Luigi Ghirri Lido di Spina (1973)

Narrazioni interdette

 Luigi Ghirri Lido di Spina (1973)

Questo articolo è stato pubblicato sul n. 18 di Artribune. (Immagine: Luigi Ghirri, Lido di Spina)

No wonder many Italians worry that the stability that Mr. Letta

is offering will turn out to be the stability of the graveyard.

Simon Nixon, Wall Street Journal, 24 novembre 2013

Le zone interdette che caratterizzano e costellano il posto in cui abitiamo viviamo lavoriamo non sono solo e semplicemente fisiche (L’Aquila, Taranto, i CIE, la Val di Susa), ma più integralmente psichiche: a essere interdette, proibite, negate sono intere narrazioni, racconti storici, versioni di come sono andate le cose davvero: di come siamo arrivati a questo punto.

(E d’altra parte, il sequestro è il concetto-guida che ci accompagna regolarmente e che ci ossessiona segretamente da più di un trentennio: questo periodo inaugura se stesso con i due fantasmi rimossi che continuano a ritornare, Aldo Moro e Alfredo Rampi, le due figure della costrizione in spazi claustrofobici: una cella che è un interstizio e un pozzo profondo che è un cunicolo percettivo, le due capsule spaziotemporali in cui siamo rinchiusi ancora oggi, da cui stiamo tentando con fatica di uscire.) Il nostro – il luogo una volta conosciuto come “il Belpaese”, in cui il paesaggio aveva un ruolo così importante nella costruzione dell’identità individuale e collettiva, nel suo rapporto stretto con il contesto architettonico e urbanistico, al tempo stesso quinta teatrale su cui rappresentare l’io e proiezione dell’altro – è divenuto incredibilmente e indubbiamente un Paese “claustrofilico”, come afferma Giorgio Vasta.

Siamo intrappolati all’interno di narrazioni che ci sono state consegnate, ma che non ci appartengono. Versioni che conosciamo bene come finzionali e soprattutto atrocemente semplificanti, ma che non sappiamo ancora esattamente come disinnescare. Versioni imposte da generazioni precedenti, e presentate come le uniche esistenti, le uniche valide per interpretare il passato e soprattutto il presente (perché autocelebrative, autoassolutorie). Nessuna immaginazione narrativa dell’Italia è possibile all’interno di questa cornice: i racconti sono già tutti pronti, confezionati, ready-made. Il racconto del precariato; il racconto dell’Aquila; il racconto della crisi; il racconto della “fine della cultura”, della “fine dell’arte”, della “fine della letteratura”, della “fine della civiltà”.

Si fa molta fatica in genere a considerare fatto che il tuo declino non è un torto che qualcun altro ti fa, non è un furto, né una maledizione divina, ma è proprio… il tuo declino. Del resto, il pensiero apocalittico de “l’Italia sta fallendo; tutto finisce, tutto è finito” è in fondo la consolazione ultima. Definitiva.  È la più articolata – e al tempo stesso la più semplice – delle retoriche con cui ci avvolgiamo, nelle quali ci imbozzoliamo come in coperte sbrindellate e marcescenti. Perché permette di rimuovere il pensiero atroce e semplicissimo che tu sei finito, tu stai finendo, mentre il resto va avanti e andrà avanti, in forme che neanche riesci a immaginare. Che il nuovo inizio non ti riguarderà in alcun modo – come è perfettamente naturale che sia.

E invece, in questa maniera molto italiana ci si illude (soprattutto certi “giovani” si illudono, il che è davvero straordinario) che il vecchio sistema possa sopravvivere intatto, tale e quale, incapsulato all’interno del nuovo, dell’epoca successiva: ma che razza di cambiamento sarebbe? Un cambiamento, ancora una volta, molto italiano. In questo momento, è come se un linguaggio, un codice, un intero sistema di convenzioni elaborate in e da un’altra epoca (chiusa, conclusa per sempre) stesse cercando di raccontare un presente totalmente alieno, inedito, oscuro. Così facendo, se ne colgono ovviamente solo gli elementi terribili, spaventevoli, inquietanti, mai quelli interessanti (che sono – ovviamente – gli stessi).

Un unico punto di vista, per giunta incredibilmente piatto e noioso, non è in grado per definizione di generare nuove prospettive sulle situazioni che stiamo vivendo giorno per giorno, e che intessono a loro volta la nostra esperienza. Occorre imparare molto in fretta a fessurare costantemente questo presente e i racconti mainstream che lo dominano e lo imprigionano – rendendolo inerte, paralitico.

Una delle cose in assoluto peggiori che ci è stata insegnata è che occorreva e occorre a tutti i costi evitare ogni forma di conflitto. Ma senza conflitto, senza scontro culturale – che è scontro di visioni, di punti di vista, di prospettive, di interpretazioni, di sistemi morali – non esiste nulla: esistiamo solo noi in questa distopia realizzata, in questo spazio mentale claustrofobico e asfissiante. Esistiamo noi con questa persistente sensazione di sospensione, di estraneità. Finora può essere stata interessante (perfino divertente a tratti): adesso va infranta, lesionata, sbriciolata.

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
Aggiungi un commento