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Necropolis di Giordano Tedoldi

Esce oggi per Chiarelettere “Necropolis”, terzo romanzo di Giordano Tedoldi. Invitiamo a leggerlo e ospitiamo volentieri questa recensione.

di Ilaria Palomba

Entrare in Necropolis significa entrare in un tempio devastato dalle più profonde e dunque indomabili pulsioni umane. È una distopia? Non esattamente. È un testo di narrativa? Non esattamente. È un saggio filosofico? Neanche. Forse è tutto questo insieme e non solo. Omero, Ovidio, Tolomeo, Dante, Hegel, Schopenhauer, Nietzsche, Spengler, Burckhardt, Loewith, Cioran, Heidegger, Sartre, Camus, Freud, Jung, Lacan, Deleuze, MacLuhan, Miller, Baudelaire, Rimbaud, Edgar Lee Masters, Dostoevskij, Orwell, Dick, Mozart, Beethoven, la musica guth (una trap adattata a soundscape del duplice viaggio nell’oltretomba), Van Gogh, sono solo alcuni dei riferimenti filosofici, letterari, musicali e artistici presenti attraverso citazioni occulte nella catabasi del protagonista, il maresciallo Yarden, accompagnato dal nipote tredicenne Rama, dall’ambiguo androide Pierre e dal negromante Max.

Yarden è chiamato a scegliere in quale delle due necropoli essere sepolto: la Necropoli Ovest, terrestre, mistica, votata al destino, o la Necropoli Est, aerea, futuristica, votata alla tecnica. Il motto della Necropoli Ovest, detta anche NecrOvest è: «Vivi per la tua morte». Il motto della Necropoli Est, NecrEst, è: «Muori per la vita degli altri». I viandanti durante l’intero viaggio s’interrogano sul significato dell’enigmatica Visione Collettiva. «Come tutti, sogno la Visione Collettiva, ma non so cosa significhi e penso che in fondo la domanda sia insolubile.»

Nel viaggio tra gli spettri i nostri antieroi incontrano diversi personaggi specchi del presente, sacerdoti pedofili, ermafroditi, sciamani, angeliche musiciste travolte in tragici incesti, masochiste slave quasi prive di volontà, poeti suicidi, filosofi monadologi, madri terribili, presidenti di commissioni contro la diffusione di misteriosi virus (che forse servono solo per vendere vaccini).

È come guardarsi in uno specchio deformante, forse ci siamo noi: tutta l’umanità. Il discorso dal Mito di Sisifo di Camus sul suicidio, la diatriba sui farmaci psichiatrici: la cura che è la malattia. Ci si cura perché esiste la società, la civiltà e il suo disagio, freudianamente inteso; perché qualcuno ha deciso che le pulsioni umane sono da estirpare. Il suicidio nasce dal confronto con l’altro, l’altro che è un inferno, come voleva Sartre, ma è anche un padre che non smetterà mai di abbandonarci e giudicarci, e forse, in ultimo, l’altro sono io, l’assassino di me stesso.

Necropolis è solo apparentemente un libro politico, in realtà è un libro sulla condizione umana, sull’amore come reciproca e inguaribile schiavitù, sulla morte, sull’esistenza, sullo spaziotempo, sull’entanglement quantistico, sul perché siamo al mondo, sul dato di fatto che non esista nessuna ragione, che ogni ragione sia aleatoria, che l’amore sia uno squartamento, che si venga al mondo e nello stesso momento si muoia. «Tu mi hai messo al mondo e con quell’atto al tempo stesso mi hai tolto dal mondo», dice Yarden alla madre, tecnologicamente suscitata dal suo eterno riposo. La famiglia qui è descritta come un cappio che non smette di stritolare, un cordone ombelicale che non si può rompere. «È vero, non ho mai sentito la tua mancanza, sempre e soltanto la tua presenza. Finché a un certo punto le ho scambiate. E sono cominciate le nostre difficoltà.»

La crisi dell’umano diventa la crisi dell’uomo, del maschio, non è l’umanità a scomparire ma la mascolinità. «Come la scienza ha ucciso Dio, la donna uccide l’uomo. Dio è morto. Ora l’Uomo – il Maschio – è morto. E se avete ancora i genitali non cambia nulla: perché non potete più fissare i valori.» La donna non è più donna ma Semidonna e non le resta che provare la morte poiché ha già vissuto ogni cosa ed è diventata dominatrice non più del corpo ma della coscienza dell’uomo.

Sarebbe arduo e probabilmente scorretto incasellare Necropolis in un genere letterario, tutti li trascende, ciò che appare nitidamente è una visione allo stesso tempo empatica e nichilista, si potrebbe dire, sul presente ma non sarebbe esaustivo, di fatto è un presente che dura in eterno.

Giordano Tedoldi, con uno stile adesso tagliente come un “Regina Nigra” (l’arma che, come un Leitmotiv, passava di mano in mano nel suo primo romanzo, I segnalati), ci accoltella mostrandoci l’oscura essenza del senziente che vive, desidera, brama, soffre, muore. Così prossimo alle filosofie orientali (induismo, taoismo, buddismo), coraggiosamente affronta la vita fin dentro la morte, come voleva Bataille, e viceversa, in tal modo raggiunge la bellezza nascosta nell’orrore, e viceversa.

Quattro momenti fondamentali sembrano ricondurre la narrazione alle linee di un pensiero ontologico: l’incontro con la semidonna Andrea, quasi una divinità, che si lascia scopare e uccidere ma nel suo lasciarsi morire resta dominatrice assoluta della mente di Yarden; l’incontro con la madre, una madre-mostro che nella presenza rivela l’assenza, una mancanza atroce che fa della nascita un’eterna morte; le riflessioni sul tempo e sulla fine, riconducibili all’essere per la morte in Heidegger, ad alcuni aforismi de L’inconveniente di essere nati di Cioran; e il tempo, Kronos, padrone di tutte le creature, Kronos, che, come il fuoco, si ciba della distruzione delle sue componenti e creature, forse l’immagine più esauriente di Dio.

Yarden è un antieroe ma è anche un eroe, dominato dal tempo e dalla morte, stanco di scegliere, di morire, o di lasciarsi scegliere dalla morte, stanco di un eterno presente di carnefici e vittime, padroni e schiavi, vincitori e vinti, si sottrae alla scelta. «Frammentiamo la Necropoli, frammentiamo tutto quello che non è veramente legato. Si rompa, la vita.»

«La vita non l’ho mai amata, tranne qualche volta la sera, quando faceva buio, e il mondo raggrinziva come gelando. Di mattina stavo bene, mi sembrava, ma poi arrivava questo personaggio indecente, il guardiano ottuso della vita, il tempo. Il tempo mi ha maltrattato e inseguito senza remissione come io fossi un animale, una preda, e ancora adesso può e dunque vuole tormentarmi. Sono il suo divertimento. Associamo il tempo, il suo passare, alla morte, mentre è il principale servo della vita. È il suo cacciatore. Essere giovani è avere orrore della vecchiaia […] La nostra vita è tempo, la nostra vita si sottomette a lui in tutto quello che fa, e i nostri sentimenti, le gioie, le passioni e i godimenti sono schiacciati dal tempo. Non c’è mai leggerezza nella vita, mai, e più pesanti di tutto sono le grandi felicità, le beatitudini che provvidenzialmente ci toccano di rado, o ne saremmo distrutti.»

Commenti
Un commento a “Necropolis di Giordano Tedoldi”
  1. Sabrina scrive:

    Viva Tedoldi!

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