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Nazifascismo: «Non è male…»

Otto mesi fa oggi, un giovane invasato nazifascista, estremista cattolico, di nome Andres Behring Breivik si rese responsabile di una strage di innocenti nell’isola di Utoya, dove si stava svolgendo un meeting dei giovani laburisti. L’articolo che vi proponiamo di Alberto Sebastiani è tratto da «Nuova Rivista Letteraria. Semestrale di letteratura sociale», n. 4, novembre 2011, parte da questo episodio che tutti ricordiamo per denunciare alcuni atteggiamenti violenti e allarmanti del presente, scorie di nazifascismo spacciate per folklore.

di Alberto Sebastiani

Venerdì 22 luglio 2011, da Oslo notizie di attentati, immagini da 11 settembre, vetri in frantumi, fumo e macerie, feriti, voci di stragi su un’isola: Utoya, spari al meeting dei giovani laburisti. Si pensa al terrorismo islamico, Al Qaeda, e partono pavlovianamente discorsi sul fondamentalismo e sull’attacco all’Occidente cristiano. Durano però poche ore.

L’attentatore sembra essere uno solo. Biondo, occhi azzurri, norvegese doc. Si chiama Andres Behring Breivik, 32 anni, cristiano, di estrema destra, carico d’odio per islamici, gay, decadenza morale dell’Occidente, debolezza dell’Europa piegata alla follia del multiculturalismo. Il modello Pavlov agisce ancora: è un folle. Come Timothy McVeigh, l’attentatore di Oklaoma City nel 1995.

I giornali raccontano la sua biografia, come ha costruito la bomba nella casetta di legno nel cuore agricolo della Norvegia, com’è arrivato all’isola di Utoya, come ha sparato, come se n’è andato. Dicono della sua passione per videogame violenti e film epici. Analizzano il suo profilo Facebook, costruito ad hoc per creare un personaggio (“amici”, però, nessuno). Accennano al neonazismo (con mappe e grafici sull’estrema destra europea, istituzionale o meno) e all’integralismo cattolico, spesso alleati.

Sotto vesti pacifiche, la Norvegia cova braci pericolose? Il diavolo passa per la musica, sempre, e i nordici gruppi black metal (noti satanisti…) e le loro imprese sono considerati indice di un’inquietudine diffusa, che i lettori di gialli scandinavi già conoscono.

Gabriele Romagnoli ne parla su Repubblica (24/07/2011), ricordando che «la funzione della letteratura noir è spesso questa: sporcare le illusioni. Se possibile, ammazzarle». Cita Anne Holt, Arne Dahl, Stieg Larsson, parla dell’ombra neonazista nei loro libri, ma chiude con Lars Saabye Christensen, nel cui romanzo La modella la moglie del protagonista cura la scenografia di un lavoro di Ibsen. «Lei è molto fiera di una sua trovata: ha fatto dipingere di rosso il muro alle spalle degli attori sul palco. Lui osserva perplesso, poi dice: “Non è eccessivo? Manca solo che tu appenda un cartello con su scritto: qui sta per accadere qualcosa di terribile”. Ecco: la letteratura nordica degli ultimi anni è stata quel muro rosso. Ma abbiamo continuato a pensare che fosse il fondale di un palco dove si recitava e poi tutti tornavano a casa, felici e assistiti».

Ecco, a ben vedere, quel palco esiste da tempo ovunque, anche in Italia. Quella scenografia rossa si è arricchita di svastiche o celtiche, ed è entrata nel nostro campo visivo senza produrre reazioni di massa efficaci, anzi: arrivando a non produrre più allarme.

Torniamo ai giorni di luglio, alle notizie norvegesi. Si trova on line A European Declaration of Independence – 2083, manuale-manifesto di Andrew Breivik (così si firma). Un memoriale con giustificazioni teoriche, analisi storiche, individuazione di buoni e cattivi, una lunga autointervista. Il quotidiano norvegese Verdens Gang lo mette in relazione con Theodore Kaczynski, Unabomber (quello americano). L’analogia è ripresa da tutto il mondo. Breivik mescola Odino, Crociati, Templari, Adorno e molto altro in un collage da brivido. Immagina una sorta di ordine cavalleresco: Commilitones Christi Templique Salomonici, pro crociata paneuropea, conservatori monoculturalisti, inneggianti al patriarcato, antiislamici, cattolici, anticomunisti e (in qualche modo) antifascisti, in lotta contro femminismo, Unione Europea e globalizzazione. Breivik si definisce «cultural conservative, revolutionary conservative, Vienna school of thought, economically liberal», e non si ritiene né nazista, né fascista, né razzista. Ha però ammirazione per l’English Defence League, estrema destra inglese (che sostiene abbia allontanato dal suo interno i neonazisti) e indica tra gli schieramenti politici stranieri da appoggiare anche gli italiani Alleanza Nazionale, Lega Nord, Movimento Sociale Fiamma Tricolore, La Destra, Fronte Sociale Nazionale, Forza Nuova e Destra Nazionale.

Proprio in Italia, nella fiammata d’interventi sorpresi del nemico in casa, cristiano, conservatore, di destra, appaiono articoli sorprendenti. Vittorio Feltri su Il Giornale (Quei giovani norvegesi incapaci di reagire, 25/7/201) non discute le tesi di estrema destra, ultranazionaliste, integraliste cattoliche, razziste, dell’attentatore norvegese, non attacca i frasari violenti di ambienti di destra, non solo estrema (frasari considerati in Italia folclore di certi partiti), che alimentano un modo banalizzante e pericoloso di vedere la complessità del presente. Si chiede invece come mai i 500 giovani sull’isola di Utoya non siano riusciti a fermare la carneficina.

In compenso, Mario Borghezio (già frequentatore di raduni europei di estrema destra) dichiara ai microfoni della Zanzara su Radio24 che Breivik «è il risultato di questa società aperta, multirazziale, direi orwelliana», che «questo tipo di società è criminogeno» e che «certe situazioni di disagio e di insofferenza è inevitabile che sfocino in tragedia», perché «quando una popolazione si sente invasa, poi nascono dei fenomeni di reazione», anche se gli eccessi «sono da condannare» (26/7/2011).

Insomma, Feltri ignora il problema, Borghezio conferma il manifesto di Breivik. Con l’europarlamentare, per pressioni internazionali, c’è una parvenza di reazione, anche nella Lega Nord, con Roberto Calderoli che prende le distanze (d’altronde, nel ’94 Bossi tuonava: «mai coi fascisti!»). Ma la reazione dura il tempo della notizia in prima pagina, poi arriva il “generale agosto”.

Negli stessi giorni, su Radio Popolare Network esperti e studiosi dicono che non si può parlare di gruppi nazisti in Norvegia, perché là esiste una diffusa lotta antifascista e antinazista. Lo stesso Breivik, infatti, sostiene di non esserlo. E comunque ha poco senso parlare di problema “nazionale” nell’era di internet. Già nel 2001, all’esplosione del web 2.0, Manuel Castells in Internet galaxy scriveva: «i movimenti sociali di ogni tipo, da quelli ambientalisti a quelli di estrema destra (per esempio nazismo e razzismo), hanno tratto vantaggio dalla flessibilità della rete per dare voce alle loro visioni e collegarsi alla nazione e al globo».

L’Italia, più volte citata da Breivik, è come il resto del mondo connessa alla rete, e saltuariamente il rapporto tra neofascismo e web arriva alle sue cronache. Succede o in occasione di atti di violenza, o in presenza di fatti troppo clamorosi per essere ignorati. Come nel 2008, sulla scia del caso dei video su youtube dei 99 Fosse, gruppo anni ’90 con canzoni inneggianti al nazismo e al razzismo su musiche di brani come “Laura non c’è” di Nek, che diventa “Anna non c’è”, su Anna Frank. L’Unità (20/11/2008) dedicò alcune pagine al dilagare dell’estrema destra nei social network, a suoi presunti rapporti con il fondamentalismo islamico, e a una task-force israeliana, i “Wiesenthal del Terzo Millennio”, cacciatori di nazisti sul web, mappatori dell’odio antisemita in rete, tra revisionismo e negazionismo.

Che i gruppi organizzati esistano e usino la rete è cosa nota. Come che i social network siano grandi contenitori, come d’altronde il web, in cui sta di tutto, in conflitto. Ed è ipocrita gridare al neonazifascismo quando avvengono fatti eclatanti. Il problema è piuttosto che si diffonde da anni l’humus: la familiarità e l’indifferenza verso icone, slogan e simboli di estrema destra. «Un’onda nera appiccicosa, che cola dalle tv e dai settimanali rosa», cantavano in Giro di vite i Modena City Ramblers nel ’96. Gli anni in cui Francesco Guccini, intonando ai concerti Canzone del bambino nel vento (Auschwitz) diceva che quando l’aveva composta, mai avrebbe creduto di dover continuare a cantarla così a lungo. E non si riferiva al compiacere il desiderio del pubblico.

Facciamo un esempio. Nei giorni successivi ai fatti di Oslo, in un post del 23/7, Nicolò Mingozzi nel suo blog denuncia con un video la presenza di gadget nazifascisti nei negozi della passeggiata estiva riminese, viale Regina Elena. Bottiglie di vino con etichette con Hitler, Mussolini, svastiche, croci celtiche e affini, tra giochi per bambini e molto altro. Un fatto che l’Anpi denuncia da anni. La notizia rimbalza in rete, su quotidiani, ma dopo un po’ di clamore estivo, contenuto, tutto parrebbe passato.

Le immagini del revival nazifascista sono ovunque. Non solo nel web, non solo in spazi di gruppi neofascisti organizzati. Ed è tutto “normale”, quotidianità. Nella moda, appaiono da tempo vestiti decorati con croci celtiche, o richiami a esse. Se ne discute in rete, ma c’è sempre o il saputello che ricorda l’origine celtica (e quella orientale della svastica), o il “democratico” che dice che se non scompaiono falci e martello e Che Guevara, perché devono scomparire i simboli di destra?

Ragioniamo a partire da quest’ultima provocazione. Prendiamo il Che. Non a caso Viktor Pelevin nel suo Babylon (1999, trad. it. Mondadori 2000) mette in scena lo spirito del Che: spiega a un copywriter i meccanismi della pubblicità. Non è nulla di blasfemo, anzi: quale icona più commercializzata, più svuotata di significato? Nel migliore dei casi, politicizzato, il suo viso sulla bandiera esprime desiderio di giustizia, generica protesta (nulla a che vedere con: guerra no, guerriglia sì). E quanto rivoluzionarie sono magliette, perizoma, bandane, sciarpe, magliette, gadget vari col suo volto? Per non parlare del suo utilizzo su orologi e addirittura in pubblicità di finanziarie, com’è avvenuto negli anni zero.

Ci si abitua, diventa folclore, nessuno lo teme più. Così succede anche per i simboli della destra: nella civiltà delle immagini, l’homo videns familiarizza. E quindi l’allarme scema. Ma c’è un problema. A un certo punto, in Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia (Feltrinelli, 2004), Babi vuole farsi un tatuaggio; per sceglierlo, sfoglia un catalogo con l’amato Step, che le indica una svastica nazista dentro una bandiera dal fondo bianco dicendo «non è male…».

Ecco: «non è male…». Quei puntini lasciano in sospeso un’affermazione che può leggersi come «non è cattivo», un po’ come i bambini dicono per giustificarsi dopo una parolaccia o qualcosa di sbagliato: «non è una brutta cosa». Insomma, «non è un/il male». Oppure può leggersi come­ «non è brutto», un commento estetico: è carino. In entrambi i casi, cessa di essere segno di ciò che è stato. Cessa di essere l’orrore. E, nel secondo caso, guadagna in simpatia. E si associa al concetto di forza. E magari il saputello ne ricorda l’origine orientale e che il nazista ne ha solo invertito l’andamento. Insomma, viene sdoganata, piace, fa figo.

Il fatto è che Berlusconi nel ’94 ha sdoganato la destra postfascista, ma la storia politica istituzionale della destra italiana dell’ultimo ventennio dentro i Palazzi è stata accompagnata da tante cose successe fuori dal Palazzo, ben più importanti come impatto e capillarizzazione di un certo tipo di discorso. Si sono moltiplicati i centri sociali di destra, ad esempio, argomentazioni razziste e sessiste sono filtrate ovunque, si è scambiato il dimenticare/rimuovere/riscrivere il passato (basta con comunismo, fascismo, antifascismo, destra e sinistra! L’insopportabile e barboso Novecento!) con il desiderare un futuro, guardare avanti. E parole e gesti hanno perso valore, usati con troppa leggerezza. Berlusconi è solo un epifenomeno quando insulta Martin Schultz al Parlamento Europeo offrendogli la parte di “kapò” in un film sui campi di sterminio (2003), o quando dice ai giornalisti del tabloid inglese Spectator che il Duce “non ha mai ammazzato nessuno” e che “mandava la gente a fare vacanza al confino” (2001), o quando nel 2006 in campagna elettorale è acclamato da ragazzi di Forza Nuova al grido “Duce Duce”.

Il vero sdoganamento del nazifascismo è nelle strade. Il comune paesaggio visivo quotidiano è costellato di oggetti che fanno familiarizzare con simboli e slogan atroci: la maglia “boia chi molla: o con noi o contro di noi” venduta tra i souvenir all’entrata di luoghi meta di gite scolastiche come le Grotte di Frasassi o nelle piazze di città d’arte; il saluto romano del calciatore Paolo Di Canio ai suoi tifosi, gli ultras laziali, già autori dello striscione “Onore alla tigre Arkan”; il fiorire di celtiche, svastiche e altro nelle curve degli stadi, conquistate dalla destra; i “documentari” televisivi sulla vita di Mussolini volti a scoprire l’uomo, così sensibile e delicato, nella sua intimità, tra camera da letto e cucina; le collanine con croci celtiche e icone naziste vendute nelle bancarelle di qualsiasi località turistica; i calendari e i busti del duce in qualsiasi mercatino più o meno d’antiquariato; la celtica al collo del sindaco di Roma Gianni Alemanno giustificata con il ricordo per l’amico…

Nel luglio 2011, la “Bild” tedesca costringe Michelle Hunziker a licenziare la sua guardia del corpo tatuata con il pugno bianco White power, per poi riassumerlo dopo pochi giorni, pentito, coperto il pugno con una rosa. E in Gran Bretagna, nel 2005, il principe Harry in divisa nazista alla festa in maschera immortalato sul Sun (“Harry The Nazi”) ha causato scandalo, riprovazione, ma si parlava di “gaffe”. «Non è male…»? I casi citabili sono tanti.

Massimo Zamboni, ex Cccp e Csi, ora solista, nel libro Prove tecniche di resurrezione (2011) ha inserito il racconto “Le ceneri, il ritorno”, riflessione sul Treno della memoria, che da Carpi ha portato 700 studenti ai campi di Auschwitz e Birkenau il 27 gennaio, giorno della memoria. E proprio a Birkenau, nel campo, ha incontrato quattro naziskin in divisa nera con una bottiglia di vino, per festeggiare.

Il problema è internazionale. Il circuito delle immagini pure. La scenografia rossa che annuncia qualcosa di terribile è sotto gli occhi di tutti. Ma in Italia, paese in cui da sempre si citano trame nere, in cui neofascisti condannati sono rimasti latitanti, in rapporti “curiosi” con i servizi segreti, si fa presto a dimenticare i coretti su Pinochet cantati alla caserma di Bolzaneto nei giorni di Genova 2001. Figurarsi quindi cosa importa quel che dice un Borghezio. E quel norvegese (come si chiamava?) era un povero pazzo. Non c’è tempo per pensare all’humus in cui si è nutrito. Voltiamo pagina.

Che distanza con l’immagine del carabiniere al processo per il Mostro di Firenze! Fine anni ’90: Vanni in vestaglia blu che sproloquia in aula urlando «Viva il Duce, il lavoro e la libertà! Ritorneremo! Prima o dopo!», e il carabiniere alla sua sinistra, appena inizia, gli afferra un braccio per farlo smettere. Perché inneggiare al fascismo non si può, l’apologia di fascismo è un reato, e un uomo dello Stato, un tutore dell’ordine deve intervenire per impedire un reato. Ma oggi, quel carabiniere sarebbe forse “antidemocratico”, e il giudice “comunista”, perché non lo lasciava parlare e lo trattava male, come si legge nei commenti al video su youtube.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Nazifascismo: «Non è male…»”
  1. Minuz scrive:

    Credo che il discorso, almeno su scala generale, sia anche legato all’interpretazione dei simboli. A proposito ricordo (ed è per questo che intervengo su un argomento che non è fra quelli che frequento di più) quel testo ormai classico, forse mai abbastanza letto, che è “La nazionalizzazione delle masse” di G. Mosse, impeccabile nel proporre l’ipotesi di come i prodromi del nazionalsocialismo tedesco incontrassero tutto un corollario di simboli, rituali, drammatizzazioni e spettacolarizzazioni della politica. Dimostrando poi come Hitler non fosse l’unica leva azionante ma uno dei tanti ingredienti, se pur preponderante, che portarono al “fenomeno” nazismo. Così Vanni che urla viva il Duce su youtube, il “kapò” del nostro ex Presidente del Consiglio, perfino il noncurante “non è male” di Step sono tutti ingredienti, o segnali del precipitare di certi simboli sul territorio della “cultura popolare”, con eventuale fraintendimento (diverso a seconda che l’osservatore sia un “saputello”, un “democratico”, un simpatizzante, un militante, un esercente che sceglie di esporre un gadget facendone così “folklore”, ecc.). L’elemento da tenere presente è che anche fraintendere un simbolo -invece di ricordarne esattamente il significato o, al limite, di rimuoverlo tout-court- conferisce nuova vita al simbolo stesso, una vita che darà luce a chissà quale fenomeno, magari simile ma non identico alla fonte del simbolo originaria e, magari, meno individuabile perché mutazione di un fenomeno già noto. Questo solo per dire che mi permetto di consigliare, a chi sia interessato e a chi non l’abbia ancora fatto, una lettura critica del classico di Mosse. Credo sia davvero illuminante come punto di partenza per interpretare meglio un argomento importante, e senz’altro non ancora concluso, della storia mondiale.

  2. Tatyana scrive:

    Why don’t you remove the picture, ignorante e pusillanime Sign. Vasta? Jesus was never a Nazi. But about you I’m not so sure… To insult the faith of Christians is easy, isn’t? Breivik’s religion was christianity and here we are … Jesus Christ is already a Hitler! Have you posted a picture of prophet Mohammed with the same look after September 11? Why not? Too scared of a possible vengeance of “the never-fascists” with islamic religion views?

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