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Il naufragio nel tempo della sua irriproducibilità sacrale: introduzione alla mostra di Damien Hirst

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La mostra Treasures from the Wreck of the Unbelievable di Damien Hirst rappresenta senza dubbio un evento straordinario nel mondo dell’Arte Contemporanea. Terminata l’esposizione, abbiamo chiesto a tre nostri collaboratori, Adriano Ercolani, Chiara Babuin e Daniele Capuano, di approfondire alcuni dei molteplici livelli di lettura di un progetto che, al di là dei giudizi, farà discutere ancora per anni. Buona Lettura!

“La mostra è come una storia del mondo in cento oggetti”.

Così, in un’intervista, Damien Hirst (artista contemporaneo venerato quanto osteggiato, non nuovo a spettacolari provocazioni estreme) ha definito Treasures from the Wreck of the Unbelievable, la sua straordinaria esibizione rimasta in mostra fino al 3 Dicembre a Venezia nella duplice cornice di Palazzo Grassi e Punta della Dogana.

Un progetto geniale, maestoso e adorabilmente sfrontato.

Una mostra per molti aspetti epocale, verosimilmente irripetibile, in quanto studiata e costruita sugli spazi dei siti veneziani.

La cornice di Treasures from the Wreck è la seguente acrobazia concettuale: “nel 2008, al largo della costa orientale dell’Africa fu scoperto un vasto sito con il relitto di una nave naufragata, Il ritrovamento ha avallato la leggenda di Cif Amotan II, un liberto di Antiochia (città della Turchia nordoccidentale), vissuto tra la metà del I secolo e l’inizio del II secolo d.C. (…) La storia di Amotan (…) racconta che, dopo l’affrancazione, lo schiavo accumulò un’immensa fortuna. Tronfio di ricchezze creò una sontuosa collezione di oggetti provenienti da ogni parte del mondo antico I leggendari cento tesori del liberto (…) furono caricati tutti insieme sulla gigantesca nave Apistos (nome che nell’antica koinè greca significava Incredibile) per essere trasportati in un tempio appositamente edificato dal collezionista. Ma l’imbarcazione affondò, consegnando il proprio tesoro alla sfera del mito e generando così infinite varianti di questa storia di ambizione e avarizia, di splendore e ubris” (dal catalogo della mostra).

Dopo dieci anni di scavi, la mostra espone (questo è ciò che viene annunciato) tutti i capolavori miracolosamente ritrovati.

Il visitatore è accolto da un documentario, perfettamente plausibile, che testimonia la meraviglia e il clamore dello storico ritrovamento, prima di smarrirsi nello stupore.

Un labirinto culturale in cui decine e decine di opere in oro, malachite, marmo di Carrara e altri preziosi materiali, appartenenti a tutte le culture e tutti i tempi, conducono chi contempla al cuore del veritiero paradosso di una menzogna dichiarata.

Dacché, tra i meravigliosi oggetti incrostati di corallo, a metà tra Arte e Natura, appartenenti ai primi secoli dopo Cristo, non solo troviamo citazioni da Canova e Kafka, ma si impongono inequivocabilmente statue di Pippo e Topolino.

La mostra è insieme sberleffo definitivo e geniale superamento dell’Arte Contemporanea: Hirst mostra un triplo cortocircuito filosofico in cui la cornice fittizia contestualizza l’opera che è parodia irreale delle opere classiche ma realizzata con lo stesso talento artistico, gli stessi materiali e lo stesso impatto dell’arte antica. Da un lato è suprema arte concettuale (forza dell’idea al di là della tecnica) dall’altro è realizzata con impeccabile sapienza tecnica.

Non solo Hirst allestisce una sontuosa parodia delle proiezioni autotereferenziali della critica , ma impone una dimostrazione beffarda, eppure filologicamente impeccabile, delle ricostruzioni archeologiche: pensiamo alla statua di Aten (ovvero Akhenaten, il faraone eretico che fece virare la religione egizia verso il monoteismo) che rappresenta Nefertiti che in realtà è Rihanna, con le plausibili, contrasanti ed egualmente convincenti interpretazioni degli studiosi riportate nel catalogo.

Siamo in ammirata contemplazione dell’ epitaffio del postmoderno: da un lato la mostra testimonia lo smarrimento del Sacro nella sostituzione degli archetipi con gli idoli pop contemporanei, dall’altro, dopo l’immediato riso sardonico, urla con urgenza la necessità di rifondazione del Sacro stesso nella cultura popolare.

Il meccanismo di citazioni (che solo superficialmente può essere scambiato per plagio) non è solo il colto divertissement di un milionario burlone, ma è un complesso gioco su numerosi e complessi livelli di lettura: lo iato tra la solennità del simbolo sacro e “i tempi di povertà” attuali (nell’accezione heideggeriana del celebre verso di Holderlin); la perenne attualità dell’archetipo, in quanto eterno, e la sua confusione con lo stereotipo privo di originalità; soprattutto, checché ne dica PeterSloterdijk, Hirst (ben più di Warhol) mette in scena il dramma de “la caduta dell’aura” profetizzata da Benjamin, e mostra in maniera titanica le conseguenze della “riproducibilità” industriale dell’arte, proprio nell’irriproducibilità di un evento falso e irripetibile,

Treasures from the Wreck ha l’ambizione di imporsi come una summa geniale e definitiva di tutte le mostre mai allestite.

La sottile intelligenza sardonica di mostrare un perfetto Buddha o una sontuosa raffigurazione del dio Sole accanto alla rappresentazione del collezionista in giacca e cravatta (ufficialmente Amotan, nei fatti lo stesso Hirst) che stringe la mano di Topolino ha un duplice pregio: è insieme sia schiaffo in faccia all’arroganza dell’intellighenzia eurocentrica che commovente manifestazione dell’eterno presente dell’Arte, la convivenza nella perenne contemporaneità spirituale dei simboli di tutte le culture.

Si potrebbe scrivere un articolo denso e dotto su ogni opera “recuperata”,sul gioco carpiato di citazioni, rimandi, allusioni e capovolgimenti di senso (letteralmente “ironia”) che Hirst vi proietta.

“Esuberanza è bellezza” proclamava William Blake.

In tal senso, la mostra è di una bellezza memorabile.

Non a caso essa è studiata per essere ambientata a Venezia, luogo shakespeariano di naufragi (Il mercante di Venezia) e inganni (Otello), città della maschere e del rovesciamento carnevalesco del senso comune e della morale.

Grazie al catalogo, alle didascalie, alle audioguida e ai pannelli informativi il gioco regge magnificamente, con la sagace complicità dei critici coinvolti.

E la dimostrazione che il gioco sia riuscito, che la sfacciata presa in giro sia illuminante come un koan zen, è proprio nella reazione mista degli spettatori: chi all’inizio segue serissimo le indicazioni delle didascalie come fosse davanti a un vero ritrovamento, chi non conoscendo il gioco di riferimenti si commuove davanti allo splendore delle forme da Madonna velata della Tomba di Donna in marmo di Carrara, chi sbotta sbigottito folgorato dall’intuizione improvvisa che, ohibò, è tutto falso!

Le emozioni comunicate dalle opere false sono però reali: il volto del figlio di Cronos atterrito dalla furia del padre che divora i fratelli è degno di una figura del Bernini, la disperazione della donna violata dal Minotauro è urlata e straziante. I disegni in carattere leonardesco (appunti per le supposte opere del I secolo!), la ricostruzione in miniatura della nave che mostra le opere nascoste nella stiva creando scene degne di un presepe mitopoietico,tutto è reso in maniera impeccabile e convincente, con cura magistrale, nella rimescolanza palesemente incredibile di tempi, stili e temi.

Un mastodontico monumento all’intelligenza.

E alla vana miseria dei suoi tentativi di cogliere il Vero.

Siamo ben oltre Warhol, siamo in zona Duchamp come impatto devastante della riflessione sul senso stesso dell’arte.

L’Arte Contemporanea è a un bivio, ma non se n’è accorto nessuno.

Il gigantesco demone decapitato senza identità precisa che accoglie i visitatori all’inizio del percorso guidato è la perfetta allegoria della cultura contemporanea.

Come il commiato finale, l’antico segno delle mani congiunte in preghiera e omaggio al prossimo come profondo saluto, rappresenta l’unica via d’uscita dalla ragnatela di interpretazioni ingannevoli e parziali.

 

Namastè, Damien, li hai presi in giro tutti.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
Commenti
2 Commenti a “Il naufragio nel tempo della sua irriproducibilità sacrale: introduzione alla mostra di Damien Hirst”
  1. paola scrive:

    Purtroppo le opere di D.H. esposte in questa mostra hanno il torto irredimibile di possedere un valore intrinseco (leggi materiali preziosi con i quali sono approntate) che spazza via qualsiasi tentativo di “lettura ironica” o di possibile “nuova frontiera” per l’arte contemporanea, altro che l’umile orinatoio di memoria dadaista!
    Letta così l’operazione appare brillantemente se non esclusivamente commerciale.

  2. Eliana scrive:

    Caro Adriano , tu come sempre illustri in modo esaustivo .
    Non ho visto la Biennale , ma dalle foto viste posso dire che lui mi convince sempre meno .
    Non ne faccio una questione di mossa commerciale o meno , proprio non lo sento a pelle .
    Si capisce a distanza siderale che lui vuole provocare e prendere in giro tutto e tutti , e ci riesce .
    Per me non è un artista , tutto qua .
    Sono contenta che si possa avere uno scambio senza che ci vada di mezzo la giugulare , anche per questo scrivo qui e non sulla pagina Fb 🤞👍

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