Narrare l’Italia di Berlusconi (parte II):
una risposta agli “zii”

Questo articolo è uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore

di Matteo Di Gesù

L’Italia berlusconiana, i giovani scrittori, narrare il presente, l’impegno civile… Devo averne già sentito parlare da qualche parte, mi dicevo. Per scoprire dove è mi è bastato stare al gioco su cui si regge Dove eravate tutti di Paolo Di Paolo (perlustrare l’archivio delle notizie di cronaca, recuperare vecchi ritagli di giornale, annate di vecchie riviste) e andare a rileggere di cosa si discuteva sulle pagine culturali tra il 1994 e il 1995, ovvero nei mesi in cui cominciava, per la nazione, la lunga stagione politica e civile che dall’uomo di Arcore ha preso il nome. Come non era difficile prevedere, già allora si dibatteva dell’urgenza di raccontare il Paese guasto, del ritorno all’impegno da parte di una nuova leva di scrittori (Veronesi, Abbate, Onofri, Van Straten, Nata, Lodoli…), di una questione generazional/cultural/politica che intrecciava attualità e tradizione letteraria, lingua e letterarietà, fiction e non-fiction.

Il giochetto del collage e del corto circuito tra “quando tutto ebbe inizio” e “ora che tutto sta per finire” (magari!) è in effetti assai intrigante, tanto da poter indurre chi lo incomincia a non volerlo smettere più e dal distoglierlo dalla discussione sui romanzi di Berlusconia (così, in un titolo di quell’epoca, che per di più si stagliava sulla foto dei manifesti della campagna elettorale di Forza Italia del 1994) datata autunno 2011, trattenendolo più del necessario sulla discussione sui romanzi di Berlusconia datata autunno-inverno 1994/95. Peggio: sempre assecondando le suggestioni di Di Paolo, spigolando tra quei libri e rileggendosi quelle polemiche si potrebbe venire sopraffatti da una subdola malinconia intellettuale («però, a ripensarci non era niente male Linea d’ombra»), vinti alla durata da una depressione sottile («sono passati quasi diciassette anni e stiamo ancora a ragionare di questo») ovvero presi da un’euforia esiziale che potrebbe suggerire di scrivere un libro sui libri su Berlusconi o, peggio, addirittura indurre i più influenzabili a scrivere il romanzo dei romanzi su (a proposito di, intorno a, metaforicamente parlando di) Berlusconi e la sua immediata preistoria: per dire: Viola, l’adolescente di Venite venite B-52 di Veronesi, che dirà mai, ormai trentenne negli anni Dieci e quasi post-berlusconiana pure lei? Tuttavia, se accompagnata da una rigorosa profilassi, avrebbe pure una qualche utilità, questa prospettiva bifocale: per esempio consentirebbe di scongiurare facilmente il rischio di ricadere in certe abitudini inveterate e di riproporre modalità di discorso poco efficaci.

Una di esse, forse la più insidiosa e nondimeno pressoché inevitabile, se ci si assume il compito di discettare del “grande romanzo” dell’era berlusconiana, è quella di cucinare l’articolo-pastone. Funziona così: si seleziona un tot di libri di diversa qualità e lo si butta in pentola, aggiungendo un pugno di classificazioni critiche in auge; quindi si lascia cuocere a fuoco lento mescolando a lungo e in profondità; infine si serve – ovviamente – caldo. L’articolo-pastone sarebbe immangiabile se non fosse insaporito dalla tesi di fondo dell’autore dell’articolo stesso, che funge anche da presentazione del piatto e gli dà consistenza.

E siccome spesso la bega di scrivere l’articolo-pastone se la accolla chi ha in uggia la narrativa italiana contemporanea, va quasi sempre a finire che, ragazzi miei, per scrivere il grande romanzo dell’era berlusconiana ci vuole ben altro. Con tutto il rispetto e la stima, temo che in quest’alea sia incorso l’ottimo Vittorio Giacopini nel suo articolo del 2 ottobre scorso. Per esempio chiedendo conto, pure lui, a un’indifferenziata genia di scrittori, di questa benedetta storia del trauma/senza-trauma (se Scurati ci avesse messo il copyright a quest’ora ci avrebbe fatto perfino più soldi di quelli ricavati dalle vendite del Bambino che sognava la fine del mondo): questione che, se declinata in poche righe, diventa in effetti di una banalità avvilente, sebbene Daniele Giglioli abbia dimostrato che forse vale la pena ragionarci ancora un po’ su. Ovvero liquidando sbrigativamente un elemento che (questo sì) accomuna una generazione, anzi quasi imputandoglielo: quello dell’immaginario postmoderno, televisivo mercificato e pop. Va bene l’insofferenza per un argomento ormai abbondantemente discusso: ma davvero questo aspetto della cultura di massa segna un discrimine epocale tra chi c’era prima e chi è venuto dopo.

Anzi, a dirla tutta, ho l’impressione che proprio alcuni autori e alcuni saggisti nati negli anni Settanta (quelli del “postmodernismo genetico”, come ebbe a definirli anni fa Bruno Pischedda) abbiano compreso meglio il fenomeno Berlusconi proprio per il loro assoggettamento originario e ineludibile, per così dire, a quell’immaginario sul quale ha fatto leva B. (specie se penso alle micidiali cantonate prese in questi anni da frotte di acuti analisti italiani un po’ più attempati). Ecco: adoperare una categoria come “piccolo borghese” (che inesorabile Giacopini infligge indifferentemente all'”io” di questi autori), oltre a essere una spia delle modalità discorsive di cui sopra, dubito che possa essere efficace per definire il self di un intellettuale quarantenne italiano. E temo che questa categoria abbia cominciato a smettere di essere efficace proprio per quelli cresciuti durante e dopo quella frattura.

Perfino in un romanzo che patisce qualche semplificazione di troppo come Dove eravate tutti c’è un passaggio illuminante in questo senso, nel capitolo che si intitola Il 1993: «Da allora, ogni cosa appare più chiara. Da allora ricordo tutto». D’altro canto non si può non essere d’accordo con Giacopini sul fatto che per non rimanere pietrificati davanti allo sguardo di Medusa agli scrittori occorre recuperare lo scudo di Perseo, frapporre un cuneo, creare uno scarto «tra il proprio lavoro e la comunicazione, il suo linguaggio, tra il proprio lavoro e i media, la “cronaca”», per farsi dialetticamente «non contemporanei» (però, ragazzi, non possiamo chiamare ogni volta Giorgio Agamben a toglierci le castagne dal fuoco!), quand’anche mi pare che si possa concedere alla letteratura anche una funzione che le è propria: una sorta di espiazione dell’idiozia collettiva.

Ma, pur trascurando di assecondare l’impressione che, appunto diciassette anni fa, a proposito dell’esigenza di raccontare (e denunciare) il presente, maestri di Giacopini e di tutti noi come Goffredo Fofi dicessero quasi l’opposto, proprio facendo funzionare questo paradigma si possono reperire romanzi eccellenti che in questi anni hanno raccontato il presente (per cambiarlo? Sì, per cambiarlo). Si trattava magari di non buttarli alla rinfusa nel pentolone del pastone. Io, per esempio, avrei salvato dallo spezzatino quantomeno Riportando tutto a casa di Lagioia e Spaesamento di Vasta. E non solo quelli (ascrivendomi improvvidamente alla categoria degli ingenui ottimisti che ritengono che il panorama letterario italiano odierno sia piuttosto vivace). Ma pazienza: agli scrittori quarantenni, oltre a non riuscire a fare fino in fondo i conti con i padri, come ha rimarcato Filippo La Porta, tocca pure subire i bonari cazziatoni degli zii critici. Oggi come nel 1994. Che si debbano uccidere pure quelli?

Commenti
2 Commenti a “Narrare l’Italia di Berlusconi (parte II):
una risposta agli “zii””
  1. maria (v) scrive:

    uccideteli, uccideteli, hanno proprio rotto.

  2. maria (v) scrive:

    firmato il fan club di Lagioia e Vasta…

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