controvoglia, quello stesso scarto fantastico che gli artisti outsider sono stati capaci di produrre nelle proprie vite marginali, quando la sofferenza individuale è diventata – spesso di punto in bianco – ostinata e maniacale urgenza espressiva. Anche in questa storia c’è come il riscatto di un mondo agro-pastorale e totalmente dialettale che, inabissatosi, è capace di ripresentarsi nel presente risignificando luoghi e contesti. Ma la storia di Giovanni Bosco è anche qualcosa di più: un affrancamento doloroso da un retroterra mafioso e da un contesto socio-economico segnato dalla sopraffazione violenta, operato scivolando nei territori molto scomodi del disagio esistenziale, nel (relativo) isolamento del matto o del presunto tale, fino a scoprire le forme del tutto personali di un’espressione necessaria. Fino a definire confini e caratteri della propria irriducibile singolarità a cui in qualche modo bisogna dare parola: attraverso una scritta o un segno.

Giovanni Bosco incomincia così a portare in scena nel chiuso di casa propria o sui muri del paese una popolazione immaginata, di cui lui è capopopolo e “puparo”. Dà un nome alle sue figure e le classifica, introducendole nel reale dall’ombra da cui provengono: persone “buone” morte da tempo, che ritrae come grandi cuori dotati di occhi, gambe e braccia; figure tondeggianti con occhi appena riconoscibili, che chiama appunto pupi; “uomini-vipera”, i viparicchi, e “uomini moderni”, le visinicchie moderne (serpentelli moderni). Ma c’è perfino il gusto, ironico e divertito, del gesto irridente, della provocazione nemmeno troppo bonaria. Come quando, così mostra il documentario che ce lo fa conoscere, Bosco aggiusta e decora i manifesti elettorali rifacendo il volto a molti politici che avevano riempito la città di proprie immagini, commentando: “siccome ‘sti politici sù carta, nun sù bboni, allora ci fici un pupu accussì parunu cchiù megghiu” (siccome questi politici sono di carta, non sono buoni, allora ci ho disegnato un pupazzo, così sembrano migliori).

Gli ideatori del museo – che ne sono anche i curatori, i fabbri e i manovali – presentano in questo modo la loro iniziativa, facendo appello agli ancora molto disattenti abitanti della propria città: “Il Museo Temporaneo Giovanni Bosco nasce per rimediare a un’assenza e sollecitare l’attenzione di tutti verso un artista spontaneo e originale, che nonostante condizioni di marginalità e disagio ha saputo esprimere un’umanità universale attraverso simboli semplici e intensi. Il Museo è un invito ad aprire gli occhi e il cuore per riconoscere senza pregiudizi l’arte nascosta degli ultimi, è un modello esemplificativo di ciò che si potrebbe fare per valorizzare una risorsa ancora misconosciuta come la Street Art con cui Bosco ha decorato muri e strade del nostro paese. Il Museo è il risultato di una azione collettiva e dimostrativa di recupero di uno spazio in disuso per trasformarlo in una casa dell’anima, abitata dalle figure e dai personaggi creati da Bosco per la gioia degli occhi e per cacciare via la paura. Lo abbiamo realizzato solo con le nostre mani con amore e per amore. Per mettere a disposizione di tutti una parte delle opere che la nostra Associazione si è impegnata a salvare e a valorizzare. Crediamo nel potenziale attrattivo di queste opere e vogliamo verificarlo sul campo. Non solo una mostra ma un avamposto per un progetto più ampio e partecipato. Dura solo un’estate ma sogna di diventare permanente con la collaborazione di tutti”.

Mario Valentini è nato a Messina nel 1971, vive a Palermo. Molti suoi racconti e articoli sono stati pubblicati in rivista (Il semplice, Fernandel, Il caffé illustrato, Mesogea, Margini), in diverse antologie, in riviste on-line. Ha fatto parte del gruppo che realizzava Il Semplice, messo insieme e guidato da Cavazzoni e Celati. Ha portato in scena lo spettacolo di letture ad alta voce Animali Parlanti con Ermanno Cavazzoni, Ugo Cornia, Alfredo Gianolio, Ivan Levrini, Paolo Morelli, Paolo Nori e altri. Tiene laboratori di scrittura narrativa. Insegna nella scuola statale. Ha collaborato con l’edizione palermitana de La Repubblica. Ha pubblicato i libri Voglia di lavorare poca (Portofranco, 2001) e In certi quartieri (Mesogea, 2008). Fa parte del comitato di redazione della casa editrice Mesogea, per cui ha progettato (e segue in particolare) la collana Petrolio, e di cui è editor.
Commenti
Un commento a “Scoprire il Museo Temporaneo Giovanni Bosco”
  1. angelo scrive:

    Ottima idea,complimenti a tutti i ragazzi che hanno lavorato con serietà ed impegno alla realizzazione di questo meraviglioso documentario, e quant’altro riuscendo a far rivivere un personaggio sconosciuto da tutti e m,ai considerato dalla società passata e presente.

    BRAVISSIMI TUTTI

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