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Il cantiere dell’Inferno. Nel bunker di Segrate a tradurre Dan Brown.

di Roberta Scarabelli

In principio era New York. Le tre traduttrici cominciarono a consultare entusiaste i cartelloni di Broadway. Poi diventò Londra. E le tre traduttrici si dissero che anche Covent Garden non era poi male. Infine fu Segrate. Scuotendo la testa, le tre traduttrici ammisero di avere sempre amato le filodrammatiche del dopolavoro ferroviario.

Il bunker di Segrate (ovvero la “Translation Room”)

L’esperienza più interessante nella mia formazione di traduttrice è stata quando, due anni fa a luglio, sono rimasta rinchiusa per una settimana in una stanza infuocata di Settignano, sulle colline fiorentine, a parlare di traduzione con colleghi italiani e tedeschi durante un laboratorio promosso da Viceversa e NTL. Lo scambio di idee e di esperienze, il lavoro sui testi, lo spirito di colleganza che si è creato in quei giorni rimangono per me un ricordo bellissimo, malgrado avessimo sacrificato tutti una settimana di lavoro per seguire quel corso di formazione.

Uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare la proposta di Mondadori di far parte di un team di traduttori che avrebbe lavorato in-house all’ultimo romanzo di Dan Brown è stata proprio la prospettiva di collaborare con colleghi italiani e di altri paesi a un progetto comune. Certo, le condizioni di lavoro “estreme” all’inizio hanno lasciato tutti un po’ perplessi, ma nella realtà si sono rivelate una routine tutto sommato piacevole, con risvolti anche molto positivi rispetto al lavoro solitario del traduttore.

Per sfatare subito alcuni aspetti che hanno suscitato scalpore, durante la mia permanenza nel bunker (in realtà l’aula formazione di Mondadori, sottoterra sì, ma con una parete a vetri che dà su un bel rock garden…) non ho subito perquisizioni, né soprusi né limitazioni della libertà. Né tanto meno ho dovuto mentire a marito e figlie per giustificare le mie lunghe assenze. L’unica cosa vagamente simile a una tortura era la relativa lontananza del bagno: conoscendo la ben nota abitudine dei traduttori di voler finire un paragrafo prima di prendersi una pausa, non era raro vedere colleghi che, con una certa fretta, si dirigevano verso la piazzetta metafisica e dechirichiana della Mondadori.

Gli orari di lavoro nella Translation Room erano molto ampi e flessibili. Naturalmente i traduttori in trasferta volevano ottimizzare al massimo la permanenza in Italia lavorando il più possibile, anche nei giorni di festa, per tornare in patria appena finita la traduzione. Io, milanese doc che abita a un quarto d’ora da Segrate, me la prendevo più comoda la mattina e, da brava traduttrice notturna, venivo buttata fuori alle nove, quando gli addetti alla sicurezza volevano giustamente chiudere e tornare a casa.

Già, la sicurezza…

Queste bodyguard ritratte come energumeni dalla pistola facile in realtà erano tre ragazzi gentili e socievoli, con i quali si è creato un rapporto molto affettuoso durante i due mesi trascorsi insieme. Sindrome di Stoccolma? Mah, forse solo simpatia umana. Fatto sta che l’unica cosa che sono riuscita a portare fuori di contrabbando dal bunker è il tulipano di origami che Max la guardia ci ha regalato l’8 marzo e che ora è qui in un portamatite sulla mia scrivania.

Il ritiro dei cellulari e la registrazione delle entrate e delle uscite, poi, erano operazioni che venivano effettuate con estremo rispetto e grande delicatezza, e mai una volta mi sono sentita trattare con diffidenza o come una traduttrice inaffidabile e irresponsabile, non più di quanto mi senta una terrorista passando attraverso i controlli della sicurezza all’aeroporto. D’altronde è più che comprensibile, dopo tutti i casi di pirateria di cui si è avuta notizia, che un autore così esposto all’attenzione pubblica si tuteli perché la sua opera non venga divulgata prima della pubblicazione.

Una Babele di lingue… e di compensi

Per il resto, chi mai può lamentarsi di lavorare in un ambiente privo di distrazioni, dove non squillano i telefoni, se hai un dubbio basta alzare la testa e chiedere ai colleghi che stanno lavorando al tuo stesso romanzo e sanno benissimo di cosa stai parlando, trovi il pranzo (vegetariano) pronto quando hai fame senza doverti interrompere mezz’ora prima per cucinare, e se hai un problema al computer non fai in tempo ad alzare un dito che una squadra di tecnici si precipita a risolverlo?

Ed era affascinante sentirti attorno  quella Babele di lingue che snocciolavano le frasi e i nomi a cui anche tu stavi lavorando, quei processi di neuroni e sinapsi in azione che, in una stanza, trasformavano simultaneamente un testo inglese in italiano, francese, spagnolo, catalano, tedesco, brasiliano, avvolgendone il contenuto in altre lingue e altre culture.

Non altrettanto affascinante era la consapevolezza che, se il lavoro che facevamo in quella stanza era simile, non lo era però il trattamento economico. Noi traduttori italiani sappiamo bene di essere le Cenerentole d’Europa, ma un conto è saperlo, un altro è respirare questa consapevolezza per due mesi, lavorando fianco a fianco con i colleghi più fortunati solo perché nati in un altro paese.

Non avrei mai immaginato, quando ho firmato il contratto, che la traduzione per cui ho spuntato la tariffa a cartella più alta della mia carriera sarebbe stata anche quella che mi avrebbe lasciato più amaro in bocca. Non è bello fare lo stesso lavoro dei colleghi stranieri sapendo che tu al massimo ci vivrai tranquillamente qualche mese, loro compreranno una casa ai figli con le royalties. Questa sperequazione si risolverà solo modificando a livello legislativo le norme che regolano il diritto d’autore: non possiamo neanche pensare che, in tempi di crisi e tariffe al ribasso come questi, gli editori accettino spontaneamente di allineare il trattamento economico dei traduttori italiani a quello dei colleghi europei.

Cosa ho amato dell’Inferno

In un divertente articolo sul sito della Melville House (www.mhpbooks.com/whats-worse-being-stuck-in-a-bunker-for-two-months-or-translating-dan-brown), i due ex librai Dustin Kurtz e Alex Shephard discutono se la tortura più grande per i traduttori rinchiusi nel bunker siano state le privazioni a cui erano sottoposti o il fatto in sé di dover lavorare a un romanzo di Dan Brown (e concludono con un eloquente: “And yes, I’ll let you borrow my copy when it comes out.”). Bene. Tradurre narrativa di genere non è facile. Tradurre narrativa di genere americana (per di più un autore che tutti leggono e amano criticare) e renderla appetibile ai nostri esigenti lettori italiani lo è ancora meno. Se aggiungiamo che potevamo accedere a internet solo da quattro computer (e non da quello su cui lavoravamo) e che sapevamo di avere a disposizione l’originale solo per otto settimane, risulta chiaro che l’impresa non è stata facile. Ma facendo un bilancio tra gli handicap e la grande risorsa di poter far lavorare insieme tre teste invece di una, credo che il saldo alla fine sia positivo.

E nel romanzo ho incontrato radure illuminate dal sole che hanno risollevato il mio spirito di traduttrice. Quali?

– Le tre terzine apocrife di Dante: non avrei mai pensato di dover tradurre una traduzione, tanto meno dall’inglese al volgare fiorentino del Trecento. È stata una sfida divertente cercare di ricreare, con le mie colleghe, almeno l’eco del ritmo degli endecasillabi danteschi, sotto lo sguardo incuriosito degli altri traduttori che sbirciavano mentre battevamo il tempo sulla scrivania. Loro, almeno, questo problema non ce l’avevano…

– Le disquisizioni del protagonista sulle differenze qualitative fra la traduzione in inglese della Divina Commedia fatta da Longfellow (quello del Circolo Dante, per intenderci) e da Mandelbaum: invitare milioni di lettori a riflettere sull’unicità di ogni traduzione è un omaggio ai traduttori di cui sarò per sempre grata all’autore.

– Scoprire che se dalla Peste Nera, che nel Trecento ha sfoltito di un terzo la popolazione europea, ha avuto origine il Rinascimento, allora anche il sacrificio dei lavoratori dell’editoria che oggi vengono falciati via dalle redazioni forse non sarà vano e in futuro il settore vivrà una nuova età dell’oro.

Le ricadute mediatiche

I traduttori sanno bene che i recensori letterari si dividono in tre categorie:

1)   i giornalisti che non citano mai il traduttore, sfidando impunemente la legge italiana;

2)   i giornalisti che citano i traduttori solo per criticarli tout court, il più delle volte senza nemmeno sapere di cosa stiano parlando;

3)   i giornalisti seri che giudicano a ragion veduta e circostanziata, positivamente o negativamente, il lavoro del traduttore (specie rarissima).

Dopo l’esperienza del bunker ho scoperto che ne esiste una quarta specie, “il paparazzo dei traduttori”, il cacciatore di scoop che si è reso conto che anche il traduttore può fare notizia, basta presentarlo come un fenomeno da baraccone un po’ masochista. Leggete l’articolo apparso su “TV Sorrisi e Canzoni” per capire di cosa sto parlando.

A questo punto, però, bisogna ridiscutere la questione della visibilità del traduttore. Io non ci ho mai tenuto in modo particolare, ma se la visibilità deve essere questa io ci rinuncio subito e a cuor leggero.

Continua a leggere sul sito della rivista del Sindacato Traduttori, Strade.

 

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
4 Commenti a “Il cantiere dell’Inferno. Nel bunker di Segrate a tradurre Dan Brown.”
  1. Enrico Marsili scrive:

    Interessantissimo e divertente. Con tutto il rispetto, Dan Brown fa abbastanza schifo gia` in Inglese, una traduzione serve a solo a chi la lingua di Hollywood non la ciancica.

  2. fabrizio scrive:

    Sto leggendo inferno contemporaneamnete in inglese ed in italiano e devo dire che in qualche punto è tradotto davvero da schifo.
    Un traduttore non può prendersi la briga di riscrivere un romanzo abbellondolo con parole più cariche di enfasi che nell’originale non ci sono, cambiando punteggitura e togliendo aggettivi presenti nell’originale.
    .Il romanzo ha un autore e a mio avviso tale deve restare e deve essere tradotto il più possibile vicino all’originale altrimenti è mistificazione non traduzione.
    perchè non provate a tradurre un manoscitto antico in questo modo così poco scientifico a vedere cosa vi dicono?

  3. Mariateresa scrive:

    Un articolo molto interessante e ironico. Personalmente non ho mai amato Dan Brown come scrittore, dunque non ho mai avuto possibilità di comparare testo originale e tradotto. In ogni caso bisogna dare anche dei meriti ai traduttori e fidatevi, ve ne sta parlando una studentessa universitaria di lingue che domani darà un esame sugli studi di traduzione e sui dibattiti su come si debba definire il traduttore. Quanto a me, provo (e sempre proverò) un sentimento di odi et amo verso la traduzione.

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  1. […] raccontato gli stati d’animo e sfatato alcuni dei miti alimentati dalla stampa circa l’insolita avventura professionale di cui sono state partecipi ossia la traduzione dell’ultimo thriller dell’autore […]



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