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Narrativa della sparizione

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Buster Keaton in una scena di Film di Alan Schneider.)

Raccontare una storia vuol dire popolare spazio e tempo di personaggi. Eppure ci sono narrazioni che rivelano l’impulso opposto: quello allo svuotamento, al bisogno di cancellare le figure dalla scena. E non necessariamente, come invece accade nella narrativa di genere, per innescare una detection.

Quando, per esempio, all’inizio di L’avventura di Antonioni Anna sparisce, l’indagine che segue è blanda e pretestuosa; il vuoto generato dalla scomparsa non deve essere tanto colmato da una soluzione quanto, semmai, riconosciuto e abitato.

In Wakefield Hawthorne racconta la storia di un uomo che un giorno esce di casa e, senza che affiori mai un movente comprensibile, preso alloggio qualche strada più in là, sta via per oltre vent’anni. Per Wakefield – un Ulisse a breve gittata – sparire vuol dire scoprire che cos’è la nostra vita senza di noi.

A dileguarsi non deve essere necessariamente un personaggio; può svanire nel nulla persino una vocale, quella “e” che nel 1969 Perec fa evaporare dal suo romanzo La scomparsa. Sempre del 1969 è un altro romanzo francese, Icaro involato, in cui Queneau immagina che a far perdere le proprie tracce sia, intenzionalmente e in contrasto con le esigenze dell’autore, proprio l’Icaro del titolo, insoddisfatto della storia che lo vede protagonista (e dunque sparire è insieme fuga e ricerca di una narrazione migliore di quella in cui siamo rinchiusi). Del resto l’emblema italiano dell’escapologia identitaria, vale a dire il pirandelliano “fu” Mattia Pascal, sfrutta consapevolmente un’occasione fortuita per realizzare il suo desiderio di smettere di essere percepito come Mattia Pascal trasformandosi invece in Adriano Meis.

Il nodo infatti è quello: essere percepiti. In Film – regia di Alan Schneider su sceneggiatura di Samuel Beckett – il personaggio interpretato da Buster Keaton, perseguitato dall’esse est percipi descritto da Berkeley, fa di tutto per sottrarsi agli sguardi degli altri, nonché al proprio.

Con l’esaurimento dell’umano – lo stesso fenomeno descritto ancora da Antonioni nel 1962 alla fine di L’eclisse, quando venuto meno il senso di un legame resta solo un elenco di spazi vuoti – si confrontano tre libri italiani di questi ultimi mesi.

Senza pretendere di identificare un filone, proviamo però a rintracciare in essi alcune costanti e a domandarci se, come e perché è oggi individuabile, in alcune narrazioni nazionali, l’impulso al cupio dissolvi. E se tutto ciò è anche il riflesso letterario di qualcosa che appartiene in primo luogo allo Stimmung, vale a dire all’atmosfera morale di un’epoca.

Lo scorso autunno è apparso Nessuno è indispensabile di Peppe Fiore (Einaudi). All’ombra di una gigantesca mucca aziendale – mamma, mammella, nutrice, avvelenatrice – cresce e si disgrega una generazione di travet consegnati al destino di una vita bovina. Tra questi Michele Gervasini, minuto e velleitario, la testa piena di «cenere mentale». A turbare l’esile linea retta del suo quotidiano caseario – che Fiore, abilissimo, cartoonizza rivelandone le più infinitesimali nevrotiche miserie – è una progressione di suicidi. Poco a poco, epidemicamente, gli impiegati si tolgono la vita. Immerso negli stomaci dove l’ipermucca rumina i propri dipendenti, Gervasini comprende come una parte sostanziale del lavoro italiano renda indistinguibili la gestione e la digestione (dunque la naturale distruzione) del personale.

L’ultimo party. Bestiario del lavoro culturale di Giovanni Robertini (Isbn, illustrazioni di Ana Kraš) descrive l’estinzione di chi sparisce senza essere (quasi) mai esistito. Uno dopo l’altro – l’occasione è la festa di chiusura di una casa editrice – vengono convocate le maschere di chi si aggira oggi nella scena culturale. Corpi umani sormontati da teste animali, i connotati originari e al contempo ultimi di una serie di figure – dal ricercatore universitario all’attore, dal dj allo stagista – che affollano il mondo piccolo del cosiddetto “lavoro culturale”. A risaltare, in questo caravanserraglio, è lo scrittore panda, al contempo teorico dell’estinzione e suo principale artefice. Insofferente all’abitudine di nutrirsi di bambù, sempre più abulico e involuto, il panda ha chiaro che in un’epoca terminale – un tempo di esitazioni, di eterne indecisioni – il comportamento più logico è scegliere la propria fine. O decidersi a mangiare carne.

Sparire di Fabio Viola (Marsilio) è un romanzo che fin dal titolo radicalizza i termini della questione. Le sparizioni che fanno da fondale alla storia – scomparsa Elisa, la sua (ex) ragazza trasferita per lavoro a Osaka, Ennio lascia Roma per ritrovarla – sono quelle degli insegnanti di italiano della scuola dove Elisa è andata a lavorare. Sparizioni che nel contesto nipponico sono fisiologiche; talmente che in giapponese esiste un termine, jōhatsu, con cui si descrive chi, autonomamente o tramite apposite agenzie, sceglie di far perdere le proprie tracce. Il tempo che Ennio trascorre a Osaka – ottenendo il posto di Elisa, trasformando ogni azione in procrastinazione – è una bolla. Un involucro trasparente, lieve, globulare. All’interno di questa bolla, davanti allo stillicidio di sparizioni, Ennio, portando con sé solo l’iPad e un po’ di cibo, si rinchiude in un armadio. Una soluzione narrativa splendidamente tragicomica che determina lo slittamento dallo sparire allo sparirsi.

Nei libri di Fiore, Robertini e Viola intelligenza e amarezza sono inscindibili, l’eleganza del dettato è inseparabile dalla coscienza del disastro. Soprattutto, come in Dieci piccoli indiani (il titolo originale del romanzo di Agatha Christie, E poi non rimase nessuno, rimanda esplicitamente allo svuotamento), corpi e biografie sono frammenti di un conto alla rovescia.

Dissolversi – fare della propria vita una lacuna – misura il tempo che resta. Misura in che modo, in determinati climi storici, rendersi conto di stare all’interno di un processo di estinzione – nell’avventura dell’eclisse, potremmo dire – sembri essere l’unico modo di esistere.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
5 Commenti a “Narrativa della sparizione”
  1. S. scrive:

    Ci pensavo anche io leggendo i vari titoli (che colpiscono molto, soprattutto quello di Viola) e le storie più recenti, penso anche a Deborah Willis con Svanire.
    Riflessione davvero emblematica, io credo davvero rifletta l’atmosfera morale di un’epoca che pure è ossessionata dal protagonismo, dalla presenza costante (quasi doverosa) dell”‘io” in rete, sui social network (per cui ognuno di noi avrà i suoi 15 minuti di celebrità) “io” che forse, proprio per questo, sembra assottigliarsi, vanificarsi, svuotarsi. Riguarda l’identità (il bipolarismo è sempre più frequente), la società ipertrofica che porta al rigurgito, il suicidio, l’anoressia.
    Bravo Vasta, come sempre.

  2. Alessandro scrive:

    L’immagine è relativa a Film di Samuel Beckett.

  3. Simone Nebbia scrive:

    …e poi ci sono quelle mattine in cui devi lavorare, mettere insieme i pezzi di pensieri che si fanno paragrafi e infine libro… ti fermi distrattamente a leggere un articolo dal titolo affascinante di un autore che altre volte hai rintracciato sulle stesse ed altre pagine… ci trovi dentro quell’intrusione dell’intellettuale nello svolgersi degli eventi, la volontà di tenere insieme certi fili che andrebbero dispersi, quella mano alzata che dice “aspettate, qui mi fermerei un momento a dire…” e allora decidi che forse oggi basta così, forse faresti meglio a spegnere tutto, smetterla di scrivere, prendere un bel libro e andartelo a leggere al mare.
    Molte grazie a Giorgio Vasta e a chi l’ha opportunamente re-pubblicato

  4. Gloria Gaetano scrive:

    Il desiderio di svanire in Wakefield, come in Anna. Capita spesso di provarlo, insieme al suo contraltare, la voglia di riempire i vuoti, forse la smania di protagonismo.. Ma c’è un altro bisogno, che forse dall’universo maschile non è
    avvertito in maniera forte, quello di essere amato, l’orrore del vuoto dei sentimenti, dello stimmung. Morire sapendo che in fondo un silenzio era solo vuoto di desideri forti, di sentimenti di reciprocità., della relazione con altro da sè.

    La nostra esistenza, e non l’esserci, è spazio da riempire.Non sappiamo come, ma forse possiamo intuire, senza essere troppo razionalisti. ‘ Quando …come accade oggi, l’amore non è più il tema dominante della poesia, quando appare essenzialmente relegato…nella letteratura di stazione, ecco che ci s’inquieta.,.ci si informa della possibilità di pensare l’amore. ..il pensiero, nel modo più proprio, è amore. Esso è amore di ciò che giunge all’esperienza..Attraverso il discorso, la prova e il concetto, non è in gioco nul’altro..che questo amore, e senza di esso, l’esercizio dell’inteletto o della ragione non varrebbe un minuto di pena’. J.L. Nancy, Un pensiero finito.

    Nancy ci dice della perdita di senso, dello smarrimento, dell’evanescente significato del mondo e delle cose.
    E occorre una massima apertura per riavvicinarsi al mondo, alle cose, alle persone,per riempire quel vuoto che ci fa desiderare la scomparsa del sè,degli altri, che pure ci tenta come ha tentato Hawthorne., Senza dimenticare che Wakefield torna, dopo 20 anni, torna al luogo da dove è scomparso alla persona da cui è sparito.
    Perchè per essere sè, per ritrovare identità si ha bisogno dell’accoglienza e della presenza dell’altro, che ci dà la misura del nostro essere.Questa co-presenza, come dice Levinas, che potrebbe riportarci a noi stessi.
    E forse sarebbe oggi questa la soluzione, per non sfiorare l’inessenza….

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  1. […] nella narrativa di genere, per innescare una detection». Partiamo dalle parole di Giorgio Vasta (minima&moralia) sulla narrativa della sparizione per intraprendere la nostra personale esplorazione dello […]



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