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Né lettori né scrittori: l’Italia è un paese senza

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Pubblichiamo un intervento di Fabio Geda apparso sul Corriere della Sera ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Fabio Geda

Che siamo un paese di romanzieri e poeti con un libro nel cassetto. Che tutti scrivono e nessuno legge. E che se tutti quelli che vogliono pubblicare un libro andassero a comprarne dieci il mercato risorgerebbe. Questo, si dice. Ora, il fatto è che non è vero. I dati pubblicati dall’Eurobarometro alla fine del 2013 (scoperti grazie a un gioiellino di libro: Un millimetro in là, dialogo tra Giorgio Zanchini e Marino Sinibadi pubblicato da Laterza) che analizzano la partecipazione culturale nei vari Paesi europei hanno spazzato via questa leggenda: la media di chi scrive, in Italia, è meno della metà di quella europea. Non siamo un paese di lettori così come non siamo un paese di scrittori. Punto.

Piuttosto siamo un paese di gente che desidera pubblicare, questo sì. Gente convinta che ciò che ha scritto abbia le potenzialità di un bestseller e che una volta pubblicato con un qualche piccolo editore (magari a pagamento, giusto per soddisfare l’ego) s’adira perché il mondo non ha riconosciuto il suo talento. La mancanza d’umiltà e la ricerca della fama: ecco il problema su cui concentrarsi. Scrivere è un’esperienza straordinaria: serve ad appropriarsi di se stessi e della realtà, a fare ordine, a restituire esperienze e a diffonderle. Se poi si scrive narrativa, dando vita a personaggi che sono altro da noi, si sperimenta la magia di svestire i nostri panni per indossare quelli impregnati da altre esistenze: cambiare sesso, cambiare epoca, cambiare indole. Quando sento qualcuno dire che bisogna dissuadere le persone dallo scrivere mi viene voglia di schiaffeggiarlo con un guanto e sfidarlo a duello. Ma stiamo scherzando? Ma perché? Vogliamo forse dissuadere la gente dal dipingere o dal cucinare o dal fare sport? Il problema è educare le persone al gesto puro, non viziato dall’ansia del riconoscimento, del successo.

Scivolo su me stesso, perdonatemi: ma sono l’esempio migliore che ho sottomano. Scrivo da quando ho quattordici anni e non ricordo un solo momento della mia vita in cui non mi stessi cimentando con un romanzo. Vent’anni dopo aver cominciato, a trentaquattro, una cosa che avevo scritto mi è sembrata avere una sua piccola dignità e mi sono deciso a spedire il manoscritto a qualche editore: due mesi dopo venivo contattato da Instar Libri e Marcos y Marcos. Così tutto è cominciato.

Prima del romanzo che sarebbe diventato il mio esordio non avevo mai fatto girare nulla. Per vent’anni avevo scritto in silenzio, nell’intimità della mia casa, consapevole – da buon lettore qual ero – che le storie cui davo vita erano acerbe nella lingua, grezze nella drammaturgia e piene di già-visto e già-sentito. Ero infelice? No, affatto. La gioia e l’ossessione con cui coltivavo il mio immaginario cercando di trasformarlo in romanzo erano le stesse di oggi. Ed ero pronto (giuro) a continuare a scrivere nel silenzio della mia cameretta per il resto della vita facendo nel frattempo tutt’altro mestiere per il semplice fatto che è il gesto dello scrivere che mi rende felice. Ora, certo, quello spazio si è fuso con il lavoro e quindi tutto è amplificato. Ma amo fare anche tante altre cose che non diventeranno mai un mestiere e che sono relegate agli scampoli del tempo, e che non per questo amo di meno.

Quindi scrivete, leggete e scrivete; dedicate a lettura e scrittura parte delle vostre giornate. Prendete appunti, trasformateli in racconti; tenete un diario. Usate la lingua per indagare il mondo. Non c’è nulla di alchemico in tutto questo, lo scrittore non è uno sciamano: è un artigiano. Per migliorare andate a lezione dai grandi maestri smontando i loro libri e se questo non basta cercatevi delle persone con cui discuterne: circoli di lettura, incontri con gli autori, o anche solo le vostre librerie: andate a parlare con il vostro libraio. Lasciate che le parole abitino e trasformino la vostra vita. Coltivatele. Quello che riceverete in cambio è una straordinaria sensazione di libertà.

Commenti
22 Commenti a “Né lettori né scrittori: l’Italia è un paese senza”
  1. Bidé scrive:

    Un po’ moralista e semplicistico, forse, ma tutto sommato condivisibile. Aggiungo anche, per chi conosce discretamente almeno un’altra lingua, traducete. Non per essere pubblicati, anzi, traducete opere già edite on italiano o non ancora edite ma che mai verranno pubblicate per lo scarso interesse commerciale, ma traducete lo stesso. È un modo perfetto per comprendere le tecniche degli autori su cui si lavora e nel frattempo di creare un propria voce.

  2. Arrrr scrive:

    Bah sì non so, abbastanza innocuo di per sé, scrivere per il gusto di farlo boh sì perché no, niente in contrario; il problema del pezzo è che non affronta i problemi veri, ossia “La mancanza d’umiltà e la ricerca della fama”, che è uno (ma che, a ben vedere, forse non è il più grave: in fin dei conti sti cazzi se uno si crede un grande scrittore e paga per essere pubblicato), e a cui si accenna appena, e poi soprattutto che neanche gli “scrittori veri”, a me pare, producano niente di notevole. Non conosco nel profondo la letteratura italiana contemporanea (che ne so: l’ultimo decennio, diciamo, forse di più), conosco quello che mi arriva del mainstream e della media editoria, e la quasi totalità mette i brividi, in senso negativo.

  3. mariella lepri scrive:

    Io non lo trovo né moralista né tantomeno semplicistico: lo trovo semplice come semplice è, spesso, la verità, e quanto scritto da Geda è (scusate il bisticcio di parole) semplicemente vero. Certo, poi bisognerebbe affrontare il perché della mancanza d’umiltà e il perché della ricerca ossessiva della notorietà, ma questo è lavoro per sociologi e antropologi. Ciò che resta è il fatto che, come si dice nel pezzo, la scrittura in Italia è considerata qualcosa di alchemico e gli scrittori fanno di tutto per rinforzare la percezione di sé come sciamani, possessori di una qualche grazia che, eh eh, io ce l’ho e tu no, mi spiace, tiè tiè. E questo allontana tante persone sane e attrae tante persone malate, di protagonismo ad esempio, persone che vorrebbero poter dire: faccio parte anch’io della famiglia, anch’io sono stato baciato dalla grazie.

  4. SoloUnaTraccia scrive:

    Per adeguarmi al costume stavo dando un’occhiata disinteressata. Poi ho letto “scrivo da quando ho quattordicianni” e mi sono tuffato di corsa nella categoria dei non-lettori.

    Con RCS alle spalle difficile che il Corsera chiuda ma, avendolo letto negli anni ’80, dovesse accadere stapperei un paio di bottiglie di Crystal.
    Piaciuto l’anincoluto?

  5. Anna scrive:

    Il pezzo è bello, idealistico e in parte condivisibile. Ma mi permetto di aggiungere che il vero problema è che se la professione di scrittore fosse considerata come tale, quindi se gli scrittori venissero pagati per scrivere, se si togliesse quell’aura di mitologi che ha questo lavoro e non lo scrittore non dovesse fare altri lavori per sopravvivere, avremmo meno carta buttata in giro (perché chi scrive senza leggere una riga esiste eccome) e anche meno gente pretenziosa.

  6. Anna scrive:

    Due errori in poche righe, scusatemi :)

  7. Librofilia.it scrive:

    Credo che questo sia un problema tipicamente italiano, il fatto di leggere pochissimo ma di avere forse un numero esorbitante di pubblicazioni annuali, ovviamente la maggior parte inutili e pubblicate mediante compenso che altrimenti non verrebbero mai e poi mai date alle stampe da un vero editore!
    Se a tutto questo sommiamo la totale omologazione dei libri pubblicati dai grandi editori (opere tutte identiche, personaggi e trame comprese) e la “spocchioseria” di molti autori nostrani, ecco spiegati alcuni dei motivi per cui la gente attualmente compra pochi libri di autori contemporanei…
    Il problema è che attualmente nessun autore “riflette” su ciò che scrive tutto è cosi veloce e immediato, c’è un genere che funziona (erotico, fantasy, urban) e tutti a cimentarsi su quello ecco perché le opere sono tutte copie di copie di copie, prima i libri venivano prima “sentiti” dall’autore, poi pensati, scritti e infine letti, insomma il lettore capiva tutto il lavoro che aveva portato l’autore alla concezione di quel particolare libro e ne rimaneva entusiasta.

  8. Daniele scrive:

    Si può avere un link ai risultati della ricerca dell’Eurobarometro che dimostra che in Italia si scrive poco? Grazie.

  9. Stefano Trucco scrive:

    Daniele, i risultati della ricerca si trovano facilmente con Google. Avrei potuto mettere il link ma preferisco non incoraggiare la pigrizia mentale.

  10. Carlotta scrive:

    Non mi piace fare polemica, tuttavia ritengo che scrivere “avrei potuto mettere il link ma preferisco non incoraggiare la pigrizia mentale” significa aver capito poco il medium. Chi scrive sul web e mette il collegamento ipertestuale alle fonti non fa un endorsement all’accidia. Chi segue quel collegamento e va a verificare la fonte non è pigro.

  11. bato scrive:

    E basta con ‘sta pelosa “devi farlo per”. Un sano laissez faire, risolve

  12. Stefano Trucco scrive:

    Sono vent’anni che c’è chi ci campa (anche solo psicologicamente) sul ‘non capisci il medium’. Intanto però la prevista età dell’oro di democrazia partecipativa, cultura condivisa e intelligenza collettiva si fa più lontanta ogni giorno che passa…

  13. sandra scrive:

    A me il pezzo è piaciuto molto. Mi sembra che tiri un po’ le fila di quel transatlantico alla deriva che è l’editoria, evitando il solito “scrivete meno”.

  14. Daniele scrive:

    mi sento particolarmente in sintonia con questo intervento. grazie Geda

  15. mariella scrive:

    Dopo averlo riletto per un paio di giorni l’ho stampato e appeso dietro la scrivania, ché dimenticarsele certe cose si fa presto, ahimè.

  16. Angela scrive:

    Anche a me l´ articolo e´piciuto molto. Soprattutto l´ultima parte mi ha colpito molto, dove paragona lo scrivere allo sciamano, all´artigiano. Devo anche dire che mi ha incoraggiato un pochino e forse riprendero´ a dedicarmi a una delle mie passioni preferite….la scrittura

  17. Daniele scrive:

    Avrei voluto vedere anch’io un bel link diretto ai dati dell’Eurobarometro. Pazienza!

  18. remigio scrive:

    Ho l’impressione che oggi la degenerazione della scrittura abbia abbassato notevolmente la qualità della domanda di lettura: preferiamo i libri della Littizzetto e di Vespa piuttosto quelli di Svevo e di Calvino. Il lettore è invogliato a comprare un romanzo soltanto se lo stesso viene presentato e divulgato in televisione, come qualsiasi altro prodotto commerciale. La vera letteratura, se proprio lo vogliamo ammettere, è altro. E’ quella che non deve misurarsi con i mezzi di comunicazione di massa che contraddistinguono l’epoca in cui viviamo, ma deve suggerire domande, deve agire come coscienza critica, deve essere oggetto di inquietudine ma anche di denuncia. E’ quella che suscita riflessioni profonde: luogo di metafore, di esperienze di vita, di dubbi, di illusioni. E’ quella letteratura che si propone come testimonianza e memoria, una memoria che sia sempre presente nella coscienza degli uomini e che si opponga alle mode e ai fatti di attualità ricorrenti, già ampiamente enfatizzati dai mass media.

  19. Giuseppe scrive:

    E’ la logica conseguenza di come la cultura italiana è organizzata, ossia a una casta di editori di sinistra che hanno isterilito l’invenzione e la ricerca del meglio pubblicando solo opere di sodali e di personaggi noti. Mancano i Vittorini che fiutavano veri talenti. L’attuale situazione ne è lo pecchio più lucido..

  20. Francesca scrive:

    Anche a me l’articolo piace, perché è come dovrebbe essere un articolo: chiaro, lineare, idee riconoscibili. Sarei un po’ meno d’accordo però sul fatto che in Italia si legga pochissimo. Si legge, ma magari la qualità di ciò che si legge, ad eccezione dei lettori forti, è determinata dal marketing. Dunque si legge quello che propongono i mastodonti dell’editoria, che non è granché. Si leggono poco i grandi classici. Una volta i ragazzi iniziavano con Verne, Salgari, Dumas, e da lì proseguivano. Ora leggono Volo e Moccia.
    Sicuramente però si legge meno rispetto ad altri paesi e questo non è tanto un fatto di ignoranza, ma storico. In genere si legge molto nei paesi di tradizione protestante, dove cioè da secoli si imparava a leggere e scrivere per leggere almeno la Bibbia, il che ha diffuso l’alfabetizzazione anche fra le classi meno abbienti. Da noi la Chiesa ha favorito per secoli l’analfabetismo, limitando l’alfabetizzazione al clero e ai ceti più elevati, per mantenere il monopolio della Parola e della sua esclusiva interpretazione ad uso del popolo.
    Che ora lo Scrittore (con la S maiuscola) sia considerato un essere circondato da un’aura fiabesca, di privilegi, quando non avviato a diventare una star, è roba d’importazione americana. E’ negli USA infatti che è nato il culto dello scrittore, lì sono nate le scuole di scrittura, la tradizione di girare fra i circoli di lettori e le aule universitarie per parlare dei propri libri, in un paese dove la cultura ha ottimo sostegno economico ma non era diffusissima come in Europa. Della cultura si è fatta merce e come tale è trattata. Dunque, anche lo scrittore, diventa parte di questa trafila di marketing. E, ovviamente, per questo è necessario che acquisti visibilità mediatica. In quanti film americani abbiamo visto gente che fa altro nella vita, non ha mai scritto nulla e a un certo punto dichiara di volersi prendere un anno di libertà per “scrivere un libro”?
    Ecco allora che la visibilità mediatica viene da noi confusa con una sorta di riscatto sociale, di ingresso in una élite di privilegiati, dimenticando che appunto scrivere è una forma di lungo apprendistato, di faticoso artigianato, di una profonda immersione dentro di sé e dentro il mondo e non è una passeggiata.
    Certo che poi mancano i Vittorini, che molti di quelli che dovrebbero fiutare i talenti hanno il raffreddore ecc.

    Riprendo anche il primo commento, quello che incoraggia a tradurre. Io lo condivido in pieno e lo consiglio da sempre, perché la traduzione è il mezzo più potente di comprensione dei meccanismi della scrittura. Dopo 35 anni di questo mestiere ho imparato quello che non avrei mai imparato leggendo, sia pure e comunque moltissimo come faccio da quando so leggere. Ma io mi spingo oltre, consiglio a chi conosce abbastanza un’altra lingua, di tradurre in quella lingua ciò che si scrive. E’ una tecnica fantastica per capire se quello che si scrive funziona. Provare per credere.

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