Bok2

Musica, poesia e DNA – il caso Christian Bok

Il primo suono del Ventunesimo secolo è stata la voce del Dna. Nel 2001, una manciata di mesi dopo che Craig Venter annunciò di essere riuscito a terminare la lettura del genoma umano, usciva Kid A, album dei Radiohead, potente manifesto di musica pop e insieme coltissima, la cui traccia eponima ospitava una specie di lamento umano, poco meno che umano, infantile, ma di una elementare infanzia della materia, una distorsione timbrica che poteva sembrare il canto di un feto in rapida formazione – o l’ondulante impronta vocale di un filamento di acido desossiribonucleico. Negli stessi anni, forse leggendo le notizie sulle fondamentali scoperte del genetista, forse ascoltando la voce inquietante del primo bimbo nella canzone del gruppo britannico, il canadese Christian Bok ha concepito un’idea abbastanza sconvolgente.

“Il mio prossimo libro si chiamerà Xenotext. Conterrà una poesia che trasformerò in una sequenza di nucleotidi genetici attraverso un procedimento crittografico. In seguito, con l’aiuto degli scienziati, cercherò di costruire questa sequenza genica in laboratorio, in modo tale da poter sintetizzare un gene e impiantarlo in un batterio, rimpiazzando così una porzione del suo genoma con i versi della mia poesia. Ho selezionato un batterio particolare, chiamato Deinoccocus radiodurans, scoperto in America negli anni cinquanta durante alcuni esperimenti sulla radioattività. Pare sia l’organismo più difficile da abbattere sul pianeta. E’ un microbo che resiste al caldo, al freddo, al vuoto, a dosi di raggi gamma mille volte superiori a quelle che ucciderebbero un essere umano. Inoltre riesce a riparare il proprio DNA assai velocemente, e ciò lo rende piuttosto resistente ai salti evolutivi. Ho pensato che se riuscissi a inserire i miei versi nella matrice di un organismo del genere, potrei dire a tutti gli effetti di aver creato un artefatto letterario capace di sopravvivere all’estinzione del genere umano. Non nascondo che la mia speranza è di scrivere un libro, un giorno, in grado di rimanere intatto sul Pianeta Terra anche mentre il sole esplode”.

A parlare, in un’intervista pubblicata nel 2008 sulla rivista letteraria The Believer, non è il piccolo Einstein di un b-movie di fantascienza – ma un poeta, titolare di una cattedra all’università di Calgary e vincitore di un importante premio letterario, ottenuto per merito di una collezione di poesia dal titolo paradigmatico, Eunoia, il più breve vocabolo inglese di senso compiuto a contenere tutte le vocali. Bok è un poeta oulipienne, anche se non ha mai frequentato l’Ou.li.po., l’officina di letteratura potenziale resa famosa dai contributi di Raymond Queneau, Georges Perec, Italo Calvino ed Harry Matthews: erede di una tradizione moderna che nei vincoli grammaticali, sintattici e strutturali non vedono gabbie, ma templi infinitamente forzabili. E come insegna la retorica cristiana classica, in qualsiasi metafora legata all’idea di tempio niente è più esemplare del corpo umano.

Come funziona, dunque, Xenotext? Come si insegna l’arte della versificazione all’acido desossiribonucleico? Come s’inscrive l’immateriale qualità del codice linguistico umano nella poltiglia materiale che definisce l’alfa e l’omega dell’essere umano? Nel DNA ci sono quattro tipi di nucleotidi, composti alternativamente da adenina, citosina, guanina e timina, comunemente rappresentate con le quattro lettere A, C, G e T. Per ciascuna lettera dell’alfabeto Bok ha immaginato una ‘tripletta’ di nucleotidi, così che alla lettera ‘E’ corrisponda la combinazione A-C-G, alla ‘F’ la combinazione G-T-C, e così via. Ecco che l’intero alfabeto umano è incorporato in sequenze esistenti di materiale genetico. L’idea di Bok è che impiantando nel batterio una serie di versi sotto forma di una data sequenza genica, capace di causare in ‘risposta’ la codifica di una proteina, quest’ultima costituirebbe una poesia a sua volta: gli aminoacidi, di cui è fatta la proteina, produrrebbero un senso compiuto attraverso le ‘triplette’ di nucleotidi ai quali il poeta ha arbitrariamente conferito un senso compiuto. Si tratta dunque di due poesie che si generano vicendevolmente, vincolate da rigorosi legami chimici e verbali, dentro un organismo vivente. Sarebbe troppo lungo spiegare le modalità di computazione linguistica che Bok ha progettato di utilizzare per far sì che ad ogni ping corrisponda un pong dotato di senso lirico compiuto. La strada è accidentata e lunga, e non è detto che l’intento produca risultati memorabili – così memorabili da estendersi oltre ogni nostra ipotesi di futuro, per milioni e milioni di anni. Bok è un artista concettuale. Quel che conta è l’idea: o meglio, l’azzardo peculiare cui ha sottoposto un filone già esistente di tentativi (la cosiddetta arte transgenica, come quella praticata da Eduardo Kac, che aveva impiantato un estratto dal Libro della Genesi nel codice genetico di un batterio di E. coli). La sua visione – questo complicata coreografia del possibile – produce diverse rilevanti domande.

E’ giusto intervenire in questo modo su un organismo vivente? Come schivare l’accusa di ‘teratologia’ lanciata a tal proposito da Paul Virilio? E’ filosoficamente sensato far coincidere un linguaggio convenzionale con una serie di ‘fatti’ – il replicarsi del DNA – che in non costituiscono alcun linguaggio, se non agli occhi dell’uomo che lo studia? Ed è poi così costruttivo rimpiazzare la vecchia idea romantica di resistere al tempo, di puntare alle vette dell’eternità, con una specie di adattamento ultrascientista della stessa ossessione? E’ buona letteratura, o buona arte, quella che combatte con tali e tante costrizioni logiche da non permettere una reale complessità di rappresentazione? E se l’arte e la poesia sono un dialogo ininterrotto e plurale sulle forme assunte dal fenomeno umano, cosa restituirà, di tale fenomeno, un raffinatissimo gioco di parole impiantato nella crosta intima di un oggetto animato ma incosciente?

Quello di Bok è un esempio di ricerca estrema, così affascinante da lasciar senza fiato, il cui sottotesto esorta con ogni chiarezza scrittori e poeti ad alzare il livello delle ambizioni, a perseguire una vocazione altissima, a porre domande così radicali da sembrare quasi risibili. Christian Bok, se non fosse vero, potrebbe venir fuori dalle pagine dei libri di Richard Powers, tra i pochi romanzieri contemporanei a lasciar minare la propria immaginazione umanistica dalle questioni scientifiche fondamentali del presente e del futuro prossimo, senza perdere un millimetro di letterarietà e senza smettere di credere nella religione del personaggio. L’ipotesi di far replicare nel DNA del batterio indistruttibile versi poetici è il tentativo di riaffermare il diritto della letteratura di spingersi oltre i pilastri del pubblicabile e del pensabile.

Non importa come finirà la vicenda di Xenotext (per ora il manifesto d’intenti è stato promosso da Ubuweb, si può leggere digitando l’indirizzo  HYPERLINK). Il prossimo Leopardi, a qualunque latitudine lo immaginiate, troverà un posto nel suo Zibaldone elettronico, da leggersi sfregando le dita sulla superficie di neuroni incastonati in un microscopico gioiello, per la curiosa parabola di Christian Bok – l’uomo che all’alba del Ventunesimo secolo ha provato a far cantare le nostre molecole.

ricuperatig@gmail.com

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Commenti
4 Commenti a “Musica, poesia e DNA – il caso Christian Bok”
  1. Caterina scrive:

    Interessante…

  2. jacopo scrive:

    il link non funziona?

  3. minima&moralia scrive:

    Ora funziona. Scusaci.

  4. Vulfran scrive:

    A mio avviso il problema è che il poeta ha avvertito il bisogno di usare l’alfabeto inglese, come se questo contenesse tutti gli elementi che possono generare una lingua. È un po’ come chi sonifica sequenze di dna o raggi cosmici attribuendo a ogni nucleotide o fascio d’onde una nota del sistema musicale occidentale, magari con timbri altrettanto occidentali (piano, violoncello etc.). Mi sembra che alla fine uno rischi di ritrovarsi tra New Age e il Futurismo (intonarumori).

Aggiungi un commento