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Narrazioni della noia – «Shame» di Steve McQueen

Pubblichiamo una recensione di Andrea Cirolla su «Shame» di Steve McQueen.

Qualche anno fa ho letto Filosofia della noia, di Lars Fr. H. Svendsen (Guanda 2004). Ero all’università, mi serviva per un esame di filosofia morale noioso e sulla noia; non lo apprezzai molto. Però mi torna in mente spesso, sarà perché parla di cinema e di un regista tuttora attivo. Cronenberg, col suo Crash (1996) si basava sull’omonimo romanzo di James Graham Ballard del 1973. Svendsen lo prende a esempio come opera cinematografica (e prima letteraria) sulla noia.

In brutale sintesi, Crash parla di uomini e donne che trovano l’eccitamento sessuale attraverso incidenti automobilistici: dopo degli incidenti; dentro automobili incidentate; progettando rifacimenti di incidenti celebri; ecc. Per Svendsen il film «affronta il rapporto tra realtà, noia, tecnica e trasgressione» (p. 87).

L’altra sera ho visto in replica, per un paio di euro, in un cinema milanese, Shame (2011), di Steve McQueen. L’ho trovato un film splendido, e mi è tornato alla mente il libro sulla noia di Svendsen. Ho immaginato lo scrittore norvegese seduto sulla sua poltroncina in un cinema di Bergen, città dove insegna filosofia all’università, fremente e compiaciuto. Shame potrebbe a buon diritto far parte della serie di narrazioni della noia che Svendsen propone nel suo volumetto, o è almeno accostabile a Crash, a partire dal suo oggetto di rappresentazione: il sesso. Ma il film di McQueen è migliore, e non si appiattisce sulla questione sessuale. Non che Cronenberg sia colpevole di qualcosa di simile con Crash, ma certo il suo film non regge il confronto con quello del collega britannico, se pure ha un senso mettere in competizione le due opere.

Mi pare che Shame sappia andare oltre il sesso, distante, ed è strano e interessante se si pensa che il film mostra scene esplicite di sesso per buona parte della sua durata. McQueen riesce a sfondare il suo oggetto filmico, e arriva davvero a raccontare un esito possibile della noia prodotta dalla società nella società degli anni Zero. E oltre; arriva a raccontare una storia familiare dicendo quasi nulla, lasciando trapelare indizi lungo il film come casualmente ma facendo sì che si leghino, infine, ricomponendo l’intreccio in una trama insospettata e sapientemente architettata. La trama, brutalmente come sopra, si può sintetizzare così: Brandon è un trentenne irlandese residente a New York, piacente e in forma, con un buon lavoro, un buon reddito e un bell’appartamento con ampia vista sulla città; e con una dipendenza dal sesso. Come Michael Douglas, o almeno così civettavano i vari Corriere.it e Repubblica.it. Brandon è ossessionato dal sesso in tutte le sue forme: pornografia di ogni genere, autoerotismo, prostituzione, sesso occasionale, ecc. A un certo punto ricompare nella sua vita Sissy, la sorella, che lo destabilizza e provoca in lui, piano e passivamente, una crisi. Sissy stessa è portatrice di una crisi, di un crollo, per motivi e problemi diversi da quelli del fratello. Eppure sono legati dallo stesso sangue: potrebbe essere qualcosa di personale, cioè interiore, ma condiviso a minacciare entrambi.

Su questo uno dei tanti misteri di cui vive Shame, che dice moltissimo senza esplicitare, o spesso senza nemmeno rappresentare, in un modo analogo a quello di certe riprese sue caratteristiche, che tengono l’attore ai margini dell’inquadratura privilegiando oggetti secondari di una stanza o di un ambiente. Mostra ciò che vuole raffigurare ma senza focalizzarcisi; ricontestualizza, allarga il quadro e confonde l’aspettativa di un esito prevedibile della situazione. Aggiunge elementi, lascia cadere un dettaglio nel catalogo di immagini sempre realizzate con gusto, poi aggiunge dettagli che si legano al primo per corrispondenza; così intreccia piani di narrazione, piccoli filamenti, tracce sottili, sfaccettature possibili della storia e delle storie che in quella principale si annidano.

Al di là di tutto: le musiche sono bellissime. C’è una versione strepitosa di New York New York; da brividi. E molto Bach, spesso dalle Variazioni Goldberg. Ma tornando alla questione della noia, c’è un dialogo che è rappresentativo di quanto questo film possa insegnare qualcosa sul sentimento tanto discusso in filosofia, da Heidegger fino a Svendsen. Brandon ha una sessualità a dir poco disordinata, non può nemmeno immaginare una relazione, non sopporterebbe di avere una sola donna, o un solo uomo, insomma un solo partner; per eccitarsi ha bisogno di distrazione, di spostarsi da un oggetto all’altro molto rapidamente e senza concedere la possibilità della ripetizione. Marianne, sua collega sul lavoro, invece ha una mentalità completamente opposta, è portata a desiderare e progettare relazioni stabili, monogame; non le interessa il sesso fine a se stesso. Nel corso di un appuntamento galante (dove si sfiora addirittura la commedia, all’interno di un film esplicitamente drammatico) Brandon domanda a Marianne, grossomodo, chi vorrebbe essere se potesse rinascere in un altro tempo, passato o futuro. Lei rimbalza la domanda su di lui, che risponde svelto: musicista negli anni Sessanta. Quando arriva il suo turno, Marianne dice che vorrebbe essere se stessa nel momento presente. Brandon dice qualcosa come: eh, ma che noia; o comunque è questo che le (ci) comunica. Eppure è chiaro che l’unico ad annoiarsi sia lui, che ancora una volta si ritrova ad abbandonare se stesso e il proprio tempo presente per una fuga che lo distragga appunto da se stesso e dal proprio tempo. Come la sua sessualità matta e disperatissima, così gestisce tutto il tempo a disposizione: nell’attesa costante, magari di una nuova espressione sessuale, dunque proiettato nel futuro; o nella fuga dal passato, cioè dal rapporto con la sorella, verso il caos della rabbia. In ogni caso via dalla consapevolezza di ciò che è, di ciò che è meglio per sé, di quale sia una via d’uscita.

Insomma, Shame ha molto da dire, più di cosa sia una dipendenza dal sesso, ovvero una seria patologia, e soprattutto molto più anche di ciò che intendeva dire. Questo è l’effetto e il risultato irrisolvibile dei grandi film, e in fondo di ognuna delle grandi creazioni dell’umano.

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
Commenti
8 Commenti a “Narrazioni della noia – «Shame» di Steve McQueen”
  1. SpeakerMuto scrive:

    Film eccezionale per davvero e, strano a dirsi, i due protagonisti non sembrano macchiette, nonostante vengano tralasciati il loro passato e le motivazioni delle loro due nevrosi: la sessodipendenza di lui e le tendenze suicide di lei. Il film è come un obiettivo sull’as is, senza scervellarsi nel cercare spiegazioni e giustificazioni nel carattere dei due, che sono due personaggi assolutamente realistici.

    Brandon rappresenta un po’ la Generazione X: colletto bianco, lavora al PC, non si capisce bene cosa realizzi (forse qualche Power Point), non tiene particolarmente al suo lavoro (visto che scarica anche dall’ufficio).

    Sissy comincia a rompere le scatole al fratello già lamentandosi dello shampoo durante il primo incontro e riesce a rendere triste persino “New York, New York” scaricandone la pesantezza sullo spettatore, (complice l’esecuzione dell’intero brano), facendo commuovere il fratello.

    Magistrale la scena del litigio tra i due con la TV sullo sfondo, mentre trasmettono i cartoni animati.

  2. Brenta scrive:

    E’ un film sopravvalutato, spesso inutilmente estetizzante e con un soggetto da scuola di cinema. Mi sarei aspettato di vederlo recensito in Nuovo Cinema Paraculo.

  3. Loris scrive:

    Secondo me, Brandon è innamorato di sua sorella Sissy.

  4. Non ho ancora visto Shame, ma è nella mia lista d’attesa e prometto di andare a vederlo… volevo solo ricordarvi l’incredibile tensione che si innnesca nella narrazione di un rapporto “abusivo” come quello narrato in New York New York: aggiacciante relazione fra due musicisti di indubbio talento, i gradi di intensità, compulsività e bisogno che si instaura fra DeNiro e Minnelli, l’ordinaria normalità delle relazioni abusive, ossia, l’accettazione e la complementarietà di abusato e abusatore, la loro interconnessione e appartenenza. Il triller sentimentale più agghiacciante che io ricordi… la crudeltà di De Niro si dipana in un crescendo di tensione e non ci dà tregua per tutto il film che come inizia, finisce, così, senza possibilità di soluzione. Non è un caso che il brano conduttore sia lì, a ricordarci di cosa si sta parlando.

  5. kovalski scrive:

    Non condivido l’entusiasmo, soprattutto quello musicale. Credo che la New York New York del film sia stucchevole; troppo rallentata, troppo enfatica, troppo artificiosa, nel contesto e nel momento.
    Una scenza e una versione talmente evidentemente costruite a tavolino con l’intenzione di emozionare, che diventa il concetto di kitsch espresso da kundera ( “nel regno del Kitsch impera la dittatura del cuore. I sentimenti suscitati dal Kitsch devono essere, ovviamente, tali da poter essere condivisi da una grande quantità di persone. Per questo il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria”, M.Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere).

  6. Andrea scrive:

    La versione di New York New York può non piacere, o addirittura disgustare, ma proprio per la lentezza esasperata, per le armonie spiazzanti, o addirittura disarmonie, ecc. mal si adatta alla descrizione del kitsch in Kundera, al contrario. Quella della canzone è una situazione insolita, personalmente non vi trovo «immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria».

  7. Oblivion scrive:

    Personalmente, Shame è uno dei film più belli che abbia visto, trasuda una tristezza consapevole da tutti i pori. Giustamente, come già detto, il grande McQueen non si è fermato a raccontare riguardo alla sessodipendenza di Brendan, interpretato da un magnifico Michael Fassbender, ma racconta molto di più e lo fa stupendamente, riguardo alla solitudine dell’uomo del Terzo Millennio, alla fluidità della società moderna e di come rende sole la vita di molte persone, persone comuni che non riescono più a mantenere un sano rapporto sentimentale o di amicizia. La cosa interessante è che nel film, il famigerato “Sogno Americano”, fatto da soldi, potere, cioè le cose che possiede Brendan, si infrange e ci rendiamo conto che è solo un illusione, che possedendo anche una bella casa, essendo affascinante e avendo un lavoro remunerato, Brendan vive un’esistenza composta solo dalla dipendenza dal sesso, al quale non associa piacere, lui non prova più piacere, infatti cerca nuovi stimoli( il rapporto omosessuale, il Ménage à trois con le due ragazze), ma la sua ricerca del piacere non finirà mai, infatti nel finale, lancia ancora un sguardo, sicuramente condizionato dalla sofferenza e meno malizioso, alla ragazza con cui aveva fatto sesso nella prima scena.
    Un film da vedere, non solo perché effettivamente è un bellissimo film, ma anche perché fa riflettere molto.

  8. Sigismondo scrive:

    Chi non apprezza questo film ha gli stessi identici problemi di incapacità di amare del protagonista. Lui li manifesta con la satiriasi, la sorella con la depressione, voi chissà, magari sono ancora sotterrati sotto i vostri condizionamenti educativi, ma in qualche modo dovranno pur eruttare, qualche volta.

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