Atmosphere==
Nathan Sawaya's ART OF THE BRICK Opening Reception==
Discovery Times Square, NYC==
June 12, 2013==
©Patrick McMullan==
Photo- Paul Bruinooge/PatrickMcMullan.com==
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Nathan Sawaya, ovvero l’arte del mattoncino

Atmosphere== Nathan Sawaya's ART OF THE BRICK Opening Reception== Discovery Times Square, NYC== June 12, 2013== ©Patrick McMullan== Photo- Paul Bruinooge/PatrickMcMullan.com== ==

Atmosphere==
Nathan Sawaya’s ART OF THE BRICK Opening Reception==
Discovery Times Square, NYC==
June 12, 2013==
©Patrick McMullan==
Photo- Paul Bruinooge/PatrickMcMullan.com==
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di Federico Cerminara

La mostra Dal 28 ottobre al 14 febbraio, al Set – Spazio Eventi Tirso – di Roma, è possibile visitare The art of the brick, la mostra che raccoglie alcune tra le opere più famose realizzate da Nathan Sawaya assemblando mattoncini lego. Si spazia dal ritratto di Andy Warhol alla riproduzione in scala dimezzata del David di Michelangelo, passando per scorci di Venezia al tramonto. Indicata per ogni fascia d’età, la mostra regala non pochi spunti di riflessione. Al termine del percorso, nella zona dedicata alla vendita dei gadget, è possibile fermarsi a giocare con i mattoncini; non sono pochi gli adulti che approfittano dell’occasione.

Ricordi di infanzia Papà mi portava i lego di ritorno dai suoi viaggi di lavoro. La vettura dei pompieri, la baita sul fiume, da piccolo ignoravo che avrei potuto chiedere come regalo anche i modellini di Star Wars, il Millennium Falcon e la Morte Nera. In realtà ignoravo cosa fossero il Millennium Falcon e la Morte Nera. Smontavo e ricostruivo daccapo la baita sul fiume, seguendo con attenzione il manuale delle istruzioni fino a impararlo a memoria. Mamma si raccomandava che tenessi i nuovi mattoncini separati dagli altri ormai consumati ma era sufficiente qualche giorno perché la collinetta nella cesta crescesse di volume. Desideravo poter scegliere tra un numero di pezzi sempre maggiore, diversi tra loro per forma e dimensione, mi divertivo a costruirci astronavi o comunque oggetti che nella mia fantasia potessero prendere il volo, lanciare proiettili, andare incontro alla battaglia e uscirne sconfitti, ammaccati. Il fatto che fosse così semplice smontare le costruzioni (ecco, in genere, le chiamavo così: le costruzioni), celebrarne la fine e la distruzione, questa era una componente importante del gioco.

C’era qualcosa di epico nel compiangere mucchietti di lego sparsi in un angolo del tappeto al termine dell’assalto della navicella spaziale al castello medioevale. La fortezza resisteva sempre agli attacchi, più forte del progresso, più forte delle armi nucleari, è ancora lì solida e fiera nella mia stanza a Crotone. Una volta all’anno mamma la redime dalla polvere, mi spedisce una foto, poi mi chiama per sapere se ho notizie di quel mio compagno di classe che veniva a giocarci dopo la scuola e rimaneva fino a ora di cena. Non erano per tutti le costruzioni, gli altri amici preferivano il pallone, il terrazzo enorme di casa. Non li spaventava scavalcare il muro quando la palla finiva dall’altro lato.

Turbato dal pensiero che potessi sudare o ritrovarmi con le ginocchia sbucciate, papà continuava a regalarmi scatole di mattoncini. C’era poi un mio cugino più grande, incuriosito sì dal gioco dei lego, ma in particolare dallo scoprire quale fosse il livello di resistenza ai petardi e alle sollecitazioni più estreme. E questo era un guaio perché alla salute dei miei mattoncini ci tenevo molto. In loro avevo intuito, anni prima di studiarlo, il concetto di atomo, uno e indivisibile. La potenza della dinamite appariva ai miei occhi come una violenza innaturale, capace di alterare la natura del gioco per come la conoscevo.

La natura del gioco per come la conoscevo Ho sempre associato i lego a una dimensione ludica, ma soprattutto privata o comunque non semplice da condividere, forse perché l’aspetto immaginifico legato alla forma che prendevano le costruzioni mi ha sempre affascinato più del potenziale estetico. Non era importante che le mie astronavi fossero belle, ma che potessero volare. Il ritratto di Andy Warhol, lo scheletro del dinosauro, il tramonto veneziano, mi hanno costretto per qualche ora di fronte a una variazione di prospettiva. Pur nella sua immobilità – la statua di lego di Marco Aurelio non è in grado di alzarsi da terra e immagino ci sia una tale quantità di colla tra un pezzo e l’altro che non sia semplice staccargli un braccio o una parte del mantello – il gigante in lego che ho di fronte sta provando a trasmettermi delle emozioni.

Sawaya ha rinunciato alla possibilità di aggiungere o rimuovere qualche mattoncino, in cambio di una forma definitiva a cui ha incollato un messaggio, un significato. Yellow è il nome con cui ha battezzato una figura umana [4, vedi link in fondo] che squarcia il suo petto con le mani mostrando le interiora costituite da una montagna di lego ammucchiati a caso; l’istinto di infilarci la propria di mano e riempirla come faceva mia nonna con il pugno di sale da dosare nella conserva mi pare abbastanza naturale e non mi vengono in mente le parole adatte a distogliere dal suo intento un bambino di cinque anni che nasconde un mattoncino in tasca per portarselo a casa.

Quest’idea dello squarcio, del bisogno di entrare (o uscire) per mostrare/scoprire cosa c’è dentro (o fuori) accompagna l’intero percorso ed è ragionevole contestualizzarla, vi fa cenno anche l’audioguida, in un momento di crisi da cui Sawaya, ex avvocato, è uscito mettendo da parte la pratica del diritto civile a favore dell’esercizio dei lego. Grey ad esempio inscena il dramma di un uomo che viene fuori da una parete, rivelandosi al mondo ansioso, impaurito; Grasp [14, vedi link in fondo] accenna un movimento in avanti sospeso da alcune braccia che lo tengono imprigionato; Mask [17], una maschera a mezz’aria che copre la traiettoria dello sguardo, rappresenta la metafora del non potersi rivelare. La ricorrenza di alcuni colori dominanti e, ancora, la scelta di rendere monocromatiche la maggior parte delle figure umane costituiscono un altro aspetto peculiare della mostra. La didascalia su uno dei pannelli accenna a studi secondo cui alcune combinazioni di colori sarebbero molto efficaci nell’attirare l’attenzione dell’osservatore.

Ma perché rimanere in superficie? La questione dei colori, come varie altre, è interessante e meriterebbe un maggiore approfondimento (si potrebbe iniziare, ad esempio, leggendo la teoria dei colori di Johannes Itten) e uno dei punti deboli della mostra è proprio questo sorvolare troppo superficialmente sulla fase di progettazione, puntando principalmente sull’impatto del pubblico con le riproduzioni delle tele più famose, dalla Gioconda alla Ragazza con l’orecchino di perla.

Si prenda ad esempio la versione lego di un graffito raffigurante un cavallo; la combinazione del marroncino, del bianco, dell’arancione, è ottenuta disponendo su più livelli strati più sottili di lego. I mattoncini più sottili li ritroviamo nei ritratti, in corrispondenza dei capelli più vicini alla fronte, alle orecchie. Su questo viene detto poco o niente soprattutto dall’audioguida che troppo spesso si perde in una noiosa autocelebrazione. Durante gli studi universitari, in particolare mentre mi cimentavo nell’apprendimento di nuovi linguaggi di programmazione, pensavo che se l’abc consiste nel capire come funzionino gli attrezzi a disposizione nella cassetta, un passaggio successivo ci spinge a comprendere come combinarli a seconda delle necessità. C’è il genio e c’è chi impara dagli altri; in attesa dell’ispirazione non c’è niente di male a copiare. È soltanto un po’ più difficile se la tecnica viene oscurata. I mattoncini li conosco bene, ci ho costruito meraviglie che poi hanno riempito i solchi della mia immaginazione; ora mi piacerebbe scoprire cosa potrei realizzare, come ci potrei riuscire, se avessi il tempo e, perché no, se avessi lo spazio per custodire sedici milioni di costruzioni.

E invece esco dalla mostra con molte, troppe domande rispetto a questioni soltanto accennate, ad esempio sarei felice se mi fosse svelato come ha fatto Sawaya a completare la statua di Marco Aurelio, se ha lasciato per ultimo il braccio rivolto in avanti o il mantello, per evitare che la struttura collassasse sul suo peso. Vorrei capire, caro Nathan, sempre per la questione del peso, quando hai deciso, quando hai capito che le strutture al loro interno dovessero rimanere cave.

La questione della riproducibilità A metà del percorso ci si imbatte in un filmato di sei o sette minuti, proiettato in loop su una delle pareti. Nel video Sawaya riceve dal suo manager l’incarico di realizzare per una rassegna imminente una scultura prendendo spunto dalla copertina di una rivista. Parlano del tempo a disposizione e Nathan spiega che normalmente per abbozzare una figura umana serve almeno una settimana. Mi colpisce la serenità con cui stima i tempi necessari, chissà quanta esperienza ha accumulato negli anni, quanto è durato lo studio, se c’è stato, per imparare a replicare la forma di un polpaccio, di un bicipite, del torace. Mi chiedo se gli esemplari che ho di fronte siano unici o se esistano doppioni esposti in questo momento in un museo a Washington o a Berlino. Se esistono dei doppioni magari è possibile acquistarli, portarli a casa e allora è lecito domandarsi: quanto costa una copia? Più o meno dell’originale? Proverei un senso di felicità nel comprare il ritratto della moglie di Sawaya per appenderlo nel soggiorno di casa vicino alla maschera dei medici della peste che ho preso a Venezia?

Il filmato va avanti, il manager chiede a Nathan se ha mai avuto bisogno di tagliare dei pezzi, deformarli o immergerli in una vernice particolare. La risposta è sempre no. Chiunque, aggiunge, deve essere in grado di arrivare agli stessi risultati, comprando i mattoncini sul sito della lego e provando a montarli fino a raggiungere la forma desiderata. Plasmando, smussando, verniciando, tutto ciò non sarebbe più stato possibile. In fondo è un po’ come quando da piccolo costruivo il castello medioevale, ma senza il manuale delle istruzioni. Soltanto che da piccolo non mi ero mai posto il problema che ci fossero a casa di altri ragazzi, altri castelli medioevali, uguali al mio, né più belli, né più brutti, esattamente identici a meno di qualche pezzetto che inevitabilmente si perdeva durante la costruzione per poi spuntare, ormai inutile, tra i rifiuti dell’aspirapolvere o sotto un divano. Ripensandoci adesso credo che soltanto il mio castello avrebbe potuto raccontare storie di assalti da parte di navicelle spaziali e file di pompieri armati come fossero pirati.

Cercando un termine di paragone Più volte durante il percorso l’audioguida ritorna sulla straordinarietà del contenuto della mostra, esaltandone l’unicità e le brillanti intuizioni. Chiariamo quindi un punto importante: Nathan Sawaya non è l’unico brick artist in circolazione, c’è altra gente che ha costruito sui mattoncini lego parte della propria vita. Sean Kennedy, insieme al suo team, si è specializzato nel dare forma ad animali di vario tipo: insetti, pinguini, orsi polari. Alex Kobbs adopera i lego per realizzare scene di animazione (qui per dare un volto e una voce ai tre artisti citati:). Semmai, osservando sculture come Boy (un uomo adulto e disperato che sorregge tra le braccia il corpo del figlio inerme), noto in Sawaya un’attenzione maggiore nell’indagare i sentimenti dei suoi personaggi. E proprio questo aspetto deve avermi destabilizzato, questo tentativo di usare i lego per provare a scavare nella psiche umana. La reazione che ho avuto vedendo nel filmato le api di Kennedy, il bisonte e la folla di pinguini è stata più spontanea; l’orso polare lo avrei abbracciato volentieri come il pupazzo dell’elefante che la mia ragazza tiene vicino al cuscino, il bisonte mi sembra un bisonte e basta, senza ulteriori implicazioni. In altre parole, almeno da quello che ho avuto modo di vedere, credo che Kennedy sia riuscito a non perdere di vista i confini del gioco.

Ludos e pathos In Francia, verso la metà degli anni novanta, si costituisce il Fronte di Liberazione dei Nani da Giardino. Il movimento nasce quasi per gioco ma assume in breve tempo dimensioni tali da causare qualche grattacapo alle forze dell’ordine. Il fine degli aderenti è di restituire alla libertà del bosco gli gnomi imprigionati nei cortili. Leggendo quanti mattoncini sono serviti a realizzare le teste a forma di cerchio, quadrato e triangolo [Circle Triangle Square, 5], che nella loro immediatezza e semplicità sono tra le figure che ho preferito, se penso che i pezzi per ovvie ragioni sono incollati uno all’altro, mi viene da crederli a loro volta imprigionati. Qualcosa si è perso durante il processo creativo, qualcosa si è perso mentre Nathan Sawaya assemblava i lego per ottenere la forma desiderata.

Credo in primis la libertà di continuare a giocare, la libertà di sedici milioni di mattoncini di dare vita a una seconda forma, e poi una terza e un’altra ancora. Ho sempre pensato che la bellezza dei lego stesse non tanto nel fascino del modello da completare, ma nelle infinite strade alternative che si spalancano ogni volta che si aggiunge un pezzo o che lo si sottrae. Ho sempre associato il fascino dei lego alla capacità di sprigionare la fantasia durante e non dopo; rimane poco da immaginare a gioco finito.

Un desiderio inconscio esaudito Superata la statua dell’uomo ombra che sorregge la matita, all’inizio della seconda sala capita di sentire un rumore, come di mattoncini mescolati. Qualcuno ci fa caso, qualcuno si gira come attratto da un richiamo, ma è questione di un attimo, poi diventa troppo lieve per essere percepito. Cerco con gli occhi una cassa appesa al soffitto, sarà nascosta chissà dove, mentre vago con lo sguardo decido che l’idea non è niente male, un po’ come se avessero accostato alle nostre orecchie la cavità della conchiglia per farci provare la nostalgia del mare. Nelle sale successive del rumore nessuna traccia, così a poco a poco ce ne dimentichiamo, distratti dal ritratto di Mickey Mouse, dalla Monna Lisa. Al termine del percorso, nella sala adibita alla vendita di poster, tazze e accessori vari, troviamo una piccola e gradita sorpresa: migliaia di mattoncini sparsi su vari tavoli disposti lungo la stanza. C’è qualche sgabello ancora libero, gli adulti seduti sono in pari numero rispetto ai bambini, sembrano addirittura più accaniti nel cercare i pezzi di una certa forma, di un certo colore. Controlliamo l’orologio. La prenotazione in pizzeria è per le nove, di tempo ancora ne abbiamo. Chi prima chi dopo, mettiamo a fuoco una figura, una casa, una montagna e iniziamo a cercare i lego sparsi a caso nel mucchio. Fermarci e giocare un altro po’. È questo in fondo ciò che desideravamo da quando siamo entrati.
Riferimenti Qui è possibile prendere visione di alcune delle opere citate nell’articolo, in particolare [4] Yellow – [5] Circle Triangle Square – [14] Grasp – [17] Mask. Per maggiore informazioni è possibile visitare il sito della mostra (http://www.brickartist.com/). Altri dettagli in questo articolo di Francesca Murri su Repubblica Roma.

Commenti
3 Commenti a “Nathan Sawaya, ovvero l’arte del mattoncino”
  1. Salvatore Girimonte scrive:

    Bello e stimolante. La mostra non l’ho vista e non so dire se migliaia di mattoncini lego hanno rinunciato alla possibilità di prendere altre forme per regalare a chi li guarda un’emozione o una suggestione evocativa. Sono però sicuro che le parole utilizzate in questo articolo hanno dato forma a una istantanea di un’anima che ha trattenuto la capacità di guardare il mondo dalla prospettiva di un tappeto ricoperto di mattoncini lego. Grazie

  2. Giorgio scrive:

    Toccante, e fa riflettere.

  3. Rachele scrive:

    Caro Federico, l’articolo che hai scritto sulla mostra di Nathan Sawaya è estremamente interessante e soprattutto molto intimo. Il tuo rapporto con i mattoncini è allo stesso tempo unico e simile a quello di tanti altri. I mattoncini Lego hanno il potere di dare sfogo alla creatività di chi non ne ha (perché seguendo le istruzioni possono costruire cose fantastiche) e al contempo di vedere realizzata la propria immaginazione di chi invece le istruzioni ce le ha scritte nella propria testa. Forse è per questo che quando mi sono imbattuta nella metodologia Lego® Serious Play®, con la quale stiamo “giocando seriamente” in questi giorni, ne ho capito la forza e l’efficacia e ho voluto certificarmi per utilizzarla nel mio lavoro.
    Le aziende che hanno voglia di ascoltare veramente la voce dei loro dipendenti ne possono trarre grandi e immediati benefici. Come tu stesso stai avendo modo di constatare, in poche ore è possibile affrontare tematiche abbastanza complesse, dando a tutti la possibilità di partecipare, o meglio ancora non dando a nessuno la possibilità di non farlo. Si sceglie un tema e lo si analizza, costruendo il proprio pensiero mattoncino per mattoncino per poi condividerlo con gli altri fino a farlo diventare un pensiero, una soluzione un’idea comune a tutti. Tutti costruiscono, tutti raccontano, tutti partecipano, tutti giocano seriamente ….. brick by brick #rslegoseriousplay #brickdesign

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