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Narrare l’assenza per Judith Hermann

Alice mettendo in ordine i vestiti del suo compagno, morto da poco “trovò una cosa a cui non era preparata – aveva cercato di essere preparata a tutto – qualcosa di piccolo, un po’ come se Raymond l’avesse lasciato lì per lei: una bustina di carta stropicciata, di un fornaio, con dentro i resti di un pasticcino alle mandorle a forma di cavallo”. Con una citazione quasi smaccata, Judith Hermann scrive una bellissima pagina su questa madeleine a metà, un pezzo per i vivi e un pezzo chi non c’è più. Per farci soffermare sulle uniche cose preziose di cui possiamo parlare: la gioventù con i suoi amori e la vita dopo la morte. Cos’altro? La prima, il tempo perduto con cui facciamo i conti ogni giorno che segue, rimpiangendola, o provando a riparare ai danni che facemmo o subimmo allora. La seconda è ciò che tutto ciò che possiamo sperare di conservare delle persone che abbiamo conosciuto e amato, di chi pensavamo di proteggere, di noi stessi.

Nostalgia e attesa sono i due sentimenti esili che costituiscono l’ossatura di questo piccolo romanzo travestito da racconti che è Alice di Judith Hermann. Autrice poco conosciuta in Italia, nonostante il suo primo libro a ventinove anni, Casa estiva, più tardi sia stato un caso internazionale e il suo secondo Nient’altro che fantasmi abbia mantenuto le promesse di una scrittura matura già al suo esordio. Essenziale, questa è la parola più semplice per definirla. Essenziale per le frasi tutte all’indicativo, i dialoghi composti di sostantivi, un’attenzione fotografica al mondo della natura (le descrizioni occupano la metà di questi racconti)… Ma essenziale perché tutto quello che ha pubblicato finora sono nemmeno una ventina di racconti, 400 pagine in quindici anni; di recente Franco Cordelli l’ha giustamente inserita in un piccolo canone che per lui va da Julia Franck a Elfriede Jelinek, ma i nomi che le vanno affiancati sono anche quelli della narrativa americana degli anni ’80 sui quali Hermann si è dichiaratamente formata, Carver, Cheever, Ford…

Del resto, per capire in che mondo letterario siamo, leggiamo anche solo l’incipit del primo racconto diAlice.

“Ma Micha non era morto. Non nella notte tra il lunedì e il martedì, e neppure in quella tra il martedì e il mercoledì, probabilmente sarebbe morto mercoledì sera o nella notte tra il mercoledì e il giovedì. Alice ricordava di aver sentito dire che la maggior parte delle persone muore di notte. I medici non dicevano più nulla, alzavano le spalle e allargavano le braccia, le mani aperte, disinfettate. «Non c’è niente da fare. Ci dispiace»”. Alice, Maja e la figlia di Maja dovevano dunque trovarsi un nuovo alloggio. Un’altra casa per le vacanze, perché Micha non riusciva a morire, e la casa attuale era troppo piccola.”

Micha è stato un amante di Alice, a cui ora il destino chiede di condividere con la nuova compagna Maja e la figlia di lei il capezzale. La morte ci obbliga a stazionare. Le storie che a noi viene chiesto di condividere sono quelle di cinque uomini fondamentali della vita di Alice raccontati a partire dalla loro morte. Oltre Micha, c’è Malte il fratello morto suicida quarant’anni fa ritrovato attraverso le parole del vecchio partner di lui, gli amici Conrad e Richard, Raymond il compagno di tutta la vita… Non sappiamo molto della vita né di lei né degli altri, ma allo stesso tempo sappiamo moltissimo, il massimo che ci è concesso di sapere quando siamo vicini al mistero della morte. Così, quasi senza che ce ne accorgiamo, i racconti che compongono Alice, si mostrano come capitoli di un romanzo di formazione: fermi immagine, stazioni. L’epifania sottintesa che finisce per esserci rivelata davanti alla morte è che la nostra identità è composta della stessa materia delle persone che abbiamo amato. Le smorfie che accompagnano una malattia terminale, i ricordi che ci vengono affidati in eredità, le volte che abbiamo pensato che chi ci ha lasciato in realtà non ci ha veramente lasciato, le meravigliose pagine che Hermann scrive sugli istanti che accadono dopo che un’agonia è finita, il destino di qualcuno si è compiuto, e si resta in una stanza con lo stupore assurdo di essere rimasti noi dalla parte dei vivi, a non saperci che fare di quelle parole che più le pronunciamo più diventano incomprensibili: “Micha è morto”, “Conrad è morto”, “Raymond è morto”…

C’è un’altra scena in cui Alice si prova a confrontare con questo enigma, il legame tra qui e dopo che si spezza. “Aveva fatto una domanda a Raymond: “Preferiresti morire prima o dopo di me?”. “Dopo di te, credo”, aveva risposto Raymond. Ci aveva messo un po’ a rispondere, come trovasse assurda la domanda in sé. Perché? Non ne era del tutto sicuro. “E tu?”. Lei aveva scosso la testa e lo aveva bloccato premendogli una mano sulla bocca. Non era stata capace di rispondere”.

Se si pensa alla proliferazione anche in classifica di storie che cannibalizzano la nostra capacità di commuoverci di fronte alla scomparsa di chi c’è caro, che ci ricattano con il dolorismo, Alice sembra veramente fermarsi molto più indietro. Questo è un straordinario libro sul mistero. Se restiamo abbacinati davanti alla morte, ci domanda, perché non dovremmo esserlo davanti alla vita?

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
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